A tutte le donne

 

Auguri e figlie femmine per la festa della donna! Ma sì, tanto per sdrammatizzare un po’.

Di commenti e auguri strampalati e scontati oggi ne ho letti davvero tanti.

Ho letto auguri del tipo “perché noi valiamo”, auguri di chi ricorda di avere una dignità di donna solo oggi – ma che perderà in serata quando andrà con le amiche ad assistere allo spogliarello/lap dance di un maschietto in perizoma che sembra appena estratto da una friggitrice; o la perderà assieme alla voce cantando a squarciagola al karaoke “siamo donne, oltre le gambe c’è di più” mentre agita ramoscelli innocenti di mimosa –; ho letto gli auguri di chi aveva ancora la bocca piena dell’ultimo morso di torta mimosa per festeggiare l’occasione (per carità, nulla contro le torte, sia chiaro); di chi li fa giusto perché teme ritorsioni di varia natura dal genere femminile più prossimo, o spera semplicemente di non andare in bianco stasera e in quelle a venire. Ho letto gli auguri di uomini che esaltano le proprie principesse come uniche e speciali – magari solo per oggi non alzeranno le mani per picchiare e ribadirne il possesso –, di uomini sinceri e che in fondo (forse) sanno che abbiamo quel qualcosa in più; gli auguri di uomini maschilisti, che questa sera in piccoli “commandi” si aggireranno per i locali in cerca di prede da lusingare e rimorchiare. E non sono mancati nemmeno gli auguri di tutte le compagnie telefoniche che stanno regalando a destra e a manca gigabite manco fossero confetti anche agli uomini.

Almeno alcune case automobilistiche si sono risparmiate di regalare alle donne che acquistano un’auto in questi giorni niente meno che i sensori di parcheggio come gli anni scorsi. una trovata che più che altro sembrava gettare – è il caso di dirlo anche se costa cara – benzina sul fuoco sull’eterna diatriba tra sessi, nonché caposaldo del più spicciolo maschilismo, il luogo comune “donna al volante, pericolo costante”.

Poi c’è un mondo a parte, quello delle idee forti, di chi ogni giorno combatte contro il femminicidio e usa la risonanza di questo giorno per rafforzare il proprio messaggio contro tutti gli orrori subiti dalle donne. È la voce di chi chiede solo un po’ più di parità ed emancipazione in un mondo retto (nella maggior parte dei casi) da uomini senza scrupoli, uomini di potere ammaliati e soggiogati dalla “fica”, uomini per cui l’anatomia femminile non va oltre tette-gambe-culo.

Ma le eccezioni ci sono sempre, è bene precisarlo (non si voglia urtale la sensibilità di alcuni ometti): sono gli auguri di uomini che (oltre ad aver fatto pace col cervello) sono in pace con quell’angolo tutto femminile che è in loro; sono i non-auguri di uomini che tacciono e basta e nei loro silenzi ci puoi leggere di tutto (invidia, rispetto, inferiorità, ammirazione, indifferenza, orgoglio…).

Io intanto non festeggerò.

Di una cosa, però, sono certa: essere donna è una cosa meravigliosa. Ogni giorno.

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Ho vinto io. E questa volta è un addio.

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Ti ho detto addio. Finalmente.

Ho messo fine a quel legame così naturale e così tanto morboso che solo al pensiero fa ancora male.

Uniti per tanti anni. Troppi.

Un’altalena di dolore a cui sempre avrei voluto mettere fine, ma ogni volta che andavi via quel pensiero di fine andava via con te.

Poi tornavi improvviso, senza un perché, a distruggere la mia serenità. Più mi chiedevo perché e più non capivo, cercavo risposte in me e negli altri che inevitabilmente mi dicevano che dovevo estirparti dalla mia vita come si fa con l’erba cattiva; perché non potevo andare avanti così, loro mi vedevano soffrire per te.

Una sofferenza inutile come inutile sei stato sempre tu. Lo sapevo. Ma tu c’eri e la mia arrendevolezza, tutti i timori e il terrore che il pensiero di una fine poteva provocare mi paralizzava.

Anche le piccole cose quotidiane erano diventate impossibili quando decidevi di venirmi a trovare per scombussolare i miei piani.

Mi privavi del sonno e del riposo, anche uscire per andare e bere qualcosa con gli amici era diventato un incubo, portare sul viso i segni visibili che tu provocavi e poi i farmaci per lenire quel dolore, rigettandolo in fondo quando decidevi di andar via.

Poi un giorno mi sono guardata allo specchio, ho guardato i miei occhi e ho scorto solo una grande disperazione, talmente grande da riuscire a schiacciare tutte le paure. È lì che ho scorto quella scintilla di coraggio che mi è sempre mancato.

Ma il coraggio sarebbe stato nulla senza la presenza di quell’uomo, senza la fiducia che è riuscito a instillare in me.

Quell’uomo ha visto tutto il male che mi facevi, mi ha capita, mi ha aiutata, ha agito con tenacia e pazienza lì dove altri si erano fermati solo alle parole.

Quell’uomo mi ha liberata per sempre da te. Poi mi ha salutata con un bacio in fronte ed un sorriso.

Ce l’ho fatta.

È stato difficile, intenso, doloroso, ma quel sospiro di sollievo che mi ha attraversato il corpo quando ho capito che tutto era finito davvero, non lo dimenticherò mai.

Certo, ci vorrà del tempo per cancellare tutti i segni, eppure mi è bastato solo un attimo per realizzare quella mia nuova libertà. Da te.

Ho vinto io. E questa volta è un addio.

Addio dente del giudizio.

P.s. Che avevate pensato? Su scrivetelo nei commenti.

P.p.s. Nessuno mi aveva detto che avrei salivato più di un cane di Pavlov.

Happy Earth Day

earthday

Oggi è la giornata mondiale della Terra. Che sostiene i nostri passi, ci ospita, ci accarezza con la brezza e ci nutre coi suoi frutti. Qualche volta si arrabbia con noi, giustamente, ma ogni giorno ci regala albe e tramonti mozzafiato, distese marine da perdersi nell’orizzonte, vette acuminate e dolci clivi, chiome frondose per ripararci all’ombra e quel soffio di vita che invade anche noi.

Se solo ci fermassimo più spesso a osservarla, se solo chiudessimo gli occhi e inspirassimo la sua essenza. Sarebbe così facile dirle grazie con gesti anche piccoli.

È tornato il sole

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Rieccomi.

Il sole sembra essere tornato dopo giorni di pioggia. Solo qualche timido raggio, ma fa calore.

Torna la quiete, torna la serenità interiore dopo un periodo buio, tormentato, che mi ha sfibrata e prosciugato le energie.

Una mancanza sempre presente, lei non c’è più. E poi paure, tensioni, affanni, una lotta contro il tempo e le insicurezze.

Infine decidi di fermarti. Devi fermarti. Lo sai. Decidi di respirare, profondamente. Decidi di riprenderti la vita, di rallentare e ritrovarti.

Così ritorno, riafferro saldamente le redini della mia vita. Saluto un nuovo mese e un nuovo giorno di sole con una tazza di tè verde con zenzero, limone e miele.

 

Basta! Corro!

Ieri sera avevo iniziato a scrivere, buttando giù parole a caso in attesa di una scintilla di ispirazione. Ma niente, sono crollata prima di poterla raggiungere. Ero praticamente sfinita da una mattinata passata in giro per il centro di Bari (e finalmente ho acquistato i miei occhiali da sole nuovi, fighissimi, tartarugati e naturalmente Ray Ban – ma non facciamo pubblicità, tanto non ne hanno bisogno), con una lunga sosta alla Feltrinelli – da cui naturalmente non si può certo uscire a mani vuote – dove ho acquistato il libro “Il conto delle minne” di Giuseppina Torregrossa che ormai da molto volevo leggere e con altri acquisti fatti dal mio lui e da mia sorella (ebbene sì, mia sorella ha comprato un libro! Che emozione! Sono fiera di te baby!) ho preso anche un libro di cucina, “Vegetariano” della collana “I love cooking” della Gribaudo in promozione e che va ad aggiungersi a quello che presi precedentemente sul finger food. Tranquilli non divento vegetariana, continuo ad essere una onnivora convinta a cui non dispiacciono tendenze alimentari differenti. Sperimenta, è tra i miei imperativi preferiti. Dopo questa intensa mattinata e un primo pomeriggio non del tutto rilassante, mi son detta basta, vado a correre! Ho indossato la tuta, ho rispolvverato le mie candide scarpe da running e con gli auricolari nelle orecchie sono scesa per strada. Ho percorso il lungo viale alberato, costeggiando la ferrovia. Ho corso, camminato velocemente a ritmo di musica, salito e sceso più volte le scale del sovrappasso (che pare di scalare una montagna). Ho pure saltellato come una mezza rincoglionita mentre le macchine mi passavano accanto rallentando con conducenti un po’ perplessi. 45 minuti senza mai fermarmi, senza permettere ai muscoli di rimanere anche per un solo secondo immobili e permettere alla mia mente di riprendere a pensare, a macinare idee confuse. Correvo e non pensavo a nulla, la mia mente era libera, io ero libera da quel mostro invisibile e oscuro che di recente troppe volte sembra stritolarmi le viscere e togliermi il respiro. Correvo mentre la sera si allungava, il buio conquistava il cielo trapuntato dalle prime stelle. C’ero io e basta, il corpo che con il dolore e la stanchezza sembrava ribellarsi a quella strana e insapettata decisione di lasciare tutto e mettersi a correre, dopo tanto tempo, forse troppo, dopo un lungo periodo di immobilismo, ferma con il corpo, prigionièra con la mente. Come si dice “mens sana in corpore sano”, ed io voglio crederci, voglio assecondare un pensiero sano che possa portarmi alla conquista di un nuovo equilibrio.

Intanto spero che l’acido lattico abbia pietà di me nei prossimi giorni e progetto nuove corse strampalate.

Farfalle che si posano su rose di panna viola e altre strane idee. Happy b-day to me!

farfalle

Ok ok manteniamo la calma. Lo dico tutto d’un fiato, così fa meno impressione.

Oggièilmiocompleannoecompio27anni!

Chiaro no?

Dalla mezzanotte ho già ricevuto un numero considerevole di auguri e altrettanti “ste a fa vecchij!”, tradotto dal pugliese “stai invecchiando”. Ringraziando per gli auguri, bacini e baciotti rispondo riproponendo anche quest’anno la frase “non sto invecchiando, sono nel fiore degli anni”, che ormai mi accompagna da qualche compleanno a questa parte (come potete leggere qui). Un chiaro escamotage per illudermi che c’è ancora tempo per tutte quelle convenzioni sociali che inevitabilmente e dolente o nolente ti travolgono sulla soglia dei 30 anni, così come tutte quelle responsabilità che soprattutto i tuoi non vedono l’ora che ti assuma: per la serie “quando ti sistemi?”. Suvvia tutti abbiamo i nostri tempi.

Che poi che significa “sistemarsi”. Inevitabilmente si pensa al pacchetto matrimonio, famiglia e figli, e solo allora tua madre sarà soddisfatta, solo allora per lei sarai davvero una donna adulta; in fondo qui nel profondo sud è quello il quadretto ideale. Ma non per me. Non dico che rifiuto tale idea (anche se quella del matrimonio con fronzoli e spese spropositate assolutamente la allontano da me), ma non credo sia concretizzabile in un futuro realmente prossimo e non per mancanza di “dolce metà”, semplicemente per mancanza di stabilità, in primis economica.

Ma lungi da me tali pensieri seriosi in questa giornata che di festa non sarà, perché come ogni anno ribadisco con Agne “è un giorno come tutti gli altri” (semplicemente ti senti dare in maniera scherzosa e malcelata delle vecchia ogni 10 minuti, ma per fortuna avviene solo una volta l’anno). In verità mi aspetta una riunione e finalmente sarà svelata la prima probabile fregatura di questo inizio anno (i particolari qui).

L’unico pensiero festoso è per la torta di compleanno che ormai progetto da giorni. Voglio regalarmi una torta d’effetto, bella, affascinante, viola e sicuramente buona da condividere con chi vorrà farlo, con amici e parenti. Semplicemente perché quest’anno (dopo compleanni insignificanti) mi va così, perché voglio questo, voglio esprimere me stessa con una torta, donarmi una piccola gioia che passi dal gusto, dalla vista, dall’olfatto e arrivi dritta all’anima. Ebbene sì, ho anche disegnato la torta ideale. Spero solo che la realtà si avvicini anche in piccola parte all’immaginazione.

Vi lascio dunque qualche schizzo e disegni liberi come le farfalle che la scorsa notte volavano tra i miei pensieri per poi posarsi sul mio foglio bianco.

Addobbi “vintage” e prove tecniche di fotografia. Intanto -13.

-13

 

Ok, lo so che per molti le mie foto (compresi i miei disegni) potranno sembrare opera da dilettante – in fondo un po’ lo sono, perché negare – però in mia difesa voglio dire che sto imparando. Mi sto esercitando nella fotografia, nella composizione, nella ricerca della luce migliore, cercando di sviluppare e affinare un mio stile che passa questa volta attraverso l’occhio, col veicolo delle immagini, per arrivare a chi se le troverà davanti in modi diversi da quello che è solitamente il mio canale preferenziale, le parole.

È vero, con le parole si può fare tutto, si costruiscono situazioni, si dipingono mondi, si plasmano personaggi che talvolta sono talmente vicini che ci sembra proprio di toccarli, di sentirne il calore, di percepirne il respiro. Io amo le parole, un amore profondo, viscerale; per me sono come l’aria, indispensabili e scrivere – come ho cercato di descrivere qui – non è solo un esercizio di stile o una forma di espressione, è donare se stessi.

Le immagini, in questo caso le fotografie, sono altresì canali potenti e diretti che veicolano messaggi, mostrano mondi e altri ne celano all’occhio pigro e scettico. Una sola immagine da sola può essere la sintesi perfetta del tutto che non ha confini, che occupa spazi ben più ampi di quelli delimitati dalla carta fotografica. Proprio perché consapevole di questo, sto cercando di ampliare i miei mezzi comunicativi, nel mio piccolo è una sperimentazione che passa dall’obiettivo di una fotocamera presa in prestito e dai pastelli e pennarelli messi da parte tempo fa, quando ho lasciato l’isola dell’adolescenza.

Certo non posso parlare di una vera potenza comunicativa attraverso queste semplici foto che giorno per giorno propongo. Questo è diletto, un piccolo progetto natalizio nato su due piedi – che si sta rivelando più impegnativo del previsto –, una sfida che mi sono impegnata a portare a termine e che non disdegno possa diventare un appuntamento fisso per i prossimi periodi di Avvento.

Dunque concedetemi errori tecnici, rozzezza di esecuzione e composizione ma sto iniziando da zero con le mie sole forze.

Per la foto di oggi – solo meno 13 giorni a Natale – vi propongo un altro pezzo del repertorio di addobbi natalizi di casa mia; direi un pezzo “vintage” dato che questo era utilizzato per addobbare casa di mia nonna materna e prima ancora la casa in cui vivevano mia madre e la sua famiglia. Probabilmente questa slitta di Babbo Natale trainata da renne proviene dagli Stati Uniti. Non ricordo con precisione, lo accerterò e ve lo farò sapere. C’è da dire che mentre il Babbo Natale Assassino in casa nostra ha occupato sempre lo stesso posto, la slitta di posti e angoli diversi ne ha visti parecchi. Attualmente, per questo Natale, è sulla mensola del termosifone della cucina, ben in vista.

Chissà l’anno prossimo da quale angolazione ci osserverà.

E il vostro pezzo forte tra gli addobbi natalizi qual è? Se passate di qui e vi va di condividerlo con me potete farlo qui sotto, o scrivendo due righe a sibylbiscuit@hotmail.it.

Vi racconto una favoletta

C’era una volta una donzella che forse aveva fuori posto qualche rotella. Di tanto in tanto la donzella cercava annunci di lavoro interessanti, che in realtà si rivelavano poco gratificanti, inviando un po’ qua un po’ là il suo curriculum vitae senza spesso ricevere risposta alcuna (a parte quelle dalle agenzie di procacciatori d’affari o per falsi annunci che gira che ti rigira offrivano solo contratti da rappresentanti di apparecchi medicali e per la casa dalle capacità miracolose ma non ben definite, soprattutto nel costo). Un bel giorno però, il suo cellulare squillò: era una gentile signorina dell’azienda piripidù che la invitava ad un colloquio di lavoro. In realtà la donzella aveva risposto mesi e mesi e mesi prima a un’inserzione di quell’azienda attraverso uno di quei portali per offerte di lavoro a cui ti iscrivi, ti inondano di mail, ma non ricevi mai un riscontro. La gentile signorina di piripidù le dice che ci sono anche altre posizioni aperte in azienda che avrebbero potuto interessarle! In un misto di emozioni, tra incredulità ed entusiasmo con un pizzico di scetticismo, la donzella accetta il colloquio.

Man Circling Help Wanted AdsGiunto il giorno dell’appuntamento la donzella si mette alla guida e giunge alla sede centrale dell’azienda piripidù, non prima di aver sbagliato strada essendo andata oltre l’incrocio dove avrebbe dovuto girare a sinistra e arrivando alcuni chilometri dopo in un’altra città vicina; in fondo che colpa ne ha la donzella se spostano o rimuovono l’unico cartello indicativo grande quanto un palazzo che lei aveva preso come solo riferimento sul caro google street view! Tutta carica e tirata a nuovo la donzella si accomoda a sedere nella hall dell’edificio e dopo mezz’ora di attesa in cui ha assistito ad un andirivieni senza fine di ingegneri, dottori, tipi che affannati correvano perché dovevano prendere aerei per chissà quali destinazioni, facchini, segretari, postini, ecco giungere il suo momento. Quel lasso di tempo in cui tutto può succedere, in cui cerchi di venderti al meglio e in cui speri forze ignote affinché non ti facciano fare gaffe inutili. Si palesa carina e gentile la stessa signorina sentita al telefono che la conduce in una stanza dalle finestre interne, stile stanza degli interrogatori tipica dei telefilm americani; dopo averla fatta accomodare si siede di fronte a lei e inizia attentamente a esaminare il suo curriculum. Le porge svariate domande e la donzella inizia a sciorinare una serie di esperienze lavorative e formative ricche di dettagli con un po’ di compiacimento; rispondendo le dice sogni, aspirazioni, codice fiscale, numero di scarpe, piatto preferito, ultimo film visto, dolce, caffè e ammazzacaffè. Dopo aver illustrato la posizione aperta e oggetto in quel momento di urgente richiesta dall’azienda piripidù, ovvero addetta alla reception e centralinista – che non aveva nulla  a che fare con l’annuncio per figura di operatore di ufficio retail a cui la donzella si era candidata mesi prima – la cara signorina attacca con un bel pippone inevitabile sulla storia della piripidù, sulla crisi (quella ci sta sempre bene, un po’ come il prezzemolo in tutte le minestre), sull’espansione, le norme, le figure professionali, la qualità dei prodotti ecc, ecc.

Infine chiede alla donzella se ha domande da fare e quest’ultima chiede naturalmente quale tipologia di contratto verrebbe offerta in un’ipotetica assunzione aspettandosi già le solite risposte evasive che aprono le porte  a tristi prospettive di sfruttamento sottopagato. Invece no! Ecco profilarsi in un orizzonte non così irraggiungibile un contratto vero: (qui parte l’elenco con la voce del ragioner Fantozzi e la tipica musica di sottofondo) tutto a regola d’arte e a norma, quattordici mensilità, ferie, malattie, settimana lavorativa fino al venerdì, full time con pausa pranzo, forte possibilità di indeterminato per 1100 euro al mese come paga base! Sogno o son desta, si chiede la donzella. Ahimè cotanto bagliore inizia ad affievolirsi quando la cara signorina riferisce che da quella posizione non ci sarebbero state possibilità di trasferimento ad altra mansione e che però avrebbe visto meglio la donzella in reparti marketing o risorse umane. In sostanza il curriculum della donzella era troppo, era sprecato per il ruolo di receptionist (ancora voce da Fantozzi). Praticamente sedotta e abbandonata. Dopo tale amara conclusione e frasi e saluti di circostanza la donzella lascia l’azienda piripidù rimettendosi in viaggio, consapevole di conoscere ora la strada del ritorno e che non ci sarebbero state altre occasioni per non sbagliare incrocio. Fine.looking for a job

Vi è piaciuta la favoletta? Insomma di questi tempi non lavori o perché non c’è lavoro, o perché non hai le capacità o addirittura perché ne hai troppe! Praticamente è come se all’interno di una coppia uno dei due lasciasse l’altro con la patetica e ridicola scusa del “ti lascio perché non ti merito, tu sei troppo per me”. Che io non ho mai capito con che coraggio uno possa pronunciare queste parole con la pretesa di non essere gonfiato giustamente di botte. Morale della favola: sono ancora senza un lavoro, oltre il danno anche la beffa. E intanto la disoccupazione giovanile va su su su. 

Da Masterchef a Masterpiece, l’evoluzione del talent show

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Ieri sera dopo aver cenato ed essermi persa in divagazioni varie, mi sono messa a fare un po’ di zapping in tv, di quello disinteressato che sai già si concluderà con scarsi risultati, anzi forse con l’unico risultato definitivo di spegnere la scatola luminosa delle delusioni. Invece no, su RAI3 mi sono imbattuta nella seconda puntata di “Masterpiece”, naturalmente a puntata già inoltrata, una sorta di competizione per nuovi talenti letterari; “il primo talent show per aspiranti scrittori” è ufficialmente definito. In pratica il “Masterchef” per scrittori emergenti o presunti tali. Vi sono concorrenti (tale mi viene spontaneo definirli) che nella vita di tutti i giorni svolgono professioni differenti ma che coltivano la scrittura come passione, a volte come esigenza e impellenza espressiva; concorrenti che davanti alla giuria composta da Andrea De Carlo, Giancarlo De Cataldo e Taiye Selasi (conduttore e coach Massimo Coppola) da cui sono stati selezionati in base alla propria opera, si scontrano in prove di scrittura per sfoggiare le proprie capacità e magari vincere la possibilità di pubblicare il loro libro in credo 100.000 copie dalla Bompiani (che non sono per niente poche, anzi sono un sogno realizzato per chi ha la volontà di veder pubblicate le proprie parole).masterpiece-rai3

Avevo sentito parlare e scrivere di questo programma, soprattutto sul web, e incuriosita mi ero promessa di vederlo – ma si sa, come tutte le cose che mi prometto di fare o in questo caso i programmi che mi prometto di vedere, naturalmente non ne porto a compimento nessuna –, anche solo per cambiare canale. Avendo visto solo metà della seconda puntata è difficile farsi un’idea compiuta, cercare di valutare quanto possa valere il fatto di partecipare ad un talent show per meritarsi in qualche modo l’appellativo di scrittore sotto l’egida di una giuria di esperti, dando così una svolta in direzione letteraria alla propria vita, abbandonando un lavoro o condizione che calza stretto come un paio di scarpe nuove di pelle. Magari, giusto per abbondare, riuscire a “vivere delle proprie parole”. Ecco, il sogno, l’ambizione di menti illuminate, delle più grandi penne della storia, dei primi romanzieri, o per assurdo se vogliamo del logorroico di turno, del dispensatore di parole al vento gratuitamente, di chi scrive parole sconnesse all’apparenza altisonanti. D’altronde c’è qualcuno che questo sogno l’ha realizzato con profitti notevoli, come i politici di casa nostra. Per quello che ho potuto vedere della puntata e sentire dalla lettura di alcuni testi elaborati nel corso delle prove, mi sono trovata abbastanza in linea con i giudizi espressi dalla giuria. Un po’ meno concorde sono stata sul punto riguardante la sintassi traballante di alcuni: per fortuna o sfortuna sono un po’ una “purista della lingua”, non in senso stretto, e considero la sintassi, lo stile, la tecnica di stesura, il ricorso a figure metriche e retoriche componenti non meno importanti del contenuto, di una trama avvincente, della costruzione dei personaggi, del messaggio di fondo, della finalità e dello spirito con cui si scrive. È come dire che significato e significante vanno di pari passo (senza dimenticare il referente). Puoi avere in mente una storia da togliere il fiato, una storia capace di strapparti lacrime e sorrisi, capace di conquistarti, piena di pathos, e avere l’impellenza di raccontarla, ma se le parole che escono dalla penna (o attraverso la tastiera per imprimersi su un foglio bianco virtuale) non hanno l’ordine giusto, se non riescono a incastrarsi perfettamente, se sono esse stesse a non funzionare, allora quella storia rimarrà solo un’idea che per un attimo si era illusa di diventare un capolavoro. Per questo il titolo di “scrittore” è così pesante da portare e ancor più da conquistare; per questo mi fa pena chi ingiustamente si cinge il capo di mirto, o chi con falsa e mal celta modestia afferma di aver scritto un libro. La questione è semplice: in verità siamo tutti potenzialmente in grado di scrivere un libro, lì dove per libro voglio intendere una serie di pagine di carta più o meno voluminose rilegate insieme con una copertina; e ancor più semplice è diventato pubblicare quel libro se siamo noi stessi a stamparlo o semplicemente a pagare colui che può stampare per noi un numero di copie direttamente proporzionale al budget a disposizione. E per inciso trovo patetico chi decide di ricorrere a quest’ultima soluzione per veder pubblicate le proprie parole da regalare in copie multiple a parenti ed amici in cambio di complimenti interessati e ignoranti. Scrivere un libro, o anche solo una racconto, una poesia, è un’operazione più complessa che nasce da un dono innato, un talento, giusto per usate un termine oggi così facilmente sdoganato sulla bocca di tutti. Insomma, per farla breve, o sai scrivere e lo fai con coscienza, o non sai scrivere e ti limiti a scarabocchiare o a salvare innumerevoli megabyte di file word sul pc. Scrivere è aver rispetto di ogni singola parola, conoscerla, trattarla con i guanti bianchi; è dare una via d’uscita ai pensieri, come srotolare una lunga catena in cui sono incagliati inevitabilmente pezzi di te, anche intimi e ignoti a se stessi. Scrivere è provare paura e liberazione, completezza e svuotamento, inquietudine e sollievo. È un atto in cui chi scrive dona se stesso.

Per tutto questo Masterpiece a prima vista mi appare come una forzatura, un artificio in cui è solo riflessa l’idea di scrittura. Cerchèrò però di vedere le prossime puntate per capire se l’impressione è giusta o meno.

L’impressione di chi talvolta si definisce una “scribacchina da quattro soldi”.

Pioggia, vento… mi sa che ci siamo!

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Squillino le trombe! Udite udite forse è arrivato davvero l’autunno!

Mi riservo sempre per ora un pizzico di incertezza perché visto l’andazzo finora, con caldo e gente che il primo novembre ha fatto il bagno al mare (testimonianza raccolta direttamente dalla protagonista dell’episodio, lo giuro eh!), non è detto che il caldo possa farci una visitina a breve. Per ora ci “godiamo” – si fa per dire – il ciclone Venere, che detto così sembra il tormentone della pop star del momento sbucata da un altro talent show magari sud americano (in questo momento me la immagino così, una cosa in stile “Il mondo di Patty” che fortunatamente non ho mai visto). E qui risorge l’eterna domanda che so bene tutti ci poniamo (ammettetelo su, o per lo meno assecondate una povera folle), la domanda a cui sembra non esserci risposta e che mi pongo anche in questo post.

Praticamente le previsioni meteo affermano che Venere farà dimenticare a noi abitanti del sud Italia e soprattutto delle regioni adriatiche di essere in Africa; ci riporterà alla realtà meteorologica della penisola unificandola in una stretta di freddo, pioggia e temporali. Con tutta sincerità non mi dispiace un po’ di freddo: del caldo e delle sue conseguenze non se ne poteva più. E per conseguenze, direi anzi la più sgradevole in assoluto, sono sicuramente le dannate zanzare che disturbano ancora i nostri sonni notturni, ma anche il quieto vivere giornaliero non è più stato tale. Proprio ieri sera ne ho eliminata un’altra che invano ha cercato di attentare al mio sangue, e ammetto in questo di essere una certa professionista, un killer che porta fino in fondo la sua missione zanzaricida. Lo so qualcuno potrà gridare all’atto ignobile e disumano, alla crudeltà e barbarie verso un essere vivente, ma con fermo cinismo chiedo che qualcuno mi spieghi finalmente l’utilità delle zanzare in questo mondo; poi tacerò per sempre (cala un silenzio solenne…).

A parte questo, spero che da oggi possa finalmente dirsi conclusa la serie dei fallimenti nel vestire, l’indecisione del troppo leggero/pesante con conseguente panico che ti sorprende ogni volta devi uscire di casa, perché la tecnica del “vestirsi a cipolla” con me non ha mai funzionato. E poi voglio sbizzarrirmi a indossare stivali come se non ci fosse un domani, anche quelli da neve, ma sì. Ho voglia di sentire il freddo pungente sulle guance e sul naso, riparare il cervelletto e quei neuroni che mi rimangono con un bel cappello; ho voglia tuffarmi estasiata in un mare di coperte, di attaccarmi al termosifone come una cozza al suo adorato scoglio. Sì, quali dolci e sublimi pensieri!

Per ora dò il benvenuto a Venere offrendole una tazza fumante di tè verde con un pezzetto di zenzero fresco mentre lo scoscio leggero mi conferma che fuori piove ancora.

Buon autunno a tutti.