Pensiero cazzeggio – Ma non era solo marzo pazzerello?

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Piove, guarda come piove, senti come piove, guarda come viene giù!
Mi sembra il caso di dire.
Avevo la testa china sul libro, con la mente immersa tra pensieri e concetti in uno studio che sembra non finire mai (shiuda, shiuduuuu – direbbe a questo punto il buon Giuliano dei Negramaro. Sì lo so, battuta pietosa, lo rocpnosco anch’io). Sento rumori strani alla finestra, alzo la testa e guardo praticamente il diluvio venir giù. Mi aspetto da un momento all’altro di veder passare sotto la finestra Russell Crowe, la sua barba, l’arca, gli animali, due coccodrilli, l’orangotango, serpenti, il gatto, il topo e l’elefante.
Ecco, è arrivata la pioggia e con lei la voglia sfrenata di non fare una cippa, la voglia di cazzeggio inutile e selvaggio.
E ciao.

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La luce dopo il letargo

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Torna la primavera e torno anch’io.
Ok, ok, non esageriamo. Al massimo torno come una marmotta che esce dalla sua tana dopo un lungo e freddo inverno passato al caldo, a sonnecchiare, a sognare prati verdi, tenere erbe e freschi fiorellini di campo. Peccato che il mio letargo sia paragonabile più a una clausura passata ininterrottamente a studiare, a cercare di rispettare tabelle di marcia che vanno oltre qualsiasi reale ritmo di studio (per lo meno il mio). E poi ritrovarsi a concentrare molto del lavoro previsto negli ultimi due o tre giorni, togliendo ore al sonno e qualsiasi cosa possa risultare superflua. Il tutto nonostante l’esame sia stato rimandato per ben due volte e il tempo in più sia stato impegnato a correre avanti e dietro tra medici e ospedali per emergenze familiari. Ma quella è un’altra storia.  

Intanto un bel 30 e lode a geografia l’ho preso, tra le domande tartassanti dell’assistente che era d’accordo per la lode e il professore che non credeva al suo fido assistente e ha voluto verificare di persona la mia preparazione, finendo poi per confermare la lode. Devo ammettere che nonostante tutto lo studio fatto, questo esame mi ha messo addosso una grande carica di ansia (aggravata da tutta una situazione collaterale), la strizza era ai massimi livelli storici – forse sarà superata o per lo meno eguagliata dall’esame di letteratura latina –, per non parlare dell’irascibilità e l’aggressività. Eppure appena mi sono seduta e mi è stata posta la prima domanda tutto è svanito, come al solito, come mia consuetudine: ho iniziato a parlare sicura e tutto quello che fino a un attimo fa pensavo non avesse mai attecchito nella mia mente, in realtà era lì, riaffiorava in quel momento in quel filo di parole che solo la domanda successiva poteva interrompere. Inoltre, il prof e l’assistente non mi sono sembrati per nulla gli aguzzini spietati che tutti avevano sempre dipinto. Anzi, il professore ha voluto insistere con le domande ma con grande tranquillità, come se stessimo chiacchierando amabilmente di concetti di “regione”, di determinismo geografico, di detriti morenici, di geo-morfologia europea. Ma il meglio di sé lo ha dato sicuramente l’assistente alla fine dell’esame. Partiamo con una premessa. Nel corridoio fuori dall’ufficio del prof, che in quel momento sembrava un girone infernale di anime in pena, tra i tanti esaminandi vi era uno alquanto strano. Avrà avuto più di trent’anni, forse viaggiava per i quaranta, vestito totalmente di nero e con degli occhialetti tondi; andava su e giù per il corridoio, un po’ impettito, con il suo manuale di geografia ben saldo sotto il braccio; l’avevo notato appena arrivata in dipartimento, tant’è ho pensatio si trattasse di un assistente. Poco più tardi ho scoperto essere un esaminando da alcune conversazioni che intratteneva con persone che sembravano incontrate per caso, o nemmeno conosciute, in cui aveva un po’uno strano atteggiamento da saccente, quello che sembra affrontare l’esame a occhi chiusi, la solita persona sicura che rende ancora più timorosi e insicuri chi se la sta facendo praticamente sotto e vorrebbe solo scappare urlando. Addirittura cercava di tranquillizzare i colleghi ma subito dopo affermava di essere stranamente ansioso per questo esame. Poi non l’ho più visto fino a quando, terminato il mio esame, mentre aspettavo che l’assistente verbalizzasse, il prof chiama il tizio strano a sostenere l’esame; lui entra, saluta energico e sicuro il prof e gli chiede di chiudere la porta alludendo qualche scusa strampalata, del tipo “sono timido”. Il prof e l’assistente si guardano basiti, forse più per l’atteggiamento che per la richiesta, e mentre l’assistente, sempre seduto di fronte a me, dice che non si può chiudere la porta perché l’esame è pubblico, il prof si affaccia sul corridoio e rivolgendosi a chi cercava disperatamente di spiare e caprate qualche aiuto, dice un po’ divertito : “Su ragazzi, non guardate che il ragazzo è timido. Fatevi i fatti vostri!”.(Ok, io adoro il prof di geografia!) Ma il peggio è arrivato quando il tizio si è seduto e affermando che “portava il Canada”, ha esordito dicendo che il Canada ha dei confini, che all’interno ci sono delle montagne, che a sud confina con gli USA ma che in mezzo ci sono i Grandi Laghi, che a destra e sinistra si trovano gli oceani; alla faccia interrogativa del prof, il tizio ha affermato che “stava dicendo le cose un po’come gli venivano in mente, perché i concetti generali sono tanti”. Ed è lì che l’assistente ha staccato gli occhi dal registro e alzando la testa mi ha guardato con gli occhi sbarrati, con l’espressione di chi non crede a ciò che le proprie orecchie stanno sentendo. Più volte in seguito l’assistente mi ha guradato con quegli occhi e quell’espressione sbalordita, con quell’aria sconvolta ed io tutte le volte l’ho guardato con la stessa espressione sconvolta, condividendo il suo stupore, il suo visibile turbamento. Caro assistente sappi che in quel momento avevi tutta la mia solidarietà. .

Ancora oggi quando ci penso mi viene da sorridere e rivedo quella faccia inorridita che chiedeva pietà, un’espressione che le parole da sole non riescono pienamente a descrivere; divertita ricordo  il prof e i suoi modi garbati ma attraversati da una costante e sottile ironia. Soprattutto ricordo questo esame che tanto mi ha impegnata, che tante soddisfazioni mi ha dato, che tante nozioni mi ha trasmesso, che per troppo tempo mi ha tenuta lontana dal mio blog.

Addesso, però, sono tornata.  

Torno presto

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Sono viva, non temete. Anche se sommersa da libri, penne, foglietti, caramelle, bottigliette d’ acqua vuote, vocabolario, cartine geografiche, quaderni: sopravvivo.
Questa lunga assenza è dovuta allo studio ossessivo compulsivo che mi tiene incollata a questa scrivania, per chissà quanto altro tempo. Un esame che sembra un parto, una tortura che sembra non finire mai, perché mai finiscono questi benedetti quattro libroni che ormai sono gli unici compagni di giornate monotone e sempre uguali. Sopporto e tengo duro fino alla fine; mentre fuori la vita scorre, le giornate si allungano e la primavera sembra pronta a scoppiare. Sempre che non scoppi io prima.
Quale crudeltà!
Torno alle “sudate carte”, ma sono sempre qui con la mente e lo spirito.

Addobbi “vintage” e prove tecniche di fotografia. Intanto -13.

-13

 

Ok, lo so che per molti le mie foto (compresi i miei disegni) potranno sembrare opera da dilettante – in fondo un po’ lo sono, perché negare – però in mia difesa voglio dire che sto imparando. Mi sto esercitando nella fotografia, nella composizione, nella ricerca della luce migliore, cercando di sviluppare e affinare un mio stile che passa questa volta attraverso l’occhio, col veicolo delle immagini, per arrivare a chi se le troverà davanti in modi diversi da quello che è solitamente il mio canale preferenziale, le parole.

È vero, con le parole si può fare tutto, si costruiscono situazioni, si dipingono mondi, si plasmano personaggi che talvolta sono talmente vicini che ci sembra proprio di toccarli, di sentirne il calore, di percepirne il respiro. Io amo le parole, un amore profondo, viscerale; per me sono come l’aria, indispensabili e scrivere – come ho cercato di descrivere qui – non è solo un esercizio di stile o una forma di espressione, è donare se stessi.

Le immagini, in questo caso le fotografie, sono altresì canali potenti e diretti che veicolano messaggi, mostrano mondi e altri ne celano all’occhio pigro e scettico. Una sola immagine da sola può essere la sintesi perfetta del tutto che non ha confini, che occupa spazi ben più ampi di quelli delimitati dalla carta fotografica. Proprio perché consapevole di questo, sto cercando di ampliare i miei mezzi comunicativi, nel mio piccolo è una sperimentazione che passa dall’obiettivo di una fotocamera presa in prestito e dai pastelli e pennarelli messi da parte tempo fa, quando ho lasciato l’isola dell’adolescenza.

Certo non posso parlare di una vera potenza comunicativa attraverso queste semplici foto che giorno per giorno propongo. Questo è diletto, un piccolo progetto natalizio nato su due piedi – che si sta rivelando più impegnativo del previsto –, una sfida che mi sono impegnata a portare a termine e che non disdegno possa diventare un appuntamento fisso per i prossimi periodi di Avvento.

Dunque concedetemi errori tecnici, rozzezza di esecuzione e composizione ma sto iniziando da zero con le mie sole forze.

Per la foto di oggi – solo meno 13 giorni a Natale – vi propongo un altro pezzo del repertorio di addobbi natalizi di casa mia; direi un pezzo “vintage” dato che questo era utilizzato per addobbare casa di mia nonna materna e prima ancora la casa in cui vivevano mia madre e la sua famiglia. Probabilmente questa slitta di Babbo Natale trainata da renne proviene dagli Stati Uniti. Non ricordo con precisione, lo accerterò e ve lo farò sapere. C’è da dire che mentre il Babbo Natale Assassino in casa nostra ha occupato sempre lo stesso posto, la slitta di posti e angoli diversi ne ha visti parecchi. Attualmente, per questo Natale, è sulla mensola del termosifone della cucina, ben in vista.

Chissà l’anno prossimo da quale angolazione ci osserverà.

E il vostro pezzo forte tra gli addobbi natalizi qual è? Se passate di qui e vi va di condividerlo con me potete farlo qui sotto, o scrivendo due righe a sibylbiscuit@hotmail.it.

Pensiero cazzeggio – Ossessione post it

 

ossessione post it

ossessione post it

Ok, lo confesso, ho una certa ossessione per i post it.

Qualsiasi dimensione, forma o colore è ben accetto.

Li uso praticamente per tutto: segnare le cose, scrivere appunti, a volte interi testi è capitato, disegnare, come segnalibro, per tappezzare le pareti e le ante dell’armadio della mia stanza. Naturalmente sono sparsi singolarmente o raggruppati nelle varie borse e non di rado è capitato che estraendo un oggetto, tipo portafoglio o chiavi, ci sia un post it attaccato con chissà quale scritta o disegno. Inutile dire che ogni volta che studio una materia prendo appunti, segno parole chiave o faccio schemi su un blocchetto di post it messi insieme e li rileggo mentre vado in stazione, sul treno e fino a quando non sono davanti al professore. Una volta ho usato dei post it per rivestire un foglio bianco e anonimo. Altre volte mi capita di piegarli su se stessi più volte e intagliarli con le forbici per poi osservare aprendoli il risultato di quella mai perfetta simmetria.

Dunque se prima o poi vi dovesse capitare di vedere su “Real Time” in uno di quei programmi strani (tipo ossessioni o sepolti in casa) dove una tizia è sommersa da post it con molta probabilità potrei essere io.

Buonanotte!