Questa storia mi ha sfinita

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Questa storia mi ha uccisa, in parte.
Un silenzio prolungato, una clausura forzata, una scomparsa inaspettata e dopo un esame superato. Come al solito quando devo preparare un esame universitario, io sparisco dalla circolazione, mondo reale o virtuale non fa differenza. Ho bisogno di profonda concentrazione, di chiudermi in una stanza con i miei libri e divorare pagine su pagine. Nessun rumore, nessuna distrazione. Ogni piccola cosa esterna può rompere la concentrazione e ultimamente per farlo ci vuole davvero poco… dite che è la vecchiaia che incombe? Mi state dicendo che sono da troppo tempo all’università e che devo darmi una mossa? Sì,  è vero.
Quale cosa migliore, dunque, se non iniziare lo sprint finale con un bell’esamone di storia moderna? E proprio storia moderna è stata. L’esame che tutti amano e odiano, il mio primo esame di storia accompagnato da una fottuta ansia mista a terrore. Questa volta ammetto che mi ha preso veramente male. Ero convinta di non farcela, o per lo meno di farcela in modo disastroso.  Eppure a me la storia moderna piace molto, è il mio momento storico preferito, e adoro anche il professore, dunque ci tenevo particolarmente a dare il meglio. Io e le date, però, non andiamo molto d’accordo, e la Rivoluzione francese è un marasma di avvenimenti; i vari re Carlo II che non si sa bene perché nel Seicento sembrano avere tutti problemi a procreare, dunque via con guerre di successione francese, polacca, austriaca, spagnola. E quel Carlo V, che per una serie di circostanze mette su un regno immenso da una parte all’altra dell’Atlantico, nato il 24 febbraio 1500, lo stesso giorno e mese di mia madre… sarà forse il giorno prediletto dai rompiscatole per venire al mondo? E non dimentichiamo Riforma protestante e Controriforma cattolica con tanto di Concilio di Trento e guerre dei cento, trenta e sette anni. Una mole di fatti, date, avvenimenti, parentele che ho cercato di infilare con forza in meno di un mese nella mia testa, studiando fino alle 4 di notte, perdendo ore ed ore di sonno. Nulla di nuovo, tutto come mia consuetudine, tutto a parte un’ansia da prestazione mai provata prima. Tanto forte da voler scappare via il giorno dell’esame d’avanti all’ufficio del professore con il corridoio di disperati come me. Dopo attimi di travaglio la sentenza: divisione alfabetica quindi esame rimandato a lunedì 29. Due giorni per ripetere, colmare le lacune e soprattutto mandare via l’ansia e la paura. Alla fine l’esame è andato e nel modo meno sperato: 35 minuti di domande (sì, sono stata cronometrata a mia insaputa da una ragazza in attesa di fare l’esame) e un 30 e lode conquistato. Anche questa volta. Soddisfazione indescrivibile, un miscuglio di emozioni e la consapevolezza di essere un po’ più vicina al traguardo finale.
Ora si torna a vivere, a produrre, lavorare, creare e soprattutto a scrivere.

Pensiero cazzeggio – Sono dal parrucchiere. Vi ho voluto bene.

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Sono dal parrucchiere. Sì, avete capito bene. Dopo tanto, troppo tempo alla fine ho ceduto. La mia chioma informe deve essere dunque domata. Intanto aspetto, perché mia sorella mi ha fregato il posto al lavaggio. Intanto prego che finisca presto, ancor prima di iniziare. Intanto spero che alla fine possa ancora muovere la testa a causa ancora del torcicollo. Intanto è arrivato il mio turno.
OK OK stiamo calmi, niente panico.

Il parcheggio dell’attesa

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Lunedì mattina ed io inizio la mia settimana di “passione” con una lunga, noiosa, incerta attesa.

Il parcheggio degli “attendenti”. Genitori, fratelli e sorelle, amici, accompagnatori occasionali tutti con la stessa espressione tra l’attesa ansiosa, la noia, in preda alla preoccupazione, sussurrando preghiere affidandosi chissà a quale santo, nervosi e impazienti. Tutti attendiamo. Aspettiamo chi in questo momento sta sostenendo la prima prova del concorso per allievi della Guardia di Finanza a Bari. Io aspetto mia sorella. Attendo come loro nel parcheggio della ferrotramviaria di Bari che si è trasformato questa mattina in una sorta di girone infernale. Anime in pena sostano al sole, altre all’ombra, altre sedute su muretti; qualcuno legge, altri sono concentrati al telefono, altri ancora impegnati in infinite telefonate con tutti i contatti disponibili in rubrica. C’è chi sonnecchia in macchina, chi vista l’ora si è avventurato oltre il parcheggio in cerca di beni di conforto, chi passeggia avanti indietro conoscendo ormai al centimetro le misure delle aiuole. Io mi sto relativamente annoiando. E poi ho fame e sete. E mi fa anche caldo. Dopo un’ora interminabile passata all’aperto, cercando di leggere e studiare un capitolo del libro di storia moderna (ma senza alcun risultato), mi sono rifugiata in macchina e ho deciso di scrivere. Naturalmente mentre la temperatura si alza sempre più e un leggero senso di sauna pervade l’abitacolo. Ma attendiamo fiduciosi qui (anche perché il sedile dell’auto è senza dubbi più morbido e confortevole del muretto freddo). Ho dato un’occhiata al malloppo dei fogli dei test su cui mia sorella ha studiato. Sono tutte domande di lingua italiana: sintassi, analisi grammaticale e logica, ortografia, comprensione dei testi. Sono perplessa. Uno stupore forse dato dalla mia inesperienza in fatto di concorsi. Mi sarei aspettata qualche domanda di logica, diritto, cultura generale, matematica. E invece nulla. Sembra più che altro un test di Lettere. Mi domando come si possa in questo modo giungere ad una efficare selezione per competenze, attitudini, meriti intellettuali. È vero sì, che chi riesce a passare questa prova verrà esaminato in altri ambiti, ma ciò non diminuisce la grande scrematura di candidati che in questa fase viene fatta. Cadono teste per accenti sbagliati, il congiuntivo miete più vittime dei pesticidi sparati a cannone d’estate contro le zanzare malefiche, in molti sono immolati sull’altare delle proposizioni, ed una sorta di roulette russa dei complementi elimina ciecamente sventurati all’arrembaggio. Lingua italiana perdonali perché non sanno quello che fanno! La questione dei test concorsuali e di valutazione è stata più e più volte sollevata, sono piovute pesanti critiche a tutto il sistema organizzativo e ai vari Ministeri di competenza. Non ultimo, circa un mese fa, su “La Stampa” è apparso un interessante articolo firmato dal grandissimo Luciano Canfora (che ho avuto la fortuna di avere come insegnante per il corso di Filologia classica all’Università di Bari) in merito all’efficacia dei test di accesso al TFA, in cui criticava il fatto che i candidati con tale strutturazione non avessero realmente l’opportunita di testare e dimostrare le proprie conoscenze, capacità e preparazione in campi pratici, quelli che diventamo materie di insegnamento delle future generazioni di insegnanti. Canfora proponeva soluzioni semplici e valide, come ad esempio lo svolgimento di temi o brevi trattazioni anche a carattere pedagogico (talvolta, infatti, è proprio la didattica e la metodologia di insegnamento ad essere carente in insegnanti preparati nelle loro materie, e questo sembra quasi un paradosso nel Paese che avuto personalità di spicco in campo educativo come la Montessori). È assurdo proporre in concorsi del genere quasi esclusivamente domande di cultura generale e di lingua italiana che favoriscono nella maggior parte dei casi i fortunati, gli avventori e pochi realmente preparati. Perché non pensare a diversificare e rendere più efficaci taluni concorsi, anche guardando ai modelli di selezione stranieri, lì dove la competenza e la preparazione, accanto ad una buona dose di meritocrazia, la fanno da padrone?

Ah giusto, dimenticavo, siamo in Italia. Eppure non rinuncio ad una possibilità di cambiamento.

Nel frattempo il tizio della macchina parcheggiata alla mia destra sta schiacciando un sonoro sonnellino dopo essere inspiegabilmente uscito dal parcheggio per poi rientrare “di culo”, cioè con la parte posteriore di fronte al muro.

Intanto io attendo.

Basta! Corro!

Ieri sera avevo iniziato a scrivere, buttando giù parole a caso in attesa di una scintilla di ispirazione. Ma niente, sono crollata prima di poterla raggiungere. Ero praticamente sfinita da una mattinata passata in giro per il centro di Bari (e finalmente ho acquistato i miei occhiali da sole nuovi, fighissimi, tartarugati e naturalmente Ray Ban – ma non facciamo pubblicità, tanto non ne hanno bisogno), con una lunga sosta alla Feltrinelli – da cui naturalmente non si può certo uscire a mani vuote – dove ho acquistato il libro “Il conto delle minne” di Giuseppina Torregrossa che ormai da molto volevo leggere e con altri acquisti fatti dal mio lui e da mia sorella (ebbene sì, mia sorella ha comprato un libro! Che emozione! Sono fiera di te baby!) ho preso anche un libro di cucina, “Vegetariano” della collana “I love cooking” della Gribaudo in promozione e che va ad aggiungersi a quello che presi precedentemente sul finger food. Tranquilli non divento vegetariana, continuo ad essere una onnivora convinta a cui non dispiacciono tendenze alimentari differenti. Sperimenta, è tra i miei imperativi preferiti. Dopo questa intensa mattinata e un primo pomeriggio non del tutto rilassante, mi son detta basta, vado a correre! Ho indossato la tuta, ho rispolvverato le mie candide scarpe da running e con gli auricolari nelle orecchie sono scesa per strada. Ho percorso il lungo viale alberato, costeggiando la ferrovia. Ho corso, camminato velocemente a ritmo di musica, salito e sceso più volte le scale del sovrappasso (che pare di scalare una montagna). Ho pure saltellato come una mezza rincoglionita mentre le macchine mi passavano accanto rallentando con conducenti un po’ perplessi. 45 minuti senza mai fermarmi, senza permettere ai muscoli di rimanere anche per un solo secondo immobili e permettere alla mia mente di riprendere a pensare, a macinare idee confuse. Correvo e non pensavo a nulla, la mia mente era libera, io ero libera da quel mostro invisibile e oscuro che di recente troppe volte sembra stritolarmi le viscere e togliermi il respiro. Correvo mentre la sera si allungava, il buio conquistava il cielo trapuntato dalle prime stelle. C’ero io e basta, il corpo che con il dolore e la stanchezza sembrava ribellarsi a quella strana e insapettata decisione di lasciare tutto e mettersi a correre, dopo tanto tempo, forse troppo, dopo un lungo periodo di immobilismo, ferma con il corpo, prigionièra con la mente. Come si dice “mens sana in corpore sano”, ed io voglio crederci, voglio assecondare un pensiero sano che possa portarmi alla conquista di un nuovo equilibrio.

Intanto spero che l’acido lattico abbia pietà di me nei prossimi giorni e progetto nuove corse strampalate.