Pensiero cazzeggio – In lotta

Pomeriggio di lotta. La mia resistenza è messa a dura prova.
Forse le mie difese sono troppo deboli e cederanno, infine.
Chiusa nella mia stanza, mentre la contesa è in corso.
Lotto, fino allo stremo delle forze, con soltanto un filo di voce, aggrappata ad un raggio di luce. Lotto contro la sonnolenza da Actigrip!
Non so chi vincerà, so solo che sono in netto svantaggio.
Dopo tre giorni tremendi col torcicollo, ora anche raffreddore, mal di gola e la voce che è data per dispersa. Chiamate “Chi l’ha visto?”, grazie.
Naturalmente per la serie “non facciamoci mancare nulla” (n’zia mai, si dice dalle mie parti – espressione arcaica ma affascinante) c’è anche il mio simpaticissimo dente del giudizio che, puntualmente come ogni anno in questo perido, sta tentando di perforarmi la guancia.
Sono un rottame, lo so. Amen.

Intanto fuori c’è il sole e questa è già una conquista.

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Quando la cantina è il paese delle meraviglie; ritrovamenti eccezionali.

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Per la serie “nostalgia portami via” oggi vi propongo un meno sei particolare, realizzato con un gioco, o forse è più appropriato chiamarlo attrezzo/utensile (vi prego con l’accento sulla “i”, lo so è una fissa che mi ha fatto venire il professore di linguistica generale) da disegno che ho notato ultimamente stanno riproponendo soprattutto nei mercatini, lo “Spirograph”. Per chi non avesse proprio presente cosa sia, si tratta di un kit in scatola composto da alcuni dischi di diversa grandezza e dentellati, con dentro dei forellini a diverse distanze e in cui si inserisce la punta della penna; in questo modo i dischetti vengono fatti ruotare ad esempio nel perimetro interno di un cerchio più grande, una sorta di guida anche questa dentellata, oppure dentro o fuori una orma rettangolare, o una specie di elica. Così gira che ti rigira si realizzano bellissimi disegni, quasi linee concentriche o che si intrecciano in motivi che a mano libera sarebbe impossibile realizzare. Per chi invece non avesse compreso una cippa della mia spiegazione rimando alle due foto oppure a “Santogoogle”.

spirograph

Ieri pomeriggio sono scesa in cantina per cercare una lampada che emettesse luce bianca per via delle foto (mammamiacomesonodiventataprofessionale), e come al solito qualsiasi cantina, ripostiglio, soppalco, stanza piana di cianfrusaglie che si rispetti per me si trasforma nel paese delle meraviglie, così inizio a scavare tra gli scatoloni alla ricerca di non so bene cosa, perché la lampada l’avevo già trovata.

Apro una busta e ci trovo una confezione nuova di pastelli a cera risalente probabilmente alle elementari, e ancora tre astucci pieni zeppi di pennarelli e pastelli (sempre per lo stesso motivo che potete ritrovare qui). Continuo a cercare, questa volta tra le scatole dei giochi da tavola e trovo questa grande scatola azzurra, lo Spirograph che pochi giorni fa avevo visto col mio lui ad un mercatino e mi era venuta voglia di riesumarlo un giorno o l’altro. Ed ora me lo ritrovavo di fronte. Non ci ho pensato due volte e ho portato su a casa scatola, lampada e tutti gli astucci; questo per “grandissima” gioia di mia madre, altre cianfrusaglie che si uniscono al mio disordine. Ho aperto la scatola e il gioco era intatto, non mancava nessun pezzo, anzi vi ho trovato tanti disegni fatti all’epoca, fogli ormai ingialliti ma pur sempre leggibili e intrisi di ricordi. Naturalmente io e mia sorella abbiamo occupato il tavolo con colori di tutti i tipi e ci siamo messe a disegnare, come quando eravamo bambine; tra l’altro nell’entusiasmo generale abbiamo scritto una bella letterina a Babbo Natale che a dire il vero si avvicinava più a una lettera minatoria.

Dunque sulla scia dei ricordi ho pensato di dedicare questo meno sei ancora una volta ai ricordi.

Domanda: ma anche voi avete l’abitudine di conservare e mettere da parte oggetti per ipotetici futuri e anche improbabili utilizzi? Io spero di non fare la fine dei protagonisti di “Sepolti in casa” e compagnia bella di Real Time!

Il profumo del pane a una settimana da Natale

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Manca una settimana esatta a Natale, per questo vi delizio (si fa per dire) con una mia creazione (e in sottofondo partono le risate registrate). Purtroppo per voi ci ho preso gusto a disegnare.

Una settimana fatta di influenza per il mio lui e che giustamente mi spupazzo alla grande; una settimana fatta per ridere, scherzare, pranzare e soprattutto cucinare assieme. Entrambi adoriamo cucinare e spesso ci capita di farlo, ora nella sua piccola cucina, cercando di non intralciare l’uno il lavoro dell’altro. Capita spesso che proprio in cucina nascano delle piccole scaramucce, magari su qualche procedimento, sulla cottura, sui condimenti, ma sono bisticci di poco conto che credo nascano dalla passione: è con passione che mescoliamo un sugo, che impastiamo e amalgamiamo, è con passione che tagliamo in geometrie regolari gli ingredienti. È per quella stessa passione con cui cuciniamo e rispettiamo le materie prime che esterniamo il nostro punto di vista. All’assaggio, nel momento del banchetto i dissapori lasciano il posto ai veri sapori, così ogni animo è lenito.

Ieri, dopo aver sfornato cornetti ahimé surgelati che si sono rivelati una vera delusione (per questo la prossima volta con tanta pazienza proveremo a farli con le nostre mani), lui ha proposto di fare il pane. Era un’idea che aveva da parecchio tempo, infatti aveva precedentemente acquistato tutte le farine necessarie. Ed era anche un mio desiderio. Lui ha amalgamato gli ingredienti ed io ho continuato lavorando la pasta. Gioco di squadra perfetto. Abbiamo atteso con trepidazione la lievitazione (un po’ breve in effetti, ma la curiosità e l’entusiasmo hanno avuto la meglio), e dopo aver porzionato la pasta abbiamo infornato.

Eravamo accovacciati davanti al forno, illuminando lo sportello con una luce tascabile per vedere meglio, osservando come le nostre rozze (no, meglio “rustiche”) pagnotte si gonfiavano, le croste si sollevavano diventando croccanti. E poi il calore, il profumo del pane appena sfornato, la curiosità di spezzarlo insieme, di assaggiarlo e la meraviglia di aver creato con le nostre mani il “re” della tavola.

È stato emozionante e sicuramente da ripetere. Soprattutto da perfezionare; in fondo secondo me doveva essere cotto un po’ di più, ho detto a lui che non era d’accordo.

Per la serie “addobbi natalizi strambi”

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Per il conto alla rovescia di oggi niente miei disegni ma una mia fotografia (e non so tra i due qual è peggio…). Sempre per la serie dei pezzi forte degli addobbi natalizi di casa mia, oggi vi propongo questa fantastica composizione, del peso di mezzo chilo, con alberello e pupazzetti di neve fatti di ceramica (o forse è gesso, o argilla, o plastica dura… non lo so, so solo che se cadesse per terra si romperebbe in mille pezzi). Ciò che è più importante e che costituisce il suo punto di forza è che l’oggetto qui presente si illumina e suona! Ci sono, infatti, dei piccoli led colorati sull’alberello che si illuminano a intermittenza seguendo le note di We wish you a Merry Christmas: una volta posizionata la levetta di accensione su “on”parte una voce simil-femminile un po’ metallica che annuncia per due volte “Merry Christmas” per poi continuare con la melodia. Detto così sembra anche carino ma il problema fondamentale è che una volta esaurita la canzoncina il soprammobile natalizio tace ma si aziona da solo ogni volta lo si smuove un po’.

Tenendo conto, sempre ritornando all’argomento delle allocazioni, che questo raffinato frutto dell’arte e della tecnologia cinese trova ogni Natale posto o sulla televisione della cucina, o sul mobile su cui è posta la tv, ma macchinetta del caffè e la radio e dove generalmente appoggiamo di tutto, potete ben capire che a ogni minima vibrazione parte inaspettato il “Merry Christmas” con tutto l’ambaradan di lucette. Peggio se la cosa avviene di notte mentre rientro a casa cercando di non fare rumore perché tutti gli altri dormono già. Per questo cerchiamo di tenerlo quasi sempre spento, tranne quando mia madre spinta da spirito natalizio burlone lo accende per rallegrarsene un po’, naturalmente lasciandolo poi acceso. In fondo, però, a lei piace questa composizione simpaticamente donataci da mia zia, la sorella di mia madre (che talvolta in fatto di gusto lascia un po’ a desiderare) e ora come ora l’armamentario natalizio non potrebbe fare a meno di lui.

La riscoperta di matite e pennarelli. Vecchie passioni tornano.

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Anche oggi per vostra grande gioia un mio disegno! (E partono le risate registrare dalla regia)  Un disegno per ricordare che manca poco più di una settimana a Natale; da oggi il conto alla rovescis si fa serrato e si inizia con cifre singole che in contro tendenza fanno aumentare l’attesa.

Ho rispolverato la passione per il disegno, quella per l’arte in genere non mi ha mai abbandonata. Fin dalle elementari, così come alle medie e i primi anni di liceo, l’arte e il disegno sono state tra le mie materie preferite; fatta eccezione, alle medie, del disegno tecnico e di quella materia annessa chiamata credo “educazione tecnica” che proprio non riusciva a starmi simpatica proprio come il professore che la insegnava. Ricordo che anche in questo caso – così come a matematica in cui con grande fantasia inventavo nuove formule che in realtà non avevano né capo né coda, ma che per me funzionavano solo perché portavano allo stesso risultato del procedimento standard (io l’ho sempre detto: la matematica per me è un’opinione e non cambio idea) – la squadratura delle tavole mi annoiava così tanto che ormai la eseguivo con precisione prendendo le misure e tracciando le linee, infine praticavo dei forellini lì dove generalmente nel classico procedimento doveva essere puntato il compasso. E madames et monsieurs les jeux sont faits! Semplice e pratico.

Nel disegno, invece, ogni passaggio era necessario ed eseguito al meglio, impiegavo ore anche solo per tracciare una linea purché fosse perfetta, purché potesse avvicinarsi alla realtà. Naturalmente, come molte volte ho riscontrato capita, adoravo disegnare ma non colorare: forse il disegno riesce a trasmettere un leggero senso di onnipotenza poiché con l’ausilio della matita puoi creare, puoi plasmare qualsiasi cosa, forme che sussistono semplicemente perché hanno quel tratto di grafite che fa da contorno, che delimita il particolare, ciò che esiste da ciò che non esiste e che è solo foglio bianco; dunque senza bisogno di colore. Ma quando devi necessariamente dare colore allora non si può sbagliare, devi solo cogliere la sfumatura giusta dalla scala cromatica unendola alla luce perfetta. E in quel caso il colore per me diventava una sfida, una ricerca che mi portava ad acquistare (per grandissima gioia dei miei genitori) sempre nuove scatole di pennarelli, pastelli, acquerelli, tempere con vaste gamme di colore; taluni con differenze quasi impercettibili.

Ed ora ho riscoperto tutto questo, ho rispolverato pennarelli e pastelli di allora che avevo conservato più per ricordo che per futura necessità. Mi sto riappropriando degli strumenti che un tempo erano legati ad un dovere scolastico, oggi invece sono diletto, pura volontà creativa ed espressiva.

Per qualche attimo torno bambina, do vita a personaggi strani, mi sporco le mani di colore. E mi piace da matti.

Un piccolo vizio di nome Jane Austen

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Lo ammetto, ho una passione per Jane Austen. Mi piace il suo stile, mi piace la sua personalità, un’eroina che in fondo non ha molto di romantico in sé quanto invece di rivoluzionario e innovativo. E lo so, molti sentendo il suo nome seguono subito il collegamento mentale che li porta all’idea di “romanzi rosa” per femminucce, o ancor più dispregiativo per zitelle in attesa del vero amore, del principe azzurro che le conduca in un sogno possibilmente reale a bordo della sua super macchina sportiva, va bene anche un suv (della serie “principi azzurri si evolvono sull’onda delle mode”). Allora vi sbagliate di grosso. Questa è l’idea di chi si ferma al frontespizio, di chi tra le tante parole sulla quarta di copertina legge il binomio “donna/amore” e storce il naso pensando di aver riassunto tutto il libro, è l’opinione di chi crede che i libri della Austen facciano parte della collana “Harmony” (che fortunatamente non ho mai avuto il dispiacere di leggere); è l’errata idea di maschilisti e pure misogini che credono che tali letture possano distogliere l’attenzione delle donne dai loro doveri femminili, rifiutando l’amara realtà. Bene, nulla di più errato. La Austen ha quell’occhio critico verso il suo sesso, considerato in genere fin troppo gentile, guarda il mondo femminile dall’interno all’esterno: nei suoi romanzi le donne presenti costituiscono un campionario assortito di sfumature caratteriali, donne con i loro pregi e difetti ma con una grande profondità psicologica. Non si può navigare a pelo d’acqua, bisogna immergersi, grattare la superficie e guardare nel profondo, in quella voglia di riscatto, di non essere solo oggetti o soprammobili di ricchi salotti inglesi. Ribellarsi alle regole della società, delle consuetudini familiari, alla ricerca della propria fortuna, riappropriandosi del libero arbitrio, scegliere e agire seguendo la testa e il cuore ma sempre autonomamente. La stessa Jane decise di vivere del suo lavoro di scrittrice, una scelta impensabile per il suo tempo; una strada difficile da percorrere e allo stesso tempo sofferta rinunciando all’amore. È il seme dell’emancipazione che non più tardi sarebbe fiorito prorompente nel femminismo, in quella dignità di essere donne libere con eguali diritti e doveri. A tal proposito ricordo con piacere l’ultimo esame universitario di letteratura inglese: il programma si incentrava sulla nascita del romanzo borghese inglese e prevedeva la lettura del “David Copperfield” di Charles Dickens e del “Moll Flanders” di Daniel Defoe. In quella sessione sono stata esaminata da una assistente, una giovane donna che avevo visto molte volte in dipartimento. Mentre esaminavo le tipologie di personaggi mi sono soffermata su due personaggi femminili, per il primo Agnes e per il secondo la stessa Moll; quasi inavvertitamente il riferimento ai personaggi femminili di Jane Austen è venuto naturale mentre gli occhi dell’assistente – fino a quel momento opachi e certamente annoiati dopo aver sentito chissà quante volte la stessa storiella sulle avventure di Copperfield e di quanto Defoe si sia pregiato del titolo di “padre del novel” (che poi un genere come il romanzo non è che lo inventi così per bisogno, se no i romanzi antichi dove li piazziamo?) – si sono accesi, rianimati al nome di Elizabeth Bennet, eroina intramontabile di “Orgoglio e Pregiudizio”. Da lì in poi l’esame è diventato una chiacchierata con lei che aveva i miei stessi occhi per osservare un’autrice mai scontata, una donna capace di rivoluzionare la propria vita e il mondo femminile racchiuso nell’universo-libro, una donna che auspicava che quelle eroine, o se vogliamo semplici fanciulle, potessero fuggire da quelle pagine e vivere libere nella realtà.

Ora c’è Emma a tenermi compagnia. Sono ancora alle prime pagine di questo romanzo che dicono sia stato subito apprezzato al momento della pubblicazione e che in molti considerano uno dei capolavori della Austen. Già le prime vicende preannunciano un intreccio ricco e complesso, ma c’è qualcosa che devo ancora inquadrare per bene che rende la trama fresca e moderna.
Lo scopriremo solo leggendo.

Pensieri dal mio letto – optional di coppia

Allora, sfogliamo un pò il “manuale delle giovani marmotte della coppia”. Cosa c’è dopo la diminuzione/mancanza di baci, carezze, carinerie (vedi i famigerati complimenti),ricerche varie dell’altro? Niente; nel senso che il capitolo in questione non è stato ancora creato e cercato oppure potrebbe solo essere lo scioglimento della trama. Alcuni acclameranno l’interpretazioni di picccoli campanelli d’allarme, altri grideranno alla crisi, e dato che è tutta attorno a noi non sarebbe strano si fosse insinuata in noi.
Un bel pacchetto di accessori che diventa un optional non di serie con il passar del tempo, di molto tempo, quando tutto si appiattisce nella prospettiva della normalità, divenendo un’abitudine difficile da sradicare. Un’abitudine per se stessi in cui fare a meno dell’altra persona è solo fastidioso da attuare.
Così ti ritrovi a lanciare sassi senza nemmeno preoccuparti tanto di nascondere la mano, ti ritrovi a dover quasi elemosinare attenzioni non spontanee, accorgendotene in quell’unico momento di lucidità in cui ti chiedi “cosa stai facendo” di fronte alla sua indifferenza. Ti ritrovi a ricevere quegli optional nei pochi momenti di intimità, in rapporti che sembrano sfiorare la linea del sentirsi un “oggetto” momentaneo per soddisfare bollori di basso ventre, mentre lui palesa il suo pensiero fisso di esplorazione.
L’imputazione di stress, diversi ritmi di vita, altre priorità nella giornata cadono celermente come castelli di carte. Anche tu hai ritmi diversi, ti ritrovi a combattere su più fronti con un lavoro che non ti soddisfa nemmeno e in cui vorresti che in quell’unico momento di isteria mista a paranoia, che la condizione di donna per consuetudine ti mette a disposizione, lui ti mentisse spudoratamente dicendo che hai ragione: assecondare i tuoi sfoghi e pensieri fini a se stessi, senza stare lì a bacchettare, solo perchè ne hai bisogno (tecnica sopraffina questa, che al genere maschile ancora sfugge dopo secoli di esempi e allenamenti).

Ok l’effetto della melatonina si sta facendo sentire, la testa è già sul cuscino, le coperte rimboccate. Non ,manca nulla.
3 2 1… Buonanotte.

Pensieri dal mio letto – Tranquilli, è “vero” realismo (sì, esiste…).

È così difficile distinguere il comune pessimismo da un atteggiamento che ha tutti i buoni propositi per essere uno realista? Possibile che distinguere i due fronti sia così difficile?

È vero, talvolta i due atteggiamenti non hanno contorni netti, altre volte le rispettive sfumature possono confluire. Eppure sono scissi, reclusi in angoli opposti e identificativi.

Io credo di riuscirci, cerco di attuare un atteggiamento realista, anche perché francamente disperarsi può servire a ben poco. Mi lascio trasportare dalla mia logica, scevra da coinvolgimenti soggettivi e tinte personali. Con lente d’ingrandimento seleziono dati, elementi neutri, lucidi, li unisco con un filo rosso, tesso una ragnatela di pensieri e considerazioni che possa essere una visione reale. E quando si tratta di me, di situazioni che mi riguardano in prima persona, ci metto in mezzo anche la mia conformazione caratteriale, come sono fatta, le mie capacità e ancor di più i miei limiti (perché io li conosco). E se le circostanze, se le contingenze che mi si propongono davanti possono semplicemente sembrare vertere verso il pessimismo le mie considerazioni, questo non significa che essenzialmente lo siano.

Sembrerebbe tutto un discorso artefatto, di chi pensa di sapere, di conoscere, ma in realtà è accecato da una distorsione percettiva. Però io ne sono convinta, sono certa di questa visione recettiva realista. Ed effettivamente non sarebbe semplice pensare ciò guardandosi attorno, mentre si osservano individui intimamente pessimisti, insicuri, talvolta terrorizzati dalla propria ombra, costantemente in conflitto con la voglia di agire e riuscire e l’insana paura di fallire, di non essere all’altezza. Ogni cosa va presa così come viene: detto popolare? Può essere, ma mai parole ormai così logore sono state più sagge.

Ogni avvenimento è un’esperienza, nel bene o nel male, un tassello in più che crea il mosaico di un “Io” che non smette mai ci accrescere, di formarsi. Ed è così che io sto vivendo, nonostante a volte chi mi sta attorno possa fraintendere i miei pensieri: inutile convincerli che non sia così, che ciò che loro vedono è differente da quello che io realmente sto seguendo- sentendo. Procedo dunque, ascoltando e captando ciò che è fuori, ma i criteri di valutazione sono i miei; procedo anche in un accenno di incomprensione. Genio incompreso? Non credo di essere mai stata un genio, incompresa a volta, anzi molte. Ma anche così si tira avanti, con la curiosità di chi vuole scoprire ogni attimo cosa c’è dietro l’angolo. Con la curiosità di chi vuole semplicemente vivere. Come crede, possibilmente.

Un brivido sulla pelle… bentornato autunno.

Brrrrrrrrrrrrrrr! (No, non è brancamenta…).

È il mio personale apprezzamento per questa piacevole temperatura serale. Circa 19°, un venticello un po’ pungente e la pelle ancora scoperta che richiede un po’ di tessuto, leggero, un velo che trasmetta tepore e protezione.

Adoro questi climi che lentamente declinano vero il freddo, quello vero, quello che si insinua tra i più piccoli spiragli di stoffa entrandoti dentro.

E torna la voglia di stare a casa, adagiati sul divano a leggere o guardare un bel film, o meglio cucinare qualcosa di caldo, cibi fragranti appena sfornati che deliziano il palato e riscaldano l’anima.

A questo proposito sto pensando di provare uno dei miei esperimenti in programma: pancakes! Tradizionali o forse salati; torrette soffici e ancora fumanti con una leggera colata di formaggio fuso e prosciutto croccante. Ok, domani mi procuro l’occorrente e mi metto ai fornelli!

Benvenuto autunno. Bentornato vento liberatore.

Sintesi.

Stanca? Stressata? Sì, anche oggi.

Hai trascorso una buona giornata? Ma anche no. Una giornata talmente irritante che il diluvio del pomeriggio mi metteva addirittura di buon umore.

Voglia di sfogarti? Sì, tanta. Possibilmente prendere simpaticamente a “violenti scappellotti” due oche e una vacca.

Voglia di dire “ve l’avevo detto”? Non si capisce, percentuale superiore alla soglia consentita.

Voglia che tutto questo finisca? Senza fine.

Voglia che ciò che mi aspetta non inizia mai? Vedi risposta precedente.

Sei confusa? Il mio mestiere è il disordine.

Voglia di mollare tutto? Direttamente proporzionale alla voglia di non fallire.

Sopportazione? Nella zona di pericolo esplosione.

Soddisfatta? Manco per niente!

Felice? E cosa sarebbe…?

Sintesi rapida e veramente poco indolore della giornata di oggi (pressapoco ciò che succede da qualche settimana).