Pensiero cazzeggio (ma mica tanto… ) – Impugniamo le matite!

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Natale sta arrivando ed io sono già all’opera. Come al solito con mille idee per la testa e poco tempo per realizzarle.

Anche quest’anno ci sarà il calendario dell’Avvento per aspettare Natale insieme (lo so, state tutti piangendo di gioia perché non vedevate l’ora! Perché sono lacrime di gioia quelle, vero??).

Come ogni anno dal primo al 25 dicembre, ogni giorno, ci sarà un post sul blog: deliri, ricette, consigli per regali e decorazioni, miei disegni (o per lo meno ci provo) e naturalmente tante chiacchiere. Tutto in questo grande contenitore.

Naturalmente si accettano consigli e idee!

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Fermo immagine – Ispirazione e Pastiglie Leone

ispirazione

Scrivo, finalmente per me e per ciò che mi appassiona. E le cose che mi appassionano ora sono talmente tante, che mi ritrovo a scrivere due post contemporaneamente. Praticamente salto da un foglio bianco all’altro come Heidi saltava contenta e spensierata con le sue caprette sui prati. Che similitudine aulica.

E mentre cerco l’ispirazione, mentre rincorro e catturo parole, mangio Pastiglie Leone al gusto spritz; ed è subito aperitivo.

Ok, sono entrate ufficialmente tra le mie preferite. Ok, stanno diventando una droga.

Buon sabato sera a tutti.

 

Apologia di una morte annunciata – Il Segreto che non lo è

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Ci sono momenti in cui la negatività sembra accumularsi; momenti di difficoltà, di dolore, di crisi, in cui la precarietà della vita sembra essere una costante. Sono momenti in cui può accadere di tutto. E così mentre la Grecia è a un passo dal default ma lotta fieramente con le unghie e i denti, mentre qualcuno intraprende un viaggio della speranza verso un destino incerto e forse drammatico, mentre qualcuno lotta per un posto di lavoro, l’Italia da Nord a Sud è attraversata da un dolore impagabile: la morte di Tristan de “Il Segreto”!

Per chi non lo sapesse “Il Segreto” è la soap opera per eccellenza attualmente in Italia, roba che “Beautifuf nun te temo!”; una produzione di “successo” made in Spagna piena di sentimentalismi, grandi e piccole storielle d’amore, eroi ed eroine, avventure, faide familiari, figli persi e ritrovati, uccisioni, vendette (tipo che Dickens, per citare uno specialista a caso, si sta rivoltando nella tomba) e che Mediaset ha deciso di trasmettere da noi nella fascia oraria pomeridiana e di domenica e quando capita in prima serata (della serie ti piace vincere facile). Che poi a Mediaset Il Segreto ha spalancato le porte a una miriade di film, sceneggiati, altre soap opera spagnole, tra cui “Una Vita”, una cosa terribile sin dalle prime note della sigla iniziale e scritto dalla stessa autrice de Il Segreto, mi riferisce un team di ricercatori e massimi esperti nostrani della soap: mia madre assieme a mio padre che fa finta di non vederlo ma che in realtà non si perde una puntata ed è capace di farti i riassunti schematizzati di quelle precedenti se glielo chiedi, però lui non lo vede eh! Praticamente roba che ormai le serie tv è più conveniente comprarle dagli spagnoli che prodursele a casa propria (cosa che Alex Belli di Centovetrine sta ancora facendo finta di piangere dopo l’isola). Ma dico io, con tante cose che potevamo attingere dalla Spagna, proprio le soap opera? Non bastavano quelle argentine e venezuelane che per anni ci hanno tediato e i cui residuati sono ancora visibili su alcune emittenti locali. Dalla Spagna potevamo prendere in prestito l’apertura mentale, soprattutto quella religiosa cattolica, potevamo giustamente attingere in merito alla questione sui matrimoni gay e le coppie di fatto, alla tolleranza; alcuni potevano imparare dagli spagnoli come fare a vincere finalmente una finale di Champions League (lo ammetto, questa è per te!). Invece ci è toccato prendere Il Segreto e ora piangere la morte di Tristan.

Lo so, molti si chiederanno “e chi sarebbe?”, altri invece “chi se ne frega!”, altri ancora diranno “si sapeva già”, ma non mostrate così poca sensibilità nei confronti delle migliaia di fan, soprattutto donne, che da domenica sera sono praticamente in lutto. Il web si è rivoltato, lo share è decollato, gruppi sono insorti annunciando scioperi a oltranza soprattutto tra le massaie stiratrici seguaci di Barbara D’Urso; si programmano veglie di preghiera, pellegrinaggi a Puente Viejo presso la tomba di Tristan, sit-in davanti agli studi di registrazione della serie e spedizioni punitive nei confronti degli autori. Praticamente una tragedia! Una valle di lacrime, brividi e urla, questo si percepisce dai commenti sui social.

Eppure care fan, care donne addolorate, quella di Tristan è stata una morte preannunciata, ma voi questo avete voluto ignorarlo. E non parlo perché, dopo aver visto stralci delle puntate precedenti e aver sentito vociferare dai miei genitori esperti della morte di qualcuno dei personaggi, io abbia vinto la scommessa coi miei indovinando che sarebbe stato proprio Tristan a morire e praticamente anticipando un mese di puntate. No care amiche, non è così.

Tristan è morto perché ormai il suo personaggio non aveva null’altro da dire, da raccontare. Ormai aveva ritrovato i figli, riunito la famiglia, trovato l’amore con Candela (che poi che razza di nome sarebbe – ecco questo è il genere di cose che probabilmente non sarebbe il caso di attingere dalla Spagna), la felicità era a portata di mano. Dunque quanto poteva essere entusiasmante a lungo andare la routine, la quotidianità se non ti chiami Robinson Crusoe e il tuo autore non è Daniel Defoe? (Concedetemelo, ma questa è per pochi). Avreste avuto le stesse emozioni forti rispetto a un così “grande” colpo di scena? Io non penso. Ormai Tristan era un personaggio esaurito, nella trama narrativa aveva tirato troppo la corda, le sue ramificazioni erano talmente tante che non vi era spazio per altre. Quindi addio. Si gira pagina e si va avanti fino alla prossima uscita di scena di un altro personaggio.

Care fan, era tutto previsto. Non vi resta che unirvi al dolore e alla rabbia delle fan del dottor Derek Shepherd di Grey’s Anatomy, almeno come si dice “mal comune, mezzo gaudio”.

 

Convenevoli estivi – Pensiero cazzeggio sotto il sole

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Puff. Rieccomi. Lo so, dovevo stare via solo per un esame, solo per il mio fatidico periodo di “clausura forzata e volontaria”. Invece sono stata via un po’ più del previsto. Cose varie, belle e brutte, di cui non voglio tediarvi. Quindi di che si parla? Ma di tutto e nulla in particolare. Facciamo solo due chiacchiere, di quelle con tanti convenevoli e domande retoriche che si dicono quando due persone non si incontrano da molto tempo. Quindi sto bene, sono un po’ incasinata (ma dai, che novità!), passerò l’estate a studiare, non sono ancora andata al mare, ergo sono bianca come una mozzarella (bona, però). Non che il mio colorito possa cambiare se decidessi di andare al mare, eh. Generalmente due sono le opzioni possibili: la prima prevede giungere ad un’abbronzatura accettabile come conseguenza ad una disastrosa scottatura; l’altra prevede diventare rossa come un’aragosta appena tirata fuori dall’acqua bollente, mantenere tale colorito che rasenta i toni fluorescenti per qualche giorno per poi ripiombare nel pallore. Secondo poi quale delle due è più allettante? Che poi ogni anno, ogni estate, mi faccio sempre la stessa domanda: perché mai dovrei abbronzarmi tanto da cambiare colore ed essere scambiata per la gemella di Beyoncé (uguali eh, proprio identiche). Dunque pallidi di tutto il mondo uniamoci! Mozzarelle alla riscossa! Difendiamo il nostro orgoglio pallido! Ok, va bene la smetto. Non è il caldo, sono proprio così.

Che poi caldo. Qui un giorno piove, l’altro tira vento e l’altro ancora piove. Che peccato, quanto mi dispiace per quelli che sono già abbronzatissimi (uah ah sotto i raggi del sole – sarebbe il ritornello della canzone di Vianello: lo so, mi faccio paura da sola), tutti neri, quelli che praticamente sembrano avere il sole ventiquattro ore su ventiquattro. Fatemi capire, voi con le nuvole, che sole pigliate? Mi chiedo, qual è il vostro segreto, come fate, e non mi venite a dire la solita barzelletta di mangiare pomodori e carote in quantità che già di mio ne mangio manco se fossi un coniglio. Quindi devo semplicemente prendermela con madre natura, ho capito.

La gioia di questa estate-non estate quest’anno la sto trovando nella frutta. Albicocche, pesche, cesti pieni di ciliegie e mai come prima d’ora tanti fioroni (nella mia città detti anche “clumm”, nome alquanto strano e divertente). Che sono i fioroni? Per chi non è del sud, sono una sorta di grossi fichi, ma dal sapore più dolce e allo stesso tempo delicato. Ci sono quelli bianchi e quelli rossi, che preferisco. In entrambi i casi, però, io li preferisco belli maturi, quel grado di maturazione che io personalmente definisco “smarmy”, cioè marmellata pura.

Dopo un po’ di convenevoli, quattro chiacchiere di pura follia, pongo fine a questo breve incontro. Ci salutiamo da buoni amici e ci diamo appuntamento alla prossima (sembrano i saluti della posta del cuore, mah). Possibilmente una prossima volta in un futuro molto prossimo.

Aprile dolce dormire… con l’antistaminico!

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“Aprile dolce dormire”, questo dice un breve detto popolare, o una sorta di filastrocca. Prima c’è, però, il “Marzo pazzerello, esce il sole e apri l’ombrello” in cui c’è quasi una personificazione di questo mese affetto da tendenze bipolari fortemente contrastanti, che portano come conseguenza il rincoglionimento generale. Dopo aver dovuto patire l’offesa recata dal ritorno all’ora legale che a dispetto del nome, portando le lancette dell’orologio avanti, ci ha fregato un’ora di sonno, ora anche le previsioni meteorologiche ballerine e le temperature che vanno su e giù a casaccio come una giostra di Mirabilandia. Alla fine il nostro bioritmo ha accettato il furto di sonno ma lotta ancora con le temperature, così come noi lottiamo contro il mostro verde che vive nel nostro armadio, contro quel dilemma che assilla i nostri risvegli: come mi vesto? Cosa mi metto? E qui le strategie di vestirsi a cipolla o portarsi appresso mezzo guardaroba, possono essere vincenti o tristemente un fallimento, una sconfitta contro la natura.

Poi è arrivato Aprile e praticamente nulla è cambiato. La mattina appena sveglia metti il muso fuori dalla finestra e vedi il sole che ti sorride seppur timido; mezz’ora dopo esci di casa e mentre ti rechi in stazione inizia a piovigginare. Ok chi si vuole prendere gioco di me? È una congiura? Arrivo poi a Bari e fa caldo, ma davvero caldo. Ecco, tra le cose che non riesco a sopportare ci sono in questo periodo gli sbalzi di temperatura, tipo quello dell’altro giorno, caldo asfissiante sulla banchina della stazione, gelo nel treno nuovo con aria condizionata a palla che scendeva a congelare il cervello e quella manciata di neuroni che ivi sono ancora presenti. I repentini cambi di temperatura, insomma, mi sfiancano.

Aprile è in fondo il mese del risveglio della natura, le rondoni tornano a volteggiare nell’aere, sui rami nudi e ossuti degli alberi nascono le prime foglioline verdi e i boccioli si aprono a nuova vita. Nel mentre, il mio naso si chiude repentinamente, una pesantezza ingiustificata si impossessa e cala sulle palpebre; è il torpore dei sensi, il sonno privo di senso che ti coglie a qualsiasi momento della giornata, è l’antistaminico che ti stronca. Praticamente la fiera dell’apatia, tra bancarelle di voglia di non far nulla confezionata, perdita di tempo sfusa e attività fisica contraffatta. Come può una pillola minuscola, insignificante, insapore, anonima portare a un tale stato di sfacelo, mi chiedo. Inoltre antistaminico significa presenza di allergie, ecco, ma a cosa. Praticamente a tutto il mondo stando al mio naso che sembra stretto da una molletta, a cui poi a gradire si aggiunge mal di testa e un fastidio oculare. Certo, c’è sempre la solita e scontata allergia alla polvere, che un po’ come il prezzemolo va bene con qualsiasi pseudo sintomo di allergia; ma non può essere solo questo.

Ammetto che periodicamente ci sono cose che mi irritano, cose che mi provocano un fastidio simile all’orticaria. Per esempio nell’ultimo periodo ciò che mi provoca un moto irrefrenabile che parte da dentro è la pubblicità dei “Teneroni”: avete presente la pubblicità di quegli hamburger fatti di prosciutto cotto, in cui il tipo ti confeziona in modo “naturale” i suddetti hamburger e poi c’è la tizia che dice <<ci mettiamo anche tanta tenerezza?>>, da un bacio volante e soffia su quelle povere schiacciatine di prosciutto? Sì proprio quella! Ma che stai a dire! Ma che tenerezza! Io ti tirerei una legnata nei sensi. È una cosa irritante, davvero, sarò mica allergica a questo?

E poi mi irritano quelli che su facebook cambiano immagine del profilo ogni 5 minuti per continuare ad avere “mi piace” anche se la foto è stata caricata 10 anni fa, così le lor facce rimangono incollate in prima posizione ogni volta che apri la tua homepage. Ma di cose e persone che mi irritano su facebook ce ne sono così tante che preferisco non scoperchiare tale vaso di Pandora, se no altro che allergia.

Ora che ci penso, negli ultimi periodi sono fortemente allergica a chi produce rumori molesti mentre mangia o si mangia insieme, una misofonia gastronomica che stimola i miei nervi mettendoli a dura prova.

Non sopporto il mio gestore telefonico e le sue simpaticissime soglie settimanali, chi ti racconta cose o fatti a metà, chi seduto sulla stessa fila dei banchi dell’università inizia a dondolarsi in modo da provocare una scossa di magnitudo non indifferente alla tua pazienza già scarsa; chi pensa di poterti fregare con un sorriso; chi ti ferma per strada e mettendoti in mano un libro inizia a parlarti della sua azienda o progetto con un ampio giro di parole per farsi lasciare i tuoi dati, cosa che entrambi sapete non avverrà mai; non sopporto che gli ombretti mi si sfracellino completamente con solo una piccola botta, quando la tua penna preferita cade per terra di punta e sai bene che nulla sarà mai come prima, chi risponde alla tua domanda con un’altra domanda.

E ancora, ancora, ancora. La lista è interminabile.

Comunque, nel mio delirio da antistaminico, benvenuta primavera.

 

 

 

Pensiero cazzeggio – Tisane, parole, progetti e stupore… un post minestrone!

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Cosa c’è di meglio di una bella tazza di tisana, un po’ di sano silenzio e la voglia di creare, scarabocchiare, scrivere, studiare. Direi poche cose. Dunque mi godo un momento tranquillo, tra piccoli piaceri, perdendomi in parole e pensieri.

Siamo già a metà novembre e anche se le temperature sembrano più settembrine, Natale si avvicina; quindi si lavora per il Natale! (Grazie alla regia per l’esultanza del pubblico finto) Sì, avete capito bene, sto lavorando per Natale e in particolare sto progettando il nuovo calendario dell’Avvento. L’anno scorso è stata una scommessa, un mettermi alla prova da più punti di vista: creativo, compositivo, fotografico; ma soprattutto è stata una scommessa con me stessa, per testare la mia capacità di riuscire a produrre e postare in tempi record e per 20 giorni di fila (20 perché la decisione del calendario è stata talmente repentina da essere presa improvvisamente 4 giorni dopo il regolare countdown). Scommessa vinta e credo anche con buoni risultati. E poi devo ammetterlo, nonostante un po’ di affanno che in alcuni momenti mi ha assalita, mi sono anche divertita e appassionata come non mai. Quindi come potevo non replicare? Questa volta sto cercando di prepararmi un po’ prima, partorendo già qualche idea, anche perché a metà dicembre dovrò sostenere un altro esame e poi ci saranno come sempre tanti imprevisti, altri impegni e i regali da preparare… forse (e quel “forse” sai bene è rivolto a te, sì, proprio a te! – Scusate è solo una comunicazione di servizio). Ho già una bella lista di idee stilata a cui ogni giorno se ne aggiungono altre; inoltre quest’anno ci saranno anche delle ricette natalizie tipiche pugliesi e non, senza tralasciare decorazioni e addobbi.

Probabilmente, e forse inconsciamente, ma non troppo, questo piccolo progetto del calendario dell’Avvento è un personale stimolo e desiderio si migliorare un Natale che seppur da lontano non riesco a vedere così scintillante e sereno come vorrei; uno stimolo che allo steso tempo non riesco a non condividere: quindi dovete sopportarmi anche questo Natale!

Nel frattempo continuo a sorseggiare la mia tisana depurativa con l’aggiunta di una bustina di infuso uva nera e fragola della “Bonomelli” che, senza fare marchette, mi sta creando una certa dipendenza, il problema è che non riesco a trovarle facilmente al supermercato: la cosa che più mi stupisce è che una combinazione così semplice possa essermi così gradita; sembra la scoperta dell’acqua calda, lo so, ma il senso più profondo è la bellezza di riuscire proprio a sorprendersi per le cose più semplici. Capita anche a voi? Questo mi fa tornare in mente una conversazione di qualche sera fa con il mio Lui: eravamo belli spaparanzati sul letto a vedere la tv e a mangiare cioccolata (in sostanza il nostro sport preferito ultimamente), lui beve dell’acqua e con quell’espressione tenera, proprio quella quasi da bimbo, mi fa: “Ma a te capita mai, quando bevi l’acqua, di pensare seriamente a quanto sia buona? A che buon sapore abbia in quel momento?”. Sì, ho risposto, capita anche a me; capita di sorseggiare dell’acqua in un momento qualunque e di pensare e ripetere nella testa quanto sia buona, quanto le labbra e il palato apprezzino quel liquido fresco e anonimo, senza colore, senza forma né odore. È questo quello che intendo per stupirsi delle piccole cose, di quelle che tante volte si danno per scontato, di quelle che passano inosservate alla vista ma la cui presenza o assenza diventa tangibile realtà. Alcuni potranno pensare che non ci siamo con la testa, forse in parte potrebbe essere vero, così com’è vero che nello stupore per le cose semplici è racchiusa ancora un po’ di quella poesia del mondo e della vita che diventa sempre più labile.

Così mi stupisco di stupirmi e le parole vanno da sole.

 

 

Questa storia mi ha sfinita

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Questa storia mi ha uccisa, in parte.
Un silenzio prolungato, una clausura forzata, una scomparsa inaspettata e dopo un esame superato. Come al solito quando devo preparare un esame universitario, io sparisco dalla circolazione, mondo reale o virtuale non fa differenza. Ho bisogno di profonda concentrazione, di chiudermi in una stanza con i miei libri e divorare pagine su pagine. Nessun rumore, nessuna distrazione. Ogni piccola cosa esterna può rompere la concentrazione e ultimamente per farlo ci vuole davvero poco… dite che è la vecchiaia che incombe? Mi state dicendo che sono da troppo tempo all’università e che devo darmi una mossa? Sì,  è vero.
Quale cosa migliore, dunque, se non iniziare lo sprint finale con un bell’esamone di storia moderna? E proprio storia moderna è stata. L’esame che tutti amano e odiano, il mio primo esame di storia accompagnato da una fottuta ansia mista a terrore. Questa volta ammetto che mi ha preso veramente male. Ero convinta di non farcela, o per lo meno di farcela in modo disastroso.  Eppure a me la storia moderna piace molto, è il mio momento storico preferito, e adoro anche il professore, dunque ci tenevo particolarmente a dare il meglio. Io e le date, però, non andiamo molto d’accordo, e la Rivoluzione francese è un marasma di avvenimenti; i vari re Carlo II che non si sa bene perché nel Seicento sembrano avere tutti problemi a procreare, dunque via con guerre di successione francese, polacca, austriaca, spagnola. E quel Carlo V, che per una serie di circostanze mette su un regno immenso da una parte all’altra dell’Atlantico, nato il 24 febbraio 1500, lo stesso giorno e mese di mia madre… sarà forse il giorno prediletto dai rompiscatole per venire al mondo? E non dimentichiamo Riforma protestante e Controriforma cattolica con tanto di Concilio di Trento e guerre dei cento, trenta e sette anni. Una mole di fatti, date, avvenimenti, parentele che ho cercato di infilare con forza in meno di un mese nella mia testa, studiando fino alle 4 di notte, perdendo ore ed ore di sonno. Nulla di nuovo, tutto come mia consuetudine, tutto a parte un’ansia da prestazione mai provata prima. Tanto forte da voler scappare via il giorno dell’esame d’avanti all’ufficio del professore con il corridoio di disperati come me. Dopo attimi di travaglio la sentenza: divisione alfabetica quindi esame rimandato a lunedì 29. Due giorni per ripetere, colmare le lacune e soprattutto mandare via l’ansia e la paura. Alla fine l’esame è andato e nel modo meno sperato: 35 minuti di domande (sì, sono stata cronometrata a mia insaputa da una ragazza in attesa di fare l’esame) e un 30 e lode conquistato. Anche questa volta. Soddisfazione indescrivibile, un miscuglio di emozioni e la consapevolezza di essere un po’ più vicina al traguardo finale.
Ora si torna a vivere, a produrre, lavorare, creare e soprattutto a scrivere.

Gir(ament)o di… Italia

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Oggi in giro ci sono più “esperti” di ciclismo che biciclette.

Il Giro d’Italia giunge in Italia (gioco di parole che mi lascia perplessa – mi chiedo da incompetente, infatti, che senso abbia far iniziare la manifestazione ogni anno in un Paese straniero differente) e per questa quarta tappa parte proprio dalla Puglia. Giovinazzo-Bari, una “tappa semplice”, pianeggiante, l’hanno definita gli esperti; 112 Km facili facili, nulla in confronto al “tappone”, definizione attribuita ad alcune tappe che ho trovato su un sito sportivo questa mattina e che da pagana ho riso e deriso ritenendolo un errore proprio del sito, salvo poi essere con massimo stupore smentita da mio padre che me ne ha confermato l’esistenza e l’attribuzione soprattutto alle tappe montane particolarmente piene di insidie. Resta il fatto che “tappone” a me fa ridere, oh. Apro una piccola parentesi. A differenza degli esperti di ciclismo dell’ultima ora, mio padre è un grande appassionato di ciclismo e di biciclette (quando può salta in sella a qualsiasi bici che sia stata modificata dalle sue mani d’oro e fa i suoi giretti, una sorta di percorso liberatorio), nonché di un po’ tutto lo sport in generale; la volata finale (giuro che questo gergo sportivo non è farina del mio sacco) l’ha seguita rigorosamente in piedi, in tensione, con gli occhi sgranati e incollati al televisore. Mio padre non è tipo da tv “pay per view”, da emittenti private e a pagamento, né tanto meno è tipo da stadio; per lui lo sport è libero, pubblico, accessibile a tutti. Sarà per questo che preferisce di gran lunga vedere i programmi d’informazione sportiva, quelli con commenti interminabili, moviole, scambi d’opinione accesi in perfetto stile “processo del lunedì” (per la serie Biscardiailovviù). Poco fa è infatti passato dal ciclismo ad una partita di tennis su una rete x con estrema disinvoltura.

Ma torniamo a questo benedetto Giro d’Italia. Come da qualche anno a questa parte, la carovana rosa (tecnicismi go go go!) passa dalla mia città, Molfetta. Infatti il Giro attraversa solo la città: forse Molfetta non ha “le palle” o i requisiti per proporsi come città di inizio o fine tappa? Noi ci accontentiamo di una toccata e via, che ci frega della gloria (nooooo, ma dove la vedete l’ironia!). Sta di fatto che ti accorgi realmente della sua venuta quando circa una settimana prima del giorno stabilito vedi uomini della multiservizi che rifanno il manto stradale, tappano voragini nell’asfalto e tirano a nuovo solo ed esclusivamente le strade del precorso. Il prossimo anno farò una deviazione verso casa mia e mi rifaccio fare la strada. Altro segno è l’intenso tappezzamento delle strade con cartelli che vietano il parcheggio e la presenza mitologica dei vigili urbani che per l’occasione sono stati moltiplicati chissà per quale arcano sortilegio. Ma il peggio del Giro lo danno i “nuovi esperti”, i tifosi dell’ultimo minuto: come un’orda di zombie invadono le strade, in preda ad un entusiasmo per il ciclismo fino a quel momento assopito chissà dove. I più esaltati amano bardarsi di ogni tipo di gadget acquistato per strada, purché sia rosa, naturalmente con conseguente selfie da pubblicare su facebook con il solito ritornello “ma per fortuna c’è il Giro d’Italia che passa da casa mia”. Sono gli stessi che al passaggio dei ciclisti si sporgono quasi a voler toccare l’idolo ignoto che corre lontano, sono quelli che gli augurano buona fortuna e non sanno nemmeno dove stanno andando e dove finisca la tappa. Sono sempre loro, gli stessi che il secondo immediatamente dopo da baraonda rosa osannano le proprie imprese in bicicletta, mentre il giorno successivo dimenticano completamente l’esistenza di un mezzo di trasporto a due ruote che non abbia un motore.

Senso e controsenso di uno sport per pochi. Insignificanza di persone senza senso (oddiomachehodetto?)

Il Giro d’Italia questa mattina l’ho visto a Bari. No, non sono accorsa al traguardo; ho semplicemente sorpassato la carovana sulla strada statale. Giusto per coerenza.
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Liberazione e libertà

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25 aprile, Festa della Liberazione.

Festa per la mia libertà. Libera da tutto e tutti oggi faccio ciò che voglio.

Mi riapproprio del mio tempo, dei miei spazi, delle mie passioni, dei miei pensieri, delle mie parole.

Finalmente la finestra è aperta e luce viva illumina le stanze della casa piacevolmente silenziosa. Oggi c’è il sole fuori e dentro me.

Finalmente sono ispirata, come non lo ero da un po’ di tempo. Così ne ho approfittato per creare, per sperimentare e giocare in cucina. Ho cucinato con passione, dosando gli ingredienti, ponderando i sapori, alla ricerca di un’armonia di gusto reale che rispecchiasse l’idea che avevo in mente da qualche giorno; ho realizzato la mia ricetta. Una ricetta ideata per un concorso (più in là sicuramente ve ne potrò parlare meglio), che unisce i sapori del mare e  quelli tipicamente mediterranei  con un pizzico di Oriente. Ultimamente uno degli ingredienti che sto utilizzando spesso e in ricette differenti, è lo zenzero, sia secco in polvere, sia fresco grattugiando direttamente la radice. Lo zenzero mi regala buone sensazioni in questo periodo (oddio questa affermazione suona un po’ da invasata, ma spero si capisca cosa intendo), mi fa pensare alla freschezza, ai limoni, al sole, alle belle giornate di primavera con il cielo terso.

Naturalmente per questa occasione “speciale” mi sono dedicata all’impiattamento curato nei minimi particolari ed ho utilizzato (lontano dagli occhi di mia madre) i piatti del “servizio buono”, quelli che sono custoditi da tempi immemori nella credenza del soggiorno per intenderci, e che forse per la prima volta hanno accolto nella loro cavità del cibo. (Che poi mi son sempre chiesta che senso ha avere un mobile dedicato a utensili messi lì solo in mostra, per la serie “io odio quella credenza inutile!”)

E poi via col servizio fotografico, cercando di contrastare gli attacchi a sorpresa di mia sorella che tentava di inforchettare gli spaghetti  colta dalla fame.

Quando anche mia sorella è andata via, la libertà è stata completa. Relax, caffè, cupcake fatti da me, pc, scrittura, cazzeggio. La pace dei sensi.

Buon 25 aprile a tutti, in qualsiasi modo l’abbiate trascorso.

Il parcheggio dell’attesa

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Lunedì mattina ed io inizio la mia settimana di “passione” con una lunga, noiosa, incerta attesa.

Il parcheggio degli “attendenti”. Genitori, fratelli e sorelle, amici, accompagnatori occasionali tutti con la stessa espressione tra l’attesa ansiosa, la noia, in preda alla preoccupazione, sussurrando preghiere affidandosi chissà a quale santo, nervosi e impazienti. Tutti attendiamo. Aspettiamo chi in questo momento sta sostenendo la prima prova del concorso per allievi della Guardia di Finanza a Bari. Io aspetto mia sorella. Attendo come loro nel parcheggio della ferrotramviaria di Bari che si è trasformato questa mattina in una sorta di girone infernale. Anime in pena sostano al sole, altre all’ombra, altre sedute su muretti; qualcuno legge, altri sono concentrati al telefono, altri ancora impegnati in infinite telefonate con tutti i contatti disponibili in rubrica. C’è chi sonnecchia in macchina, chi vista l’ora si è avventurato oltre il parcheggio in cerca di beni di conforto, chi passeggia avanti indietro conoscendo ormai al centimetro le misure delle aiuole. Io mi sto relativamente annoiando. E poi ho fame e sete. E mi fa anche caldo. Dopo un’ora interminabile passata all’aperto, cercando di leggere e studiare un capitolo del libro di storia moderna (ma senza alcun risultato), mi sono rifugiata in macchina e ho deciso di scrivere. Naturalmente mentre la temperatura si alza sempre più e un leggero senso di sauna pervade l’abitacolo. Ma attendiamo fiduciosi qui (anche perché il sedile dell’auto è senza dubbi più morbido e confortevole del muretto freddo). Ho dato un’occhiata al malloppo dei fogli dei test su cui mia sorella ha studiato. Sono tutte domande di lingua italiana: sintassi, analisi grammaticale e logica, ortografia, comprensione dei testi. Sono perplessa. Uno stupore forse dato dalla mia inesperienza in fatto di concorsi. Mi sarei aspettata qualche domanda di logica, diritto, cultura generale, matematica. E invece nulla. Sembra più che altro un test di Lettere. Mi domando come si possa in questo modo giungere ad una efficare selezione per competenze, attitudini, meriti intellettuali. È vero sì, che chi riesce a passare questa prova verrà esaminato in altri ambiti, ma ciò non diminuisce la grande scrematura di candidati che in questa fase viene fatta. Cadono teste per accenti sbagliati, il congiuntivo miete più vittime dei pesticidi sparati a cannone d’estate contro le zanzare malefiche, in molti sono immolati sull’altare delle proposizioni, ed una sorta di roulette russa dei complementi elimina ciecamente sventurati all’arrembaggio. Lingua italiana perdonali perché non sanno quello che fanno! La questione dei test concorsuali e di valutazione è stata più e più volte sollevata, sono piovute pesanti critiche a tutto il sistema organizzativo e ai vari Ministeri di competenza. Non ultimo, circa un mese fa, su “La Stampa” è apparso un interessante articolo firmato dal grandissimo Luciano Canfora (che ho avuto la fortuna di avere come insegnante per il corso di Filologia classica all’Università di Bari) in merito all’efficacia dei test di accesso al TFA, in cui criticava il fatto che i candidati con tale strutturazione non avessero realmente l’opportunita di testare e dimostrare le proprie conoscenze, capacità e preparazione in campi pratici, quelli che diventamo materie di insegnamento delle future generazioni di insegnanti. Canfora proponeva soluzioni semplici e valide, come ad esempio lo svolgimento di temi o brevi trattazioni anche a carattere pedagogico (talvolta, infatti, è proprio la didattica e la metodologia di insegnamento ad essere carente in insegnanti preparati nelle loro materie, e questo sembra quasi un paradosso nel Paese che avuto personalità di spicco in campo educativo come la Montessori). È assurdo proporre in concorsi del genere quasi esclusivamente domande di cultura generale e di lingua italiana che favoriscono nella maggior parte dei casi i fortunati, gli avventori e pochi realmente preparati. Perché non pensare a diversificare e rendere più efficaci taluni concorsi, anche guardando ai modelli di selezione stranieri, lì dove la competenza e la preparazione, accanto ad una buona dose di meritocrazia, la fanno da padrone?

Ah giusto, dimenticavo, siamo in Italia. Eppure non rinuncio ad una possibilità di cambiamento.

Nel frattempo il tizio della macchina parcheggiata alla mia destra sta schiacciando un sonoro sonnellino dopo essere inspiegabilmente uscito dal parcheggio per poi rientrare “di culo”, cioè con la parte posteriore di fronte al muro.

Intanto io attendo.