Just smile – Benvenuto febbraio

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Era da tempo che avevo questa foto. Una composizione nata un po’ per caso, mentre un girono tagliavo del radicchio e della cipolla bianca. Forse avrò fatto un risotto, forse il condimento per una pasta veloce. Non ricordo. Di sicuro stavo usando il mio coltello preferito a lama grande: quello in stile “psycho” per intenderci. Tranquilli per ora ho solo affettato verdura.

Una composizione semplice che avevo in mente di terminare con un disegno. Un disegno che avevo in mente ma non riuscivo mai a realizzare. Poi ieri, mentre ero in cerca di ispirazione e materiale da pubblicare, mi è tornata in mente questa foto allora ho preso subito la tavoletta grafica (il mio tesssssoro) e ho realizzato il disegno. Dieci minuti, non di più. Facile e semplice. Soddisfatta e non rimborsata.

Così con questo disegno voglio iniziare febbraio, lasciandomi alle spalle gennaio, mettendo da parte alcune cose e riprendendone altre.

È come se il mio anno iniziasse con febbraio.

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Ho vinto io. E questa volta è un addio.

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Ti ho detto addio. Finalmente.

Ho messo fine a quel legame così naturale e così tanto morboso che solo al pensiero fa ancora male.

Uniti per tanti anni. Troppi.

Un’altalena di dolore a cui sempre avrei voluto mettere fine, ma ogni volta che andavi via quel pensiero di fine andava via con te.

Poi tornavi improvviso, senza un perché, a distruggere la mia serenità. Più mi chiedevo perché e più non capivo, cercavo risposte in me e negli altri che inevitabilmente mi dicevano che dovevo estirparti dalla mia vita come si fa con l’erba cattiva; perché non potevo andare avanti così, loro mi vedevano soffrire per te.

Una sofferenza inutile come inutile sei stato sempre tu. Lo sapevo. Ma tu c’eri e la mia arrendevolezza, tutti i timori e il terrore che il pensiero di una fine poteva provocare mi paralizzava.

Anche le piccole cose quotidiane erano diventate impossibili quando decidevi di venirmi a trovare per scombussolare i miei piani.

Mi privavi del sonno e del riposo, anche uscire per andare e bere qualcosa con gli amici era diventato un incubo, portare sul viso i segni visibili che tu provocavi e poi i farmaci per lenire quel dolore, rigettandolo in fondo quando decidevi di andar via.

Poi un giorno mi sono guardata allo specchio, ho guardato i miei occhi e ho scorto solo una grande disperazione, talmente grande da riuscire a schiacciare tutte le paure. È lì che ho scorto quella scintilla di coraggio che mi è sempre mancato.

Ma il coraggio sarebbe stato nulla senza la presenza di quell’uomo, senza la fiducia che è riuscito a instillare in me.

Quell’uomo ha visto tutto il male che mi facevi, mi ha capita, mi ha aiutata, ha agito con tenacia e pazienza lì dove altri si erano fermati solo alle parole.

Quell’uomo mi ha liberata per sempre da te. Poi mi ha salutata con un bacio in fronte ed un sorriso.

Ce l’ho fatta.

È stato difficile, intenso, doloroso, ma quel sospiro di sollievo che mi ha attraversato il corpo quando ho capito che tutto era finito davvero, non lo dimenticherò mai.

Certo, ci vorrà del tempo per cancellare tutti i segni, eppure mi è bastato solo un attimo per realizzare quella mia nuova libertà. Da te.

Ho vinto io. E questa volta è un addio.

Addio dente del giudizio.

P.s. Che avevate pensato? Su scrivetelo nei commenti.

P.p.s. Nessuno mi aveva detto che avrei salivato più di un cane di Pavlov.

Ritrovata libertà. Quando smetti di essere un cane di Pavlov

Ariecchime qua. No, non sono sparita, diciamo che ero momentaneamente nascosta ma con occhio furtivo osservavo il mio blog. I vari impegni nel “mondo reale” mi hanno assorbita troppo; anche perché sono successe un po’ di cose, quegli avvenimenti che ti portano a riflettere e talvolta a riconsiderare molti aspetti della tua vita. Ti ritrovi così da un giorno all’altro a dover cercare un nuovo equilibrio che sostituisca quel già instabile equilibrio che poco prima avevi creato. E già che ci sei passi in rassegna anche altri aspetti, dai più frivoli ai più significativi con il proposito, forse vano, di riorganizzare i tasselli ( e lo so che questo verbo detto da me sembra un paradosso, ma suvvia concedetemelo). Tra le tante cose riviste c’è anche il blog: sto pensando ad un rinnovamento, un “restyling” (sì giusto per fare i fighi…) che sia significativo, senza però tradire o stravolgerne l’essenza. Naturalmente il presupposto è essere presente con più assiduità, far vivere il blog e non farlo assopire così come ho fatto finora. Quindi mi rimbocco le maniche e al lavoro!

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Tra le novità significativa degli ultimi mesi, anzi oserei dire  “LA NOVITÀ” (con un maiuscolo bello grande, talmente grande da sembrare una caricatura), vi è il mancato rinnovo del mio contratto di lavoro! Dal primo ottobre sono ufficialmente disoccupata. Il punto è questo, tale notizia ha provocato in me due reazioni agli antipodi: la prima stupore e meraviglia che con i giorni si è trasformata nell’ordine in perplessità, scetticismo, sospetto, curiosità, nervosismo, istinto da sindacalista, investigatrice; la seconda reazione, in realtà contemporanea alla prima, è stata sentire un grande senso di liberazione, finalmente slegata da una situazione che mi stava stretta, che non mi apparteneva, che mi soffocava. Insomma fino a quando non ci sei e ci vivi quotidianamente in un call center non hai la minima percezione di quello che è realmente dietro a quei quattro rompi palle/poveracci che secondo l’immaginario collettivo giornalmente ti chiamano al telefono per importunare e tentare in tutti i modi di fregarti con prodotti di dubbio vantaggio. Sia chiaro, gli approfittatori e gli incompetenti sono dappertutto, ti giri e puff spuntano come funghi (e di incapaci e incompetenti ultimamente ne ho incontrati parecchi). Dietro quei poveracci che passano dalle 4 alle 8 ore al giorno a ricevere telefonate di clienti insoddisfatti, repressi, psicolabili, nevrotici e ignoranti c’è tutto un mondo fatto di regole, tempi da rispettare, obiettivi da raggiungere, antipatie e simpatie, corsi di aggiornamento, orari improponibili, strategie segrete di team: è un mondo che ti logora, ti snerva, limita il tuo raggio di azione e pensiero. Non desideri altro che la giornata lavorativa finisca, che la stessa settimana finisca mentre quella misera pausa di 15 minuti ti sembra l’unica ancora di salvezza per non impazzire, per respirare aria pulita, per vedere qualcosa che non sia solo un monitor e una tastiera dietro un paravento che per quanto sottile ti isola dagli altri.

Avete presente il film “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì uscito nel 2008? Nulla di più vero e vicino alla realtà. Una sala immensa, persone che parlano e parlano davanti a uno schermo e che non di rado perdono la pazienza, i cosiddetti “team leader” che spronano, incitano, sostengono e quasi sempre urlano di stringere i tempi e vendere, tentare! E per incitare cosa si inventano? Gare interne al call center in cui vincere premi strambi o buoni carburante che non ti dureranno nemmeno una settimana. Ma quando si vince (io non ho mai vinto nulla, che si sappia…) ci sono applausi a destra e a manca, foto con i responsabili del sito, classifiche e nomi sbandierati che sembrano esaltare, galvanizzare e caricare solo alcuni, escludendo chi è lì per necessità, chi vede l’inutilità di questa “droga” momentanea che agisce sull’autostima. Un po’ come gli esperimenti di Pavlov, in maniera molto vaga, del riflesso condizionato: metto davanti a te un premio X e per raggiungerlo tendi a dare tutto te stesso, a sfiancarti di lavoro, anche evadendo qualche regola, anche vendendo ai tuoi familiari e amici più cari pur di conquistare il premio e ricevere quel mezzo minuto di applauso che risuonerà in tutta la sala.

Idioti. Cerebrolesi. Non mi viene in mente altro. Per questo la seconda reazione è stata quella predominante, la consapevolezza di non essere più un cane di Pavlov e poter rincorrere ancora e sempre i miei sogni e obiettivi. Primo tra tutti? Questa “benedetta” laurea!