E tu, cosa fai a Ferragosto? (tra mare e campagna un 15 agosto tipicamente pugliese)

SantaMariaDiLeuca

 

Dopo una bella assenza-pausa dal blog, in cui sfortunatamente non ero in vacanza ma sgobbavo sui libri, ritorno per augurare a tutti un buon Ferragosto. Per voi un mio articolo pubblicato da MolfettaViva, per farsi due risate. 

 

“Cosa fai a Ferragosto?”. A tale domanda parte di conseguenza e solitamente un brivido sulla schiena, e non è un brivido di freddo né tanto meno uno di piacere. Sì, talvolta il pensiero di organizzare e fare qualcosa di particolare nella giornata del 15 agosto atterrisce più che organizzare come trascorrere il Natale o il Capodanno (e anche in questi casi ricorre smarrimento misto a turbamento). Sarà che a giocare un brutto scherzo ci si mette anche il caldo assieme all’umidità che a Molfetta sembra una tipicità come la cicoria puntarella e il calzone; sarà che l’idea liberatoria delle ferie intontisce un po’ e la prospettiva del “dolce far nulla” assopisce qualsiasi volontà decisionale. Così in molti delegano ad altri l’ardua decisione, ignari pronunciano la tipica frase molfettese “mi accodo a quello che fate voi” senza presagire l’effetto di quelle parole che talvolta diventano irrimediabilmente vincolanti, valgono più di un contratto firmato col sangue e in cui la remota possibilità di recesso e di avere l’ultima parola è scritta in una postilla perduta a fondo pagina. Per questo ho visto comitive sfasciarsi, guerre tra fazioni in cui la questione sul comprare o meno wurstel di pollo o di suino per la grigliata diventa l’ultima sfida per la sopravvivenza del proprio gruppo.

Sostanzialmente, però, i “ferragostani” si dividono tra coloro che decidono tutto all’ultimo minuto, correndo il rischio dell’imprevisto, rimettendosi alla clemenza delle previsioni meteo, e quelli che invece a gennaio hanno prenotato una bella vacanza fuori, magari affidandosi ai consigli di qualche chiaroveggente per capire se la meta scelta è propizia e soprattutto se saranno concesse loro le ferie al lavoro.

Tra coloro che hanno deciso di non rimanere in città si sviluppa dunque un esodo di massa in particolar modo verso il Salento (perché al mare il molfettese doc non può rinunciare nemmeno in trasferta). Il pensiero che li porta a scegliere il Salento è semplice e largamente condiviso: con un paio di ore di macchina, traffico permettendo, si giunge su una bella spiaggia, si paga una cifra talvolta esorbitante per un ombrellone e una sdraio e che importa se ogni bagnante ha a disposizione solo mezzo metro quadrato, che importa se si sta stretti come sardine, l’importante è che la “missione Ferragosto” sia compiuta.

Il molfettese a Ferragosto, tuttavia, non è solo mare e spiaggia: andare in campagna, anzi trasferirsi “faor”, è un richiamo troppo forte e irrinunciabile. Che sia una villetta, una distesa di cemento attorniata da terreno e due alberi, o una tettoia sgangherata in mezzo al terreno arido poco importa. Tutto il necessario è portato al momento, un corredo generalmente standard che prevede: tavoli e sedie di ogni fattura, un vecchio frigorifero per tenere in fresco le birre e poi tutte le altre bibite anche quando manca l’elettricità, sedie a sdraio per la pennichella pomeridiana, pallone di cuoio da calcio e uno leggero per giocare a pallavolo (di quelli acquistati con due euro nel tragitto per andare in campagna e dunque rigorosamente usa e getta), attrezzatura per fare gavettoni, radio o pc per ascoltare la musica e dulcis in fundo la regina irrinunciabile di ogni uscita rustica, sua maestà la “fornacella”. Pronta ad accogliere carne, pesce, polpi, crostacei e mettiamoci pure qualche verdura per restare leggeri, lei è il centro di gravità della giornata, in lei il “mestfuc” di turno riversa il suo sapere generazionale per domare il fuoco sacro della griglia, da lei si sprigiona la nebbia odorosa della verità che tutto impregna, è lei che decreta “il giullare” della compagnia con la prova dell’alcol per attizzare il fuoco.

C’è poi chi fedele alla tradizione a Ferragosto, già dalle prime luci dell’alba, armato di tanta, ma proprio tanta buona volontà, è pronto per il rito de “la sals”: le bacinelle sono in posizione, le bottiglie ben lavate messe in fila come fragili soldatini e quando arrivano i pomodori è fatta, la catena di montaggio può mettersi in moto. Il sugo rosso inizia a scorrere come in un sacrificio pagano, tutti esultano, ridono, fanno festa; tutti, a parte l’addetto alla bollitura che ad ogni bottiglia tira giù una manciata di santi dal paradiso.

Infine rimangono gli indecisi, quelli “dell’ultimo minuto”, quelli che la mattina del 15 agosto dopo aver aperto gli occhi si chiedono che fare e dopo aver vagliato proposte, opzioni, dopo aver declinato inviti, decidono semplicemente di restare a Molfetta, di prendersela comoda e godersi la città per tre quarti spopolata, magari decidendo si andare al mare a pranzare (e attenzione quest’anno a portare solo un panino e una bottiglia d’acqua, altrimenti potrebbe spuntare il vicesindaco da uno scoglio e accusarvi di stare bivaccando contro l’ordinanza comunale); qualcuno decide di pranzare comodamente a casa e poi andare fuori nel pomeriggio a prendere un caffè, e lì inizia la sfida alla ricerca di un bar aperto: a loro va il premio genialità.

Insomma al mare, in campagna, in montagna, dovunque vogliate trascorrerlo, buon Ferragosto a tutti.

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Convenevoli estivi – Pensiero cazzeggio sotto il sole

cestociliegie

 

Puff. Rieccomi. Lo so, dovevo stare via solo per un esame, solo per il mio fatidico periodo di “clausura forzata e volontaria”. Invece sono stata via un po’ più del previsto. Cose varie, belle e brutte, di cui non voglio tediarvi. Quindi di che si parla? Ma di tutto e nulla in particolare. Facciamo solo due chiacchiere, di quelle con tanti convenevoli e domande retoriche che si dicono quando due persone non si incontrano da molto tempo. Quindi sto bene, sono un po’ incasinata (ma dai, che novità!), passerò l’estate a studiare, non sono ancora andata al mare, ergo sono bianca come una mozzarella (bona, però). Non che il mio colorito possa cambiare se decidessi di andare al mare, eh. Generalmente due sono le opzioni possibili: la prima prevede giungere ad un’abbronzatura accettabile come conseguenza ad una disastrosa scottatura; l’altra prevede diventare rossa come un’aragosta appena tirata fuori dall’acqua bollente, mantenere tale colorito che rasenta i toni fluorescenti per qualche giorno per poi ripiombare nel pallore. Secondo poi quale delle due è più allettante? Che poi ogni anno, ogni estate, mi faccio sempre la stessa domanda: perché mai dovrei abbronzarmi tanto da cambiare colore ed essere scambiata per la gemella di Beyoncé (uguali eh, proprio identiche). Dunque pallidi di tutto il mondo uniamoci! Mozzarelle alla riscossa! Difendiamo il nostro orgoglio pallido! Ok, va bene la smetto. Non è il caldo, sono proprio così.

Che poi caldo. Qui un giorno piove, l’altro tira vento e l’altro ancora piove. Che peccato, quanto mi dispiace per quelli che sono già abbronzatissimi (uah ah sotto i raggi del sole – sarebbe il ritornello della canzone di Vianello: lo so, mi faccio paura da sola), tutti neri, quelli che praticamente sembrano avere il sole ventiquattro ore su ventiquattro. Fatemi capire, voi con le nuvole, che sole pigliate? Mi chiedo, qual è il vostro segreto, come fate, e non mi venite a dire la solita barzelletta di mangiare pomodori e carote in quantità che già di mio ne mangio manco se fossi un coniglio. Quindi devo semplicemente prendermela con madre natura, ho capito.

La gioia di questa estate-non estate quest’anno la sto trovando nella frutta. Albicocche, pesche, cesti pieni di ciliegie e mai come prima d’ora tanti fioroni (nella mia città detti anche “clumm”, nome alquanto strano e divertente). Che sono i fioroni? Per chi non è del sud, sono una sorta di grossi fichi, ma dal sapore più dolce e allo stesso tempo delicato. Ci sono quelli bianchi e quelli rossi, che preferisco. In entrambi i casi, però, io li preferisco belli maturi, quel grado di maturazione che io personalmente definisco “smarmy”, cioè marmellata pura.

Dopo un po’ di convenevoli, quattro chiacchiere di pura follia, pongo fine a questo breve incontro. Ci salutiamo da buoni amici e ci diamo appuntamento alla prossima (sembrano i saluti della posta del cuore, mah). Possibilmente una prossima volta in un futuro molto prossimo.

Aprile dolce dormire… con l’antistaminico!

green

 

“Aprile dolce dormire”, questo dice un breve detto popolare, o una sorta di filastrocca. Prima c’è, però, il “Marzo pazzerello, esce il sole e apri l’ombrello” in cui c’è quasi una personificazione di questo mese affetto da tendenze bipolari fortemente contrastanti, che portano come conseguenza il rincoglionimento generale. Dopo aver dovuto patire l’offesa recata dal ritorno all’ora legale che a dispetto del nome, portando le lancette dell’orologio avanti, ci ha fregato un’ora di sonno, ora anche le previsioni meteorologiche ballerine e le temperature che vanno su e giù a casaccio come una giostra di Mirabilandia. Alla fine il nostro bioritmo ha accettato il furto di sonno ma lotta ancora con le temperature, così come noi lottiamo contro il mostro verde che vive nel nostro armadio, contro quel dilemma che assilla i nostri risvegli: come mi vesto? Cosa mi metto? E qui le strategie di vestirsi a cipolla o portarsi appresso mezzo guardaroba, possono essere vincenti o tristemente un fallimento, una sconfitta contro la natura.

Poi è arrivato Aprile e praticamente nulla è cambiato. La mattina appena sveglia metti il muso fuori dalla finestra e vedi il sole che ti sorride seppur timido; mezz’ora dopo esci di casa e mentre ti rechi in stazione inizia a piovigginare. Ok chi si vuole prendere gioco di me? È una congiura? Arrivo poi a Bari e fa caldo, ma davvero caldo. Ecco, tra le cose che non riesco a sopportare ci sono in questo periodo gli sbalzi di temperatura, tipo quello dell’altro giorno, caldo asfissiante sulla banchina della stazione, gelo nel treno nuovo con aria condizionata a palla che scendeva a congelare il cervello e quella manciata di neuroni che ivi sono ancora presenti. I repentini cambi di temperatura, insomma, mi sfiancano.

Aprile è in fondo il mese del risveglio della natura, le rondoni tornano a volteggiare nell’aere, sui rami nudi e ossuti degli alberi nascono le prime foglioline verdi e i boccioli si aprono a nuova vita. Nel mentre, il mio naso si chiude repentinamente, una pesantezza ingiustificata si impossessa e cala sulle palpebre; è il torpore dei sensi, il sonno privo di senso che ti coglie a qualsiasi momento della giornata, è l’antistaminico che ti stronca. Praticamente la fiera dell’apatia, tra bancarelle di voglia di non far nulla confezionata, perdita di tempo sfusa e attività fisica contraffatta. Come può una pillola minuscola, insignificante, insapore, anonima portare a un tale stato di sfacelo, mi chiedo. Inoltre antistaminico significa presenza di allergie, ecco, ma a cosa. Praticamente a tutto il mondo stando al mio naso che sembra stretto da una molletta, a cui poi a gradire si aggiunge mal di testa e un fastidio oculare. Certo, c’è sempre la solita e scontata allergia alla polvere, che un po’ come il prezzemolo va bene con qualsiasi pseudo sintomo di allergia; ma non può essere solo questo.

Ammetto che periodicamente ci sono cose che mi irritano, cose che mi provocano un fastidio simile all’orticaria. Per esempio nell’ultimo periodo ciò che mi provoca un moto irrefrenabile che parte da dentro è la pubblicità dei “Teneroni”: avete presente la pubblicità di quegli hamburger fatti di prosciutto cotto, in cui il tipo ti confeziona in modo “naturale” i suddetti hamburger e poi c’è la tizia che dice <<ci mettiamo anche tanta tenerezza?>>, da un bacio volante e soffia su quelle povere schiacciatine di prosciutto? Sì proprio quella! Ma che stai a dire! Ma che tenerezza! Io ti tirerei una legnata nei sensi. È una cosa irritante, davvero, sarò mica allergica a questo?

E poi mi irritano quelli che su facebook cambiano immagine del profilo ogni 5 minuti per continuare ad avere “mi piace” anche se la foto è stata caricata 10 anni fa, così le lor facce rimangono incollate in prima posizione ogni volta che apri la tua homepage. Ma di cose e persone che mi irritano su facebook ce ne sono così tante che preferisco non scoperchiare tale vaso di Pandora, se no altro che allergia.

Ora che ci penso, negli ultimi periodi sono fortemente allergica a chi produce rumori molesti mentre mangia o si mangia insieme, una misofonia gastronomica che stimola i miei nervi mettendoli a dura prova.

Non sopporto il mio gestore telefonico e le sue simpaticissime soglie settimanali, chi ti racconta cose o fatti a metà, chi seduto sulla stessa fila dei banchi dell’università inizia a dondolarsi in modo da provocare una scossa di magnitudo non indifferente alla tua pazienza già scarsa; chi pensa di poterti fregare con un sorriso; chi ti ferma per strada e mettendoti in mano un libro inizia a parlarti della sua azienda o progetto con un ampio giro di parole per farsi lasciare i tuoi dati, cosa che entrambi sapete non avverrà mai; non sopporto che gli ombretti mi si sfracellino completamente con solo una piccola botta, quando la tua penna preferita cade per terra di punta e sai bene che nulla sarà mai come prima, chi risponde alla tua domanda con un’altra domanda.

E ancora, ancora, ancora. La lista è interminabile.

Comunque, nel mio delirio da antistaminico, benvenuta primavera.

 

 

 

My spring

spring

 

È primavera.

Di già.

Ancora.

Intanto beccatevi questo disegno.

Nuove esperienze

cameras

 

Alla scoperta di nuove ed emozionanti esperienze a teatro.

Scrutare i preparativi, assistere alle prove e cogliere tutti i momenti prima che il sipario si apra e gli attori entrino in scena. Un mondo che fino ad ora avevo visto solo da spettatrice, seduta tra il pubblico.

Tutto grazie a VinBis. com e alla sua grande voglia di fare e intraprendenza. (Se siete curiosi e volete scoprire di più, date un’occhiata qui!)

Sono sicura che insieme riusciremo a raggiungere traguardi sempre più alti.

Torta salata riso, radicchio e porro… si può fare! – Se magna a modo mio

torta

 

Settimana piena, anzi pienissima d’impegni ma alla ricetta settimanale non rinuncio (mi dispiace per voi, speravate avessi desistito, invece no!).

Quindi perché non preparare una ricetta abbastanza veloce, economica, gustosa, anche un po’ vegetariana, leggera così da poter affrontare come me corse folli verso la stazione dopo pranzo, cercando di non perdere l’unico treno disponibile a non farmi arrivare in ritardo all’appuntamento. Addirittura si potrebbe definire una “ricetta svuota frigo” anche perché è nata una sera per caso, mettendo insieme alcuni avanzi del pranzo di quel giorno e attingendo qualcosa dal frigorifero. Io la chiamo “torta di riso, radicchio e porro”, forse ispirata dal bordo dentellato dato dalla teglia che ho usato, tanto da somigliare vagamente a una crostata.

Realizzare questa torta salata è semplicissimo, ma anche pratico perché potendo essere assaporata tiepida o fredda si può prepararla in anticipo e poi servirla, magari accompagnandola con una bella insalata croccante di iceberg, cetrioli e finocchi tagliati sottili e conditi con un filo di olio e gocce di aceto balsamico. E proprio per questo penso possa essere un piatto ideale anche per un picnic, per una gita fuori porta come quella di Pasquetta che sta per arrivare (e per cui naturalmente non abbiamo ancora fatto programmi).

Ingredientitorta4

½ radicchio rosso

½ porro

Spezie ed erbe aromatiche: semi di finocchio tritati, cumino, curry, salvia, pepe

½ bicchiere di vino bianco secco

300 gr di riso bollito

4 uova grandi

4-5 cucchiai colmi di pecorino romano grattugiato

1 cucchiaio di farina

noce moscata

½ bicchiere di latte

fette di scamorza affumicata

olio evo

sale.

Preparazione

Affettate a rondelle il porro e fatelo rosolare con un leggero filo d’olio. Nel frattempo tagliate a listarelle il radicchio e aggiungetelo al porro assieme ad un pizzico di semi di finocchio tritati, cumino, curry, salvia secca in foglie e una macinata di pepe e sale. Fate rosolare il tutto per qualche minuto e poi sfumate con il vino bianco. Fate evaporare il vino e portate a cottura: attenzione a fare asciugare il porro e il radicchio affinché non contengano molta acqua. Versate il composto in un’ampia ciotola e lasciate raffreddare qualche minuto.

Quando si sarà raffreddato, nello stesso recipiente aggiungete al composto il riso precedentemente bollito, poi le uova sbattute, il pecorino romano grattugiato, un pizzico di noce moscata e amalgamate il tutto. Aggiungete poi la farina e se il composto risulta troppo duro e compatto ammorbiditelo con un goccio di latte. Aggiustate di sale. Trasferite il composto dalla consistenza morbida ma non acquosa in una teglia e spezzettateci sopra alcune fette di scamorza affumicata: io ho usato una teglia in silicone del diametro di 24 cm, ma in alternativa potete usare qualsiasi altra teglia avendo l’accortezza di ungerla con un po’ di olio o burro, oppure potete stendervi un foglio di carta forno.

Infornate a forno preriscaldato a 180 gradi per circa 30 minuti, naturalmente la cottura varia a seconda del forno ma sarà giunta al termine quando la torta sarà colorita e compatta. Consiglio inoltre di passarla qualche minuto sotto il grill così da permettere alla scamorza di sciogliersi e formare una deliziosa e invitante crosticina.

Sfornate e servite la torta tiepida o fredda.

Buon appetito.torta2

 

Si mangia a modo mio! Ricette in arrivo, ecco la prima.

spaghetto quadrato 2 copia

È giunto il momento.

Ho deciso di prendere in mano padelle e mestoli e proporvi alcune ricette. Anzi, ho deciso che ogni settimana ci sarà una ricetta sul blog (se ce la faccio eh…). Tranquilli non voglio trasformare questo spazio nel solito “food blog”, di quelli fritti e rifritti; credo che ormai sia palese il mio amore per il cibo, la cucina, le spezie soprattutto, la ricerca di sapori e odori e la scelta di proporre qualche ricetta sul blog era ponderata da tempo. È solo un cassettino in più che si aggiunge al mio disordine, un cassetto che da tempo fa parte di me e che ho deciso di condividere con chi ne ha voglia.

Naturalmente non vi è nessuna pretesa da grande chef, lungi da me ergermi a intenditrice gastronomica (per carità!). Sono semplicemente una “pinca pallina” che sperimenta nuove ricette, mescola ingredienti, segue i suoi gusti e il suo estro, le voglie del momento, la sua gola (praticamente una “fancazzista ai fornelli”, direi che è la definizione più appropriata). Una cosa ci tengo a precisare: tutte le ricette sono realizzate e talvolta reinventate da me (non c’è trucco e non c’è inganno siori e siore!), e se la mia famiglia e i miei amici dopo averle mangiate sono ancora vivi, allora potete stare sicuri!

pasta1 Come prima ricetta voglio proporvi un primo piatto dal nome “Sapore di mare e un pizzico di Oriente”, una ricetta che tempo fa ho presentato ad un contest organizzato dal pastificio “La Molisana” (non solo un’azienda ma “dal 1912 sartoria della pasta”, come recita il loro motto) e incentrato su uno dei loro formati di pasta più famosi, lo spaghetto quadrato. Con mia grande sorpresa la ricetta è stata selezionata tra le vincitrici della categoria “Amarcord” ed è entrata a far parte di un ebook collettivo interamente dedicato a questo fantastico formato che devo ammettere preferisco nettamente ai bucatini. Inutile descrivere la soddisfazione per questo piccolo riconoscimento che per me significa tanto.

Ecco, dunque, lamia interpretazione dello spaghetto quadrato con razza e zenzero: un piatto semplice e anche economico, con un pesce povero, talvolta sottovalutato, una radice che ormai è diventata la mia passione (assieme al curry che rimane l’amore indiscusso della mia vita), per un sapore delicato ma deciso. Spero questa ricetta possa interessarvi e fatemi sapere se la realizzerete!

Ingredienti per 4 personeamarcord

Mezza cipolla;

Uno spicchio di aglio;

Olio extravergine di oliva;

500 gr di polpa di razza (priva di cartilagini);

4 pomodori costoluti;

Farina q.b.;

Un bicchiere di vino bianco secco;

350 gr Spaghetto quadrato “La Molisana”;

Zenzero in polvere;

Origano;

Sale e pepe;

Prezzemolo fresco.

Procedimento

Tagliate molto finemente la cipolla bianca e fatela soffriggere in un’ampia padella (che vi servirà infine per saltare e amalgamare la pasta) con un filo di olio extravergine di oliva e lo spicchio di aglio sbucciato e leggermente schiacciato.

Tagliate la razza in bocconcini, privandola eventualmente di cartilagini o pelle residua; infarinate leggermente la polpa.

Quando la cipolla sarà appassita, rimuovete lo spicchio di aglio e aggiungete la razza rimuovendo la farina in eccesso. Fate cuocere per qualche minuto e sfumate con un bicchiere di vino bianco secco.

Aggiungete i 4 pomodori costoluti (di media grandezza) che avrete precedentemente tagliato a cubetti.

Aggiustate con sale e del pepe macinato fresco; aggiungete un pizzico di origano secco ed un pizzico di zenzero in polvere.

Lasciate cuocere per 10-15 minuti a fuoco moderato evitando che la polpa di razza si sfaldi troppo.

In una pentola cuocete gli spaghetti quadrati in abbondante acqua salata. Durante la cottura mettete da parte dell’acqua di cottura. Scolate la pasta al dente e unitela nella padella con il preparato di razza. Fate saltare la pasta con il condimento, amalgamando con poca acqua di cottura e un veloce filo d’olio.

Servite dunque lo Spaghetto quadrato “La Molisana” con qualche foglia di prezzemolo fresco e a piacere una spruzzata di pepe e zenzero.

Semplicemente Buon Natale!!!

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Buon Natale! Questo semplicemente l’augurio che rivolgo a tutti voi.

Buon Natale a chi passerà di qui e a chi no; a chi conosco, a chi conosco davvero, a chi conoscevo e a chi non conosco affatto. Semplicemente l’augurio di una giornata speciale, serena, piena di sorprese e regali non solo materiali. Solo per oggi lasciamo da parte tutti i brutti pensieri, le negatività, l’astio e i rancori. Regaliamo e regaliamoci un Natale migliore (va beh, sembra lo slogan di una campagna elettorale!). È quello che vorrei.

Colgo l’occasione e ci tengo a rivolgere un grazie a chi ogni giorno contribuisce anche silenziosamente a far crescere questo blog, questo angolo disordinato e delirante che spero tenga un po’ di compagnia.

Naturalmente vorrei sapere come state trascorrendo questo Natale, cosa state mangiando di buono, quanto vi siete abbuffati, quali regali avete fatto e ricevuto.

 

Intanto mi aspettano altre due giornate colme di cibo e condivisione. Non so bene se e come ne verrò fuori. Se sopravvivo a questi pranzi e cene pantagrueliche mi ritrovate di nuovo qui.

 

-1 giorno! Domani é arrivato!

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Il pranzo della Vigilia sta per iniziare!
Intanto si tirano fuori copricapi molto sobri!

Solo -2 giorni a Natale

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Ecco un treno carico di regali, speranza e si spera serenità che sta per giungere nella stazione del Natale.

Solo due giorni e sarà Natale, il giorno tanto atteso, eppure in molti non vedono l’ora passi presto. Diciamoci la verità, a volte arriva quel momento, seppur fuggente, in cui un pensiero attraversa la nostra mente: ma quando passano queste festività? È un pensiero dettato dalle aspettative, dai preparativi che sembrano non finire mai, dall’ansia che tutto sia perfetto, dal cibo alla compagnia. Anzi soprattutto la compagnia. Sì, perché è proprio in questi momenti che si svelano pensieri celati per molto tempo, diventano palesi antipatie e simpatie, fino ad arrivare a inviti d’inclusione o esclusione inaspettati o talvolta già annunciati. Natale per le cosiddette “comitive” di amici (termine che nonostante continui ad essere usato, ritengo sia inappropriato per i gruppi di amici ormai trentenni o giù di lì – è un mio personale punto di vista), ma anche per i rapporti di amicizia in sé, è sicuramente un banco di prova, la prova del fuoco che tempra e rafforza, oppure inevitabilmente logora e spezza. Il fatidico punto dell’organizzazione delle serate è sicuramente la prova più dura: vieni tu da me o veniamo noi con altre trecentocinquanta persone? Porti il dolce o qualcosa di salato? Pandoro o panettone, ma senza canditi eh? Se per te è più comodo veniamo a casa tua che è più grande (e così non sporchiamo la mia che di mettermi a fare le pulizie a Natale non ho proprio voglia)? Portiamo una pietanza ciascuno e io porto una bottiglia di spumante per cinquanta persone, che dite basta? Insomma è una continua contrattazione, cercando di accontentare un po’ tutti i gusti e le pretese, compromessi raggiunti ingoiando bocconi amari solo per salvare un’armonia delicata come un gingillo di cristallo. Sarò cinica? Forse ma quasi dappertutto è quello che sta succedendo e sto osservando attorno a me. È semplicemente quell’aspetto del Natale che c’è ma è meglio che non si veda. Tanto alla fine si finisce per brindare comunque insieme e scambiarsi auguri con la consapevolezza che tra due giorni la quotidianità avrà spazzato via tutto.

Come si dice “a Natale siamo tutti più buoni”, ma rompi scatole lo si è trecentosessantacinque giorni l’anno…