La luce dopo il letargo

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Torna la primavera e torno anch’io.
Ok, ok, non esageriamo. Al massimo torno come una marmotta che esce dalla sua tana dopo un lungo e freddo inverno passato al caldo, a sonnecchiare, a sognare prati verdi, tenere erbe e freschi fiorellini di campo. Peccato che il mio letargo sia paragonabile più a una clausura passata ininterrottamente a studiare, a cercare di rispettare tabelle di marcia che vanno oltre qualsiasi reale ritmo di studio (per lo meno il mio). E poi ritrovarsi a concentrare molto del lavoro previsto negli ultimi due o tre giorni, togliendo ore al sonno e qualsiasi cosa possa risultare superflua. Il tutto nonostante l’esame sia stato rimandato per ben due volte e il tempo in più sia stato impegnato a correre avanti e dietro tra medici e ospedali per emergenze familiari. Ma quella è un’altra storia.  

Intanto un bel 30 e lode a geografia l’ho preso, tra le domande tartassanti dell’assistente che era d’accordo per la lode e il professore che non credeva al suo fido assistente e ha voluto verificare di persona la mia preparazione, finendo poi per confermare la lode. Devo ammettere che nonostante tutto lo studio fatto, questo esame mi ha messo addosso una grande carica di ansia (aggravata da tutta una situazione collaterale), la strizza era ai massimi livelli storici – forse sarà superata o per lo meno eguagliata dall’esame di letteratura latina –, per non parlare dell’irascibilità e l’aggressività. Eppure appena mi sono seduta e mi è stata posta la prima domanda tutto è svanito, come al solito, come mia consuetudine: ho iniziato a parlare sicura e tutto quello che fino a un attimo fa pensavo non avesse mai attecchito nella mia mente, in realtà era lì, riaffiorava in quel momento in quel filo di parole che solo la domanda successiva poteva interrompere. Inoltre, il prof e l’assistente non mi sono sembrati per nulla gli aguzzini spietati che tutti avevano sempre dipinto. Anzi, il professore ha voluto insistere con le domande ma con grande tranquillità, come se stessimo chiacchierando amabilmente di concetti di “regione”, di determinismo geografico, di detriti morenici, di geo-morfologia europea. Ma il meglio di sé lo ha dato sicuramente l’assistente alla fine dell’esame. Partiamo con una premessa. Nel corridoio fuori dall’ufficio del prof, che in quel momento sembrava un girone infernale di anime in pena, tra i tanti esaminandi vi era uno alquanto strano. Avrà avuto più di trent’anni, forse viaggiava per i quaranta, vestito totalmente di nero e con degli occhialetti tondi; andava su e giù per il corridoio, un po’ impettito, con il suo manuale di geografia ben saldo sotto il braccio; l’avevo notato appena arrivata in dipartimento, tant’è ho pensatio si trattasse di un assistente. Poco più tardi ho scoperto essere un esaminando da alcune conversazioni che intratteneva con persone che sembravano incontrate per caso, o nemmeno conosciute, in cui aveva un po’uno strano atteggiamento da saccente, quello che sembra affrontare l’esame a occhi chiusi, la solita persona sicura che rende ancora più timorosi e insicuri chi se la sta facendo praticamente sotto e vorrebbe solo scappare urlando. Addirittura cercava di tranquillizzare i colleghi ma subito dopo affermava di essere stranamente ansioso per questo esame. Poi non l’ho più visto fino a quando, terminato il mio esame, mentre aspettavo che l’assistente verbalizzasse, il prof chiama il tizio strano a sostenere l’esame; lui entra, saluta energico e sicuro il prof e gli chiede di chiudere la porta alludendo qualche scusa strampalata, del tipo “sono timido”. Il prof e l’assistente si guardano basiti, forse più per l’atteggiamento che per la richiesta, e mentre l’assistente, sempre seduto di fronte a me, dice che non si può chiudere la porta perché l’esame è pubblico, il prof si affaccia sul corridoio e rivolgendosi a chi cercava disperatamente di spiare e caprate qualche aiuto, dice un po’ divertito : “Su ragazzi, non guardate che il ragazzo è timido. Fatevi i fatti vostri!”.(Ok, io adoro il prof di geografia!) Ma il peggio è arrivato quando il tizio si è seduto e affermando che “portava il Canada”, ha esordito dicendo che il Canada ha dei confini, che all’interno ci sono delle montagne, che a sud confina con gli USA ma che in mezzo ci sono i Grandi Laghi, che a destra e sinistra si trovano gli oceani; alla faccia interrogativa del prof, il tizio ha affermato che “stava dicendo le cose un po’come gli venivano in mente, perché i concetti generali sono tanti”. Ed è lì che l’assistente ha staccato gli occhi dal registro e alzando la testa mi ha guardato con gli occhi sbarrati, con l’espressione di chi non crede a ciò che le proprie orecchie stanno sentendo. Più volte in seguito l’assistente mi ha guradato con quegli occhi e quell’espressione sbalordita, con quell’aria sconvolta ed io tutte le volte l’ho guardato con la stessa espressione sconvolta, condividendo il suo stupore, il suo visibile turbamento. Caro assistente sappi che in quel momento avevi tutta la mia solidarietà. .

Ancora oggi quando ci penso mi viene da sorridere e rivedo quella faccia inorridita che chiedeva pietà, un’espressione che le parole da sole non riescono pienamente a descrivere; divertita ricordo  il prof e i suoi modi garbati ma attraversati da una costante e sottile ironia. Soprattutto ricordo questo esame che tanto mi ha impegnata, che tante soddisfazioni mi ha dato, che tante nozioni mi ha trasmesso, che per troppo tempo mi ha tenuta lontana dal mio blog.

Addesso, però, sono tornata.  

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Vi racconto una favoletta

C’era una volta una donzella che forse aveva fuori posto qualche rotella. Di tanto in tanto la donzella cercava annunci di lavoro interessanti, che in realtà si rivelavano poco gratificanti, inviando un po’ qua un po’ là il suo curriculum vitae senza spesso ricevere risposta alcuna (a parte quelle dalle agenzie di procacciatori d’affari o per falsi annunci che gira che ti rigira offrivano solo contratti da rappresentanti di apparecchi medicali e per la casa dalle capacità miracolose ma non ben definite, soprattutto nel costo). Un bel giorno però, il suo cellulare squillò: era una gentile signorina dell’azienda piripidù che la invitava ad un colloquio di lavoro. In realtà la donzella aveva risposto mesi e mesi e mesi prima a un’inserzione di quell’azienda attraverso uno di quei portali per offerte di lavoro a cui ti iscrivi, ti inondano di mail, ma non ricevi mai un riscontro. La gentile signorina di piripidù le dice che ci sono anche altre posizioni aperte in azienda che avrebbero potuto interessarle! In un misto di emozioni, tra incredulità ed entusiasmo con un pizzico di scetticismo, la donzella accetta il colloquio.

Man Circling Help Wanted AdsGiunto il giorno dell’appuntamento la donzella si mette alla guida e giunge alla sede centrale dell’azienda piripidù, non prima di aver sbagliato strada essendo andata oltre l’incrocio dove avrebbe dovuto girare a sinistra e arrivando alcuni chilometri dopo in un’altra città vicina; in fondo che colpa ne ha la donzella se spostano o rimuovono l’unico cartello indicativo grande quanto un palazzo che lei aveva preso come solo riferimento sul caro google street view! Tutta carica e tirata a nuovo la donzella si accomoda a sedere nella hall dell’edificio e dopo mezz’ora di attesa in cui ha assistito ad un andirivieni senza fine di ingegneri, dottori, tipi che affannati correvano perché dovevano prendere aerei per chissà quali destinazioni, facchini, segretari, postini, ecco giungere il suo momento. Quel lasso di tempo in cui tutto può succedere, in cui cerchi di venderti al meglio e in cui speri forze ignote affinché non ti facciano fare gaffe inutili. Si palesa carina e gentile la stessa signorina sentita al telefono che la conduce in una stanza dalle finestre interne, stile stanza degli interrogatori tipica dei telefilm americani; dopo averla fatta accomodare si siede di fronte a lei e inizia attentamente a esaminare il suo curriculum. Le porge svariate domande e la donzella inizia a sciorinare una serie di esperienze lavorative e formative ricche di dettagli con un po’ di compiacimento; rispondendo le dice sogni, aspirazioni, codice fiscale, numero di scarpe, piatto preferito, ultimo film visto, dolce, caffè e ammazzacaffè. Dopo aver illustrato la posizione aperta e oggetto in quel momento di urgente richiesta dall’azienda piripidù, ovvero addetta alla reception e centralinista – che non aveva nulla  a che fare con l’annuncio per figura di operatore di ufficio retail a cui la donzella si era candidata mesi prima – la cara signorina attacca con un bel pippone inevitabile sulla storia della piripidù, sulla crisi (quella ci sta sempre bene, un po’ come il prezzemolo in tutte le minestre), sull’espansione, le norme, le figure professionali, la qualità dei prodotti ecc, ecc.

Infine chiede alla donzella se ha domande da fare e quest’ultima chiede naturalmente quale tipologia di contratto verrebbe offerta in un’ipotetica assunzione aspettandosi già le solite risposte evasive che aprono le porte  a tristi prospettive di sfruttamento sottopagato. Invece no! Ecco profilarsi in un orizzonte non così irraggiungibile un contratto vero: (qui parte l’elenco con la voce del ragioner Fantozzi e la tipica musica di sottofondo) tutto a regola d’arte e a norma, quattordici mensilità, ferie, malattie, settimana lavorativa fino al venerdì, full time con pausa pranzo, forte possibilità di indeterminato per 1100 euro al mese come paga base! Sogno o son desta, si chiede la donzella. Ahimè cotanto bagliore inizia ad affievolirsi quando la cara signorina riferisce che da quella posizione non ci sarebbero state possibilità di trasferimento ad altra mansione e che però avrebbe visto meglio la donzella in reparti marketing o risorse umane. In sostanza il curriculum della donzella era troppo, era sprecato per il ruolo di receptionist (ancora voce da Fantozzi). Praticamente sedotta e abbandonata. Dopo tale amara conclusione e frasi e saluti di circostanza la donzella lascia l’azienda piripidù rimettendosi in viaggio, consapevole di conoscere ora la strada del ritorno e che non ci sarebbero state altre occasioni per non sbagliare incrocio. Fine.looking for a job

Vi è piaciuta la favoletta? Insomma di questi tempi non lavori o perché non c’è lavoro, o perché non hai le capacità o addirittura perché ne hai troppe! Praticamente è come se all’interno di una coppia uno dei due lasciasse l’altro con la patetica e ridicola scusa del “ti lascio perché non ti merito, tu sei troppo per me”. Che io non ho mai capito con che coraggio uno possa pronunciare queste parole con la pretesa di non essere gonfiato giustamente di botte. Morale della favola: sono ancora senza un lavoro, oltre il danno anche la beffa. E intanto la disoccupazione giovanile va su su su.