2006, i Mondiali della mia maturità

 

Notte tra il 9 e il 10 luglio 2006. La città è ancora in festa, i caroselli delle auto in uno schiamazzo di clacson e trombette sono in giro per le strade. Qualcuno urla di gioia, qualcuno dà libero sfogo alla follia repressa. In lontananza ancora fuochi d’artificio.

La città festeggia. Tutta l’Italia festeggia quell’impresa azzurra che sembrava difficile ma non impossibile.

Io studio.

Studio per gli orali del mio esame di maturità.

Sola, nel silenzio della cucina, il tavolo sommerso di fogli, appunti, libri di ogni materia tranne una. Non parlo, tutto scorre nella mente o per lo meno cerco di farci stare tutto nella mente che è ancora attiva, che non vuole fermarsi, che sa bene che non si dormirà.

Il mattino successivo arrivo presto a scuola pur sapendo che, come sempre, sarò l’ultima dell’elenco.

Arriva il mio turno, mi siedo davanti alla commissione, il caro professore di matematica mi guarda in faccia e dice: “Romano, vedo che abbiamo festeggiato alla grande la notte scorsa!”.

Mi trattengo. L’esame inizia. Italiano, Storia, Arte, Filosofia, Inglese, Anatomia. Infine Matematica. Di nuovo faccia a faccia col professore. Lui sorride, come sempre; io no, gli lancio la solita occhiataccia e come sempre ci capiamo. La nostra simpatia reciproca e il mio odio profondo e incorreggibile per la sua materia.

“Allora, che mi vuoi dire? Scegli tu”, mi fa.

Sono passati ben 11 anni da quel giorno, dall’ultimo giorno in cui è stato il mio professore. E io sono sicura, dopo 11 anni gli direi sempre e solo la stessa cosa.

Il Teorema di Torricelli no!

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