Gir(ament)o di… Italia

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Oggi in giro ci sono più “esperti” di ciclismo che biciclette.

Il Giro d’Italia giunge in Italia (gioco di parole che mi lascia perplessa – mi chiedo da incompetente, infatti, che senso abbia far iniziare la manifestazione ogni anno in un Paese straniero differente) e per questa quarta tappa parte proprio dalla Puglia. Giovinazzo-Bari, una “tappa semplice”, pianeggiante, l’hanno definita gli esperti; 112 Km facili facili, nulla in confronto al “tappone”, definizione attribuita ad alcune tappe che ho trovato su un sito sportivo questa mattina e che da pagana ho riso e deriso ritenendolo un errore proprio del sito, salvo poi essere con massimo stupore smentita da mio padre che me ne ha confermato l’esistenza e l’attribuzione soprattutto alle tappe montane particolarmente piene di insidie. Resta il fatto che “tappone” a me fa ridere, oh. Apro una piccola parentesi. A differenza degli esperti di ciclismo dell’ultima ora, mio padre è un grande appassionato di ciclismo e di biciclette (quando può salta in sella a qualsiasi bici che sia stata modificata dalle sue mani d’oro e fa i suoi giretti, una sorta di percorso liberatorio), nonché di un po’ tutto lo sport in generale; la volata finale (giuro che questo gergo sportivo non è farina del mio sacco) l’ha seguita rigorosamente in piedi, in tensione, con gli occhi sgranati e incollati al televisore. Mio padre non è tipo da tv “pay per view”, da emittenti private e a pagamento, né tanto meno è tipo da stadio; per lui lo sport è libero, pubblico, accessibile a tutti. Sarà per questo che preferisce di gran lunga vedere i programmi d’informazione sportiva, quelli con commenti interminabili, moviole, scambi d’opinione accesi in perfetto stile “processo del lunedì” (per la serie Biscardiailovviù). Poco fa è infatti passato dal ciclismo ad una partita di tennis su una rete x con estrema disinvoltura.

Ma torniamo a questo benedetto Giro d’Italia. Come da qualche anno a questa parte, la carovana rosa (tecnicismi go go go!) passa dalla mia città, Molfetta. Infatti il Giro attraversa solo la città: forse Molfetta non ha “le palle” o i requisiti per proporsi come città di inizio o fine tappa? Noi ci accontentiamo di una toccata e via, che ci frega della gloria (nooooo, ma dove la vedete l’ironia!). Sta di fatto che ti accorgi realmente della sua venuta quando circa una settimana prima del giorno stabilito vedi uomini della multiservizi che rifanno il manto stradale, tappano voragini nell’asfalto e tirano a nuovo solo ed esclusivamente le strade del precorso. Il prossimo anno farò una deviazione verso casa mia e mi rifaccio fare la strada. Altro segno è l’intenso tappezzamento delle strade con cartelli che vietano il parcheggio e la presenza mitologica dei vigili urbani che per l’occasione sono stati moltiplicati chissà per quale arcano sortilegio. Ma il peggio del Giro lo danno i “nuovi esperti”, i tifosi dell’ultimo minuto: come un’orda di zombie invadono le strade, in preda ad un entusiasmo per il ciclismo fino a quel momento assopito chissà dove. I più esaltati amano bardarsi di ogni tipo di gadget acquistato per strada, purché sia rosa, naturalmente con conseguente selfie da pubblicare su facebook con il solito ritornello “ma per fortuna c’è il Giro d’Italia che passa da casa mia”. Sono gli stessi che al passaggio dei ciclisti si sporgono quasi a voler toccare l’idolo ignoto che corre lontano, sono quelli che gli augurano buona fortuna e non sanno nemmeno dove stanno andando e dove finisca la tappa. Sono sempre loro, gli stessi che il secondo immediatamente dopo da baraonda rosa osannano le proprie imprese in bicicletta, mentre il giorno successivo dimenticano completamente l’esistenza di un mezzo di trasporto a due ruote che non abbia un motore.

Senso e controsenso di uno sport per pochi. Insignificanza di persone senza senso (oddiomachehodetto?)

Il Giro d’Italia questa mattina l’ho visto a Bari. No, non sono accorsa al traguardo; ho semplicemente sorpassato la carovana sulla strada statale. Giusto per coerenza.
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Ritrovata libertà. Quando smetti di essere un cane di Pavlov

Ariecchime qua. No, non sono sparita, diciamo che ero momentaneamente nascosta ma con occhio furtivo osservavo il mio blog. I vari impegni nel “mondo reale” mi hanno assorbita troppo; anche perché sono successe un po’ di cose, quegli avvenimenti che ti portano a riflettere e talvolta a riconsiderare molti aspetti della tua vita. Ti ritrovi così da un giorno all’altro a dover cercare un nuovo equilibrio che sostituisca quel già instabile equilibrio che poco prima avevi creato. E già che ci sei passi in rassegna anche altri aspetti, dai più frivoli ai più significativi con il proposito, forse vano, di riorganizzare i tasselli ( e lo so che questo verbo detto da me sembra un paradosso, ma suvvia concedetemelo). Tra le tante cose riviste c’è anche il blog: sto pensando ad un rinnovamento, un “restyling” (sì giusto per fare i fighi…) che sia significativo, senza però tradire o stravolgerne l’essenza. Naturalmente il presupposto è essere presente con più assiduità, far vivere il blog e non farlo assopire così come ho fatto finora. Quindi mi rimbocco le maniche e al lavoro!

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Tra le novità significativa degli ultimi mesi, anzi oserei dire  “LA NOVITÀ” (con un maiuscolo bello grande, talmente grande da sembrare una caricatura), vi è il mancato rinnovo del mio contratto di lavoro! Dal primo ottobre sono ufficialmente disoccupata. Il punto è questo, tale notizia ha provocato in me due reazioni agli antipodi: la prima stupore e meraviglia che con i giorni si è trasformata nell’ordine in perplessità, scetticismo, sospetto, curiosità, nervosismo, istinto da sindacalista, investigatrice; la seconda reazione, in realtà contemporanea alla prima, è stata sentire un grande senso di liberazione, finalmente slegata da una situazione che mi stava stretta, che non mi apparteneva, che mi soffocava. Insomma fino a quando non ci sei e ci vivi quotidianamente in un call center non hai la minima percezione di quello che è realmente dietro a quei quattro rompi palle/poveracci che secondo l’immaginario collettivo giornalmente ti chiamano al telefono per importunare e tentare in tutti i modi di fregarti con prodotti di dubbio vantaggio. Sia chiaro, gli approfittatori e gli incompetenti sono dappertutto, ti giri e puff spuntano come funghi (e di incapaci e incompetenti ultimamente ne ho incontrati parecchi). Dietro quei poveracci che passano dalle 4 alle 8 ore al giorno a ricevere telefonate di clienti insoddisfatti, repressi, psicolabili, nevrotici e ignoranti c’è tutto un mondo fatto di regole, tempi da rispettare, obiettivi da raggiungere, antipatie e simpatie, corsi di aggiornamento, orari improponibili, strategie segrete di team: è un mondo che ti logora, ti snerva, limita il tuo raggio di azione e pensiero. Non desideri altro che la giornata lavorativa finisca, che la stessa settimana finisca mentre quella misera pausa di 15 minuti ti sembra l’unica ancora di salvezza per non impazzire, per respirare aria pulita, per vedere qualcosa che non sia solo un monitor e una tastiera dietro un paravento che per quanto sottile ti isola dagli altri.

Avete presente il film “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì uscito nel 2008? Nulla di più vero e vicino alla realtà. Una sala immensa, persone che parlano e parlano davanti a uno schermo e che non di rado perdono la pazienza, i cosiddetti “team leader” che spronano, incitano, sostengono e quasi sempre urlano di stringere i tempi e vendere, tentare! E per incitare cosa si inventano? Gare interne al call center in cui vincere premi strambi o buoni carburante che non ti dureranno nemmeno una settimana. Ma quando si vince (io non ho mai vinto nulla, che si sappia…) ci sono applausi a destra e a manca, foto con i responsabili del sito, classifiche e nomi sbandierati che sembrano esaltare, galvanizzare e caricare solo alcuni, escludendo chi è lì per necessità, chi vede l’inutilità di questa “droga” momentanea che agisce sull’autostima. Un po’ come gli esperimenti di Pavlov, in maniera molto vaga, del riflesso condizionato: metto davanti a te un premio X e per raggiungerlo tendi a dare tutto te stesso, a sfiancarti di lavoro, anche evadendo qualche regola, anche vendendo ai tuoi familiari e amici più cari pur di conquistare il premio e ricevere quel mezzo minuto di applauso che risuonerà in tutta la sala.

Idioti. Cerebrolesi. Non mi viene in mente altro. Per questo la seconda reazione è stata quella predominante, la consapevolezza di non essere più un cane di Pavlov e poter rincorrere ancora e sempre i miei sogni e obiettivi. Primo tra tutti? Questa “benedetta” laurea!