Oro verde di Puglia

olio

 

È un piacere ed un onore quando ti chiedono espressamente di seguire giornalisticamente una manifestazione complessa, di carattere regionale, ricca di appuntamenti e di gente.

Se poi questa manifestazione è incentra sul cibo, sulla cucina, sui prodotti tipici d’eccellenza della tua regione, allora non puoi che essere felice e soddisfatta.

Ed io lo sono. Sono stanca fisicamente, ma mentalmente carica e pronta ad affrontare un’altra giornata tra sapori, profumi, colori e sensazioni che solo una terra magica e vibrante come la Puglia può offrire.

Per la prima volta ho partecipato ad una degustazione di olio, il nostro oro verde. L’essenza del frutto degli ulivi, quegli alberi che vogliono distruggerci, che seppur malati hanno condannato a morte, senza processo, senza tentativi, senza speranza alcuna. Eppure un rimedio c’è sempre, anche questa volta.

Ho assaporato oli diversi, oli aromatizzati. Di solito ho degustato vini, birre, liquori; mai l’olio, quell’alimento talmente presente nella nostra quotidianità da passare quasi inosservato, scontato.

Ho chiuso gli occhi, ho avvicinato il naso al bicchiere e ho ispirato, è stato come sentirlo per la prima volta, un profumo che sai bene poter ricondurre ad un solo alimento ma che nello stesso tempo riporta alla tua mente tante sfumature di odori.

Poi ho accostato le labbra, ho tratto un sorso, ho aspirato l’aria e quel liquido viscoso si è espanso nella mia bocca, è evaporato e tutti i sapori si sono palesati allo stesso momento: dolce, aspro, pungente, fruttato, piccante.

L’olio è sceso giù nella gola ed è stato come se un’inspiegabile gioia fosse infusa in me.

Così ho sentito. Ho sentito tutta la forza e l’essenza della mia Puglia.

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E tu, cosa fai a Ferragosto? (tra mare e campagna un 15 agosto tipicamente pugliese)

SantaMariaDiLeuca

 

Dopo una bella assenza-pausa dal blog, in cui sfortunatamente non ero in vacanza ma sgobbavo sui libri, ritorno per augurare a tutti un buon Ferragosto. Per voi un mio articolo pubblicato da MolfettaViva, per farsi due risate. 

 

“Cosa fai a Ferragosto?”. A tale domanda parte di conseguenza e solitamente un brivido sulla schiena, e non è un brivido di freddo né tanto meno uno di piacere. Sì, talvolta il pensiero di organizzare e fare qualcosa di particolare nella giornata del 15 agosto atterrisce più che organizzare come trascorrere il Natale o il Capodanno (e anche in questi casi ricorre smarrimento misto a turbamento). Sarà che a giocare un brutto scherzo ci si mette anche il caldo assieme all’umidità che a Molfetta sembra una tipicità come la cicoria puntarella e il calzone; sarà che l’idea liberatoria delle ferie intontisce un po’ e la prospettiva del “dolce far nulla” assopisce qualsiasi volontà decisionale. Così in molti delegano ad altri l’ardua decisione, ignari pronunciano la tipica frase molfettese “mi accodo a quello che fate voi” senza presagire l’effetto di quelle parole che talvolta diventano irrimediabilmente vincolanti, valgono più di un contratto firmato col sangue e in cui la remota possibilità di recesso e di avere l’ultima parola è scritta in una postilla perduta a fondo pagina. Per questo ho visto comitive sfasciarsi, guerre tra fazioni in cui la questione sul comprare o meno wurstel di pollo o di suino per la grigliata diventa l’ultima sfida per la sopravvivenza del proprio gruppo.

Sostanzialmente, però, i “ferragostani” si dividono tra coloro che decidono tutto all’ultimo minuto, correndo il rischio dell’imprevisto, rimettendosi alla clemenza delle previsioni meteo, e quelli che invece a gennaio hanno prenotato una bella vacanza fuori, magari affidandosi ai consigli di qualche chiaroveggente per capire se la meta scelta è propizia e soprattutto se saranno concesse loro le ferie al lavoro.

Tra coloro che hanno deciso di non rimanere in città si sviluppa dunque un esodo di massa in particolar modo verso il Salento (perché al mare il molfettese doc non può rinunciare nemmeno in trasferta). Il pensiero che li porta a scegliere il Salento è semplice e largamente condiviso: con un paio di ore di macchina, traffico permettendo, si giunge su una bella spiaggia, si paga una cifra talvolta esorbitante per un ombrellone e una sdraio e che importa se ogni bagnante ha a disposizione solo mezzo metro quadrato, che importa se si sta stretti come sardine, l’importante è che la “missione Ferragosto” sia compiuta.

Il molfettese a Ferragosto, tuttavia, non è solo mare e spiaggia: andare in campagna, anzi trasferirsi “faor”, è un richiamo troppo forte e irrinunciabile. Che sia una villetta, una distesa di cemento attorniata da terreno e due alberi, o una tettoia sgangherata in mezzo al terreno arido poco importa. Tutto il necessario è portato al momento, un corredo generalmente standard che prevede: tavoli e sedie di ogni fattura, un vecchio frigorifero per tenere in fresco le birre e poi tutte le altre bibite anche quando manca l’elettricità, sedie a sdraio per la pennichella pomeridiana, pallone di cuoio da calcio e uno leggero per giocare a pallavolo (di quelli acquistati con due euro nel tragitto per andare in campagna e dunque rigorosamente usa e getta), attrezzatura per fare gavettoni, radio o pc per ascoltare la musica e dulcis in fundo la regina irrinunciabile di ogni uscita rustica, sua maestà la “fornacella”. Pronta ad accogliere carne, pesce, polpi, crostacei e mettiamoci pure qualche verdura per restare leggeri, lei è il centro di gravità della giornata, in lei il “mestfuc” di turno riversa il suo sapere generazionale per domare il fuoco sacro della griglia, da lei si sprigiona la nebbia odorosa della verità che tutto impregna, è lei che decreta “il giullare” della compagnia con la prova dell’alcol per attizzare il fuoco.

C’è poi chi fedele alla tradizione a Ferragosto, già dalle prime luci dell’alba, armato di tanta, ma proprio tanta buona volontà, è pronto per il rito de “la sals”: le bacinelle sono in posizione, le bottiglie ben lavate messe in fila come fragili soldatini e quando arrivano i pomodori è fatta, la catena di montaggio può mettersi in moto. Il sugo rosso inizia a scorrere come in un sacrificio pagano, tutti esultano, ridono, fanno festa; tutti, a parte l’addetto alla bollitura che ad ogni bottiglia tira giù una manciata di santi dal paradiso.

Infine rimangono gli indecisi, quelli “dell’ultimo minuto”, quelli che la mattina del 15 agosto dopo aver aperto gli occhi si chiedono che fare e dopo aver vagliato proposte, opzioni, dopo aver declinato inviti, decidono semplicemente di restare a Molfetta, di prendersela comoda e godersi la città per tre quarti spopolata, magari decidendo si andare al mare a pranzare (e attenzione quest’anno a portare solo un panino e una bottiglia d’acqua, altrimenti potrebbe spuntare il vicesindaco da uno scoglio e accusarvi di stare bivaccando contro l’ordinanza comunale); qualcuno decide di pranzare comodamente a casa e poi andare fuori nel pomeriggio a prendere un caffè, e lì inizia la sfida alla ricerca di un bar aperto: a loro va il premio genialità.

Insomma al mare, in campagna, in montagna, dovunque vogliate trascorrerlo, buon Ferragosto a tutti.

Aprile dolce dormire… con l’antistaminico!

green

 

“Aprile dolce dormire”, questo dice un breve detto popolare, o una sorta di filastrocca. Prima c’è, però, il “Marzo pazzerello, esce il sole e apri l’ombrello” in cui c’è quasi una personificazione di questo mese affetto da tendenze bipolari fortemente contrastanti, che portano come conseguenza il rincoglionimento generale. Dopo aver dovuto patire l’offesa recata dal ritorno all’ora legale che a dispetto del nome, portando le lancette dell’orologio avanti, ci ha fregato un’ora di sonno, ora anche le previsioni meteorologiche ballerine e le temperature che vanno su e giù a casaccio come una giostra di Mirabilandia. Alla fine il nostro bioritmo ha accettato il furto di sonno ma lotta ancora con le temperature, così come noi lottiamo contro il mostro verde che vive nel nostro armadio, contro quel dilemma che assilla i nostri risvegli: come mi vesto? Cosa mi metto? E qui le strategie di vestirsi a cipolla o portarsi appresso mezzo guardaroba, possono essere vincenti o tristemente un fallimento, una sconfitta contro la natura.

Poi è arrivato Aprile e praticamente nulla è cambiato. La mattina appena sveglia metti il muso fuori dalla finestra e vedi il sole che ti sorride seppur timido; mezz’ora dopo esci di casa e mentre ti rechi in stazione inizia a piovigginare. Ok chi si vuole prendere gioco di me? È una congiura? Arrivo poi a Bari e fa caldo, ma davvero caldo. Ecco, tra le cose che non riesco a sopportare ci sono in questo periodo gli sbalzi di temperatura, tipo quello dell’altro giorno, caldo asfissiante sulla banchina della stazione, gelo nel treno nuovo con aria condizionata a palla che scendeva a congelare il cervello e quella manciata di neuroni che ivi sono ancora presenti. I repentini cambi di temperatura, insomma, mi sfiancano.

Aprile è in fondo il mese del risveglio della natura, le rondoni tornano a volteggiare nell’aere, sui rami nudi e ossuti degli alberi nascono le prime foglioline verdi e i boccioli si aprono a nuova vita. Nel mentre, il mio naso si chiude repentinamente, una pesantezza ingiustificata si impossessa e cala sulle palpebre; è il torpore dei sensi, il sonno privo di senso che ti coglie a qualsiasi momento della giornata, è l’antistaminico che ti stronca. Praticamente la fiera dell’apatia, tra bancarelle di voglia di non far nulla confezionata, perdita di tempo sfusa e attività fisica contraffatta. Come può una pillola minuscola, insignificante, insapore, anonima portare a un tale stato di sfacelo, mi chiedo. Inoltre antistaminico significa presenza di allergie, ecco, ma a cosa. Praticamente a tutto il mondo stando al mio naso che sembra stretto da una molletta, a cui poi a gradire si aggiunge mal di testa e un fastidio oculare. Certo, c’è sempre la solita e scontata allergia alla polvere, che un po’ come il prezzemolo va bene con qualsiasi pseudo sintomo di allergia; ma non può essere solo questo.

Ammetto che periodicamente ci sono cose che mi irritano, cose che mi provocano un fastidio simile all’orticaria. Per esempio nell’ultimo periodo ciò che mi provoca un moto irrefrenabile che parte da dentro è la pubblicità dei “Teneroni”: avete presente la pubblicità di quegli hamburger fatti di prosciutto cotto, in cui il tipo ti confeziona in modo “naturale” i suddetti hamburger e poi c’è la tizia che dice <<ci mettiamo anche tanta tenerezza?>>, da un bacio volante e soffia su quelle povere schiacciatine di prosciutto? Sì proprio quella! Ma che stai a dire! Ma che tenerezza! Io ti tirerei una legnata nei sensi. È una cosa irritante, davvero, sarò mica allergica a questo?

E poi mi irritano quelli che su facebook cambiano immagine del profilo ogni 5 minuti per continuare ad avere “mi piace” anche se la foto è stata caricata 10 anni fa, così le lor facce rimangono incollate in prima posizione ogni volta che apri la tua homepage. Ma di cose e persone che mi irritano su facebook ce ne sono così tante che preferisco non scoperchiare tale vaso di Pandora, se no altro che allergia.

Ora che ci penso, negli ultimi periodi sono fortemente allergica a chi produce rumori molesti mentre mangia o si mangia insieme, una misofonia gastronomica che stimola i miei nervi mettendoli a dura prova.

Non sopporto il mio gestore telefonico e le sue simpaticissime soglie settimanali, chi ti racconta cose o fatti a metà, chi seduto sulla stessa fila dei banchi dell’università inizia a dondolarsi in modo da provocare una scossa di magnitudo non indifferente alla tua pazienza già scarsa; chi pensa di poterti fregare con un sorriso; chi ti ferma per strada e mettendoti in mano un libro inizia a parlarti della sua azienda o progetto con un ampio giro di parole per farsi lasciare i tuoi dati, cosa che entrambi sapete non avverrà mai; non sopporto che gli ombretti mi si sfracellino completamente con solo una piccola botta, quando la tua penna preferita cade per terra di punta e sai bene che nulla sarà mai come prima, chi risponde alla tua domanda con un’altra domanda.

E ancora, ancora, ancora. La lista è interminabile.

Comunque, nel mio delirio da antistaminico, benvenuta primavera.

 

 

 

Pensiero cazzeggio – Ma non era solo marzo pazzerello?

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Piove, guarda come piove, senti come piove, guarda come viene giù!
Mi sembra il caso di dire.
Avevo la testa china sul libro, con la mente immersa tra pensieri e concetti in uno studio che sembra non finire mai (shiuda, shiuduuuu – direbbe a questo punto il buon Giuliano dei Negramaro. Sì lo so, battuta pietosa, lo rocpnosco anch’io). Sento rumori strani alla finestra, alzo la testa e guardo praticamente il diluvio venir giù. Mi aspetto da un momento all’altro di veder passare sotto la finestra Russell Crowe, la sua barba, l’arca, gli animali, due coccodrilli, l’orangotango, serpenti, il gatto, il topo e l’elefante.
Ecco, è arrivata la pioggia e con lei la voglia sfrenata di non fare una cippa, la voglia di cazzeggio inutile e selvaggio.
E ciao.

L’estate è finita, andate a lavorare! Amen.

“L’estate sta finendo e un anno se ne va…” cantava il ritornello di una canzonetta da spiaggia di un po’ di anni fa. Ok, è vero che il caldo è ancora qui ad attanagliarci in una morsa sempre più serrata, è vero che è in arrivo Lucifero (o è già arrivato?) l’ultima e più temibile ondata di caldo, ma per me l’estate sembra davvero finita. Finite le “ferie”, che sarebbero ancor più giustificate in presenza di un vero seppur instabile lavoro, finite le vacanze e i viaggetti fuori, in esaurimento le giornate destinate al “cazzeggio” sfrenato e votato al nulla più assoluto. Tanto più che quest’anno le uscite sono state davvero lodevoli: mare, Ostuni, una visita anche allo zoo giusto per non farci mancare nulla e quei giorni indimenticabili in Salento con i miei amici, quelli veri e speciali. Una manciata di giorni vissuti senza regole, infischiandosi di programmi e progetti, seguendo solo la strada e il mare che accompagnava il percorso, con le nostre orme stampate sulla sabbia nera o arrampicandoci tra rovi e scogliere a strapiombo, lì dove la Grecia sembrava così vicina. Ed ancora profumi, suoni e ritmi, ma soprattutto sapori. Il mio palato e la mia curiosità culinaria hanno provato l’ebbrezza di orgasmi multipli, sentivo le papille gustative fare la ola ad ogni boccone. Pucce, pezzetti, minchiareddi, pasticciotti, monachine, fruttoni, caffè al latte di mandorla, pittule… e altri prodotti tipici il cui ricordo è soprattutto impresso nella mia bocca e nella mente. Insomma ho mangiato tanto, forse troppo, naturalmente annaffiando per bene il tutto.

Adoro il cibo, soprattutto quello inconsueto e nuovo, ma non sono una di quei maniaci che tendono a fotografare con Instagram qualsiasi boccone che valichi il confine del proprio cavo orale, sia chiaro! (Non è che per caso si intravede l’effetto repellente che provoca su di me Instagram e i suoi assidui fruitori?!)

Se ci penso il cibo ha molte volte scandito i miei viaggi, i luoghi che ho attraversato e scoperto, le tappe che ho raggiunto. Adoro il cibo, adoro assaporarlo (forse da questo deriva la mia lentezza nel mangiare?) e adoro altrettanto cucinarlo; infatti non vedo l’ora di riproporre qualche ricetta assaporata in questa vacanza.

Ma torniamo a “l’estate sta finendo e un anno se ne va…”. Non ho ancora ripreso il corso di formazione, con cui potrei riempire una intera sezione del blog e passare a riempirne agevolmente un altro, ma già l’agenda inizia a riempirsi di nuovi impegni e opportunità da cogliere al volo. Urrà! Vedo probabilmente l’inizio di un bel periodo di stress ed esaurimento! Dunque sono masochista? Eppure essere impegnata fino a non avere quasi tempo per respirare mi serve, talvolta ne sento il bisogno. (Lo so sono strana… me lo dico da sola). La prossima settimana mi aspetta l’organizzazione e la conduzione dei lavori dell’assemblea generale per la nuova ass. antiracket e questo mi elettrizza: è un compito importante e prestigioso e in molti confidano nella mia professionalità. Insomma, vietato sbagliare.

Eppure qualche volta sogno ancora le spiagge salentine, la campagna con quei colori caldi e intensi, quei sapori decisi… Ok Sibyl torna con i piedi per terra!

E allora buona fine estate a tutti.