Da Masterchef a Masterpiece, l’evoluzione del talent show

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Ieri sera dopo aver cenato ed essermi persa in divagazioni varie, mi sono messa a fare un po’ di zapping in tv, di quello disinteressato che sai già si concluderà con scarsi risultati, anzi forse con l’unico risultato definitivo di spegnere la scatola luminosa delle delusioni. Invece no, su RAI3 mi sono imbattuta nella seconda puntata di “Masterpiece”, naturalmente a puntata già inoltrata, una sorta di competizione per nuovi talenti letterari; “il primo talent show per aspiranti scrittori” è ufficialmente definito. In pratica il “Masterchef” per scrittori emergenti o presunti tali. Vi sono concorrenti (tale mi viene spontaneo definirli) che nella vita di tutti i giorni svolgono professioni differenti ma che coltivano la scrittura come passione, a volte come esigenza e impellenza espressiva; concorrenti che davanti alla giuria composta da Andrea De Carlo, Giancarlo De Cataldo e Taiye Selasi (conduttore e coach Massimo Coppola) da cui sono stati selezionati in base alla propria opera, si scontrano in prove di scrittura per sfoggiare le proprie capacità e magari vincere la possibilità di pubblicare il loro libro in credo 100.000 copie dalla Bompiani (che non sono per niente poche, anzi sono un sogno realizzato per chi ha la volontà di veder pubblicate le proprie parole).masterpiece-rai3

Avevo sentito parlare e scrivere di questo programma, soprattutto sul web, e incuriosita mi ero promessa di vederlo – ma si sa, come tutte le cose che mi prometto di fare o in questo caso i programmi che mi prometto di vedere, naturalmente non ne porto a compimento nessuna –, anche solo per cambiare canale. Avendo visto solo metà della seconda puntata è difficile farsi un’idea compiuta, cercare di valutare quanto possa valere il fatto di partecipare ad un talent show per meritarsi in qualche modo l’appellativo di scrittore sotto l’egida di una giuria di esperti, dando così una svolta in direzione letteraria alla propria vita, abbandonando un lavoro o condizione che calza stretto come un paio di scarpe nuove di pelle. Magari, giusto per abbondare, riuscire a “vivere delle proprie parole”. Ecco, il sogno, l’ambizione di menti illuminate, delle più grandi penne della storia, dei primi romanzieri, o per assurdo se vogliamo del logorroico di turno, del dispensatore di parole al vento gratuitamente, di chi scrive parole sconnesse all’apparenza altisonanti. D’altronde c’è qualcuno che questo sogno l’ha realizzato con profitti notevoli, come i politici di casa nostra. Per quello che ho potuto vedere della puntata e sentire dalla lettura di alcuni testi elaborati nel corso delle prove, mi sono trovata abbastanza in linea con i giudizi espressi dalla giuria. Un po’ meno concorde sono stata sul punto riguardante la sintassi traballante di alcuni: per fortuna o sfortuna sono un po’ una “purista della lingua”, non in senso stretto, e considero la sintassi, lo stile, la tecnica di stesura, il ricorso a figure metriche e retoriche componenti non meno importanti del contenuto, di una trama avvincente, della costruzione dei personaggi, del messaggio di fondo, della finalità e dello spirito con cui si scrive. È come dire che significato e significante vanno di pari passo (senza dimenticare il referente). Puoi avere in mente una storia da togliere il fiato, una storia capace di strapparti lacrime e sorrisi, capace di conquistarti, piena di pathos, e avere l’impellenza di raccontarla, ma se le parole che escono dalla penna (o attraverso la tastiera per imprimersi su un foglio bianco virtuale) non hanno l’ordine giusto, se non riescono a incastrarsi perfettamente, se sono esse stesse a non funzionare, allora quella storia rimarrà solo un’idea che per un attimo si era illusa di diventare un capolavoro. Per questo il titolo di “scrittore” è così pesante da portare e ancor più da conquistare; per questo mi fa pena chi ingiustamente si cinge il capo di mirto, o chi con falsa e mal celta modestia afferma di aver scritto un libro. La questione è semplice: in verità siamo tutti potenzialmente in grado di scrivere un libro, lì dove per libro voglio intendere una serie di pagine di carta più o meno voluminose rilegate insieme con una copertina; e ancor più semplice è diventato pubblicare quel libro se siamo noi stessi a stamparlo o semplicemente a pagare colui che può stampare per noi un numero di copie direttamente proporzionale al budget a disposizione. E per inciso trovo patetico chi decide di ricorrere a quest’ultima soluzione per veder pubblicate le proprie parole da regalare in copie multiple a parenti ed amici in cambio di complimenti interessati e ignoranti. Scrivere un libro, o anche solo una racconto, una poesia, è un’operazione più complessa che nasce da un dono innato, un talento, giusto per usate un termine oggi così facilmente sdoganato sulla bocca di tutti. Insomma, per farla breve, o sai scrivere e lo fai con coscienza, o non sai scrivere e ti limiti a scarabocchiare o a salvare innumerevoli megabyte di file word sul pc. Scrivere è aver rispetto di ogni singola parola, conoscerla, trattarla con i guanti bianchi; è dare una via d’uscita ai pensieri, come srotolare una lunga catena in cui sono incagliati inevitabilmente pezzi di te, anche intimi e ignoti a se stessi. Scrivere è provare paura e liberazione, completezza e svuotamento, inquietudine e sollievo. È un atto in cui chi scrive dona se stesso.

Per tutto questo Masterpiece a prima vista mi appare come una forzatura, un artificio in cui è solo riflessa l’idea di scrittura. Cerchèrò però di vedere le prossime puntate per capire se l’impressione è giusta o meno.

L’impressione di chi talvolta si definisce una “scribacchina da quattro soldi”.

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