Je suis Charlie

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Primo post di un nuovo anno. Un anno che sembrava essere iniziato bene, con un pizzico di fortuna che davvero non guasta, ma che invece si è rivelato traditore.

Avrei voluto iniziare il nuovo anno con un post diverso, un post leggero, anche un po’ frivolo, magari facendo un resoconto delle abbuffate di queste festività, parlando dei saldi iniziati già da qualche giorno, parlando di una insolita nevicata che ha coinvolto la mia Puglia e ha scombussolato i piani per Capodanno. Invece no.

Decido di esordire in questo nuovo anno e in questo giorno drammatico con una frase:

Je suis Charlie.

L’orrore dell’attentato di Parigi mi ha lasciata sgomenta, inorridita. Da giornalista, da persona, da donna.

Un colpo durissimo al giornalismo, ad un’informazione che si è sempre professata laica, forse anche atea, ma per lo meno libera. Libera di esprimersi con parole, con disegni, con vignette, con qualsiasi mezzo di comunicazione, attraverso la satira, l’ironia che spesso feriscono ma non hanno mai ucciso nessuno.

Si sa, la satira, soprattutto quella più spinta e spregiudicata, valica talvolta una linea che è limite solo per chi rimane fermo e immobile nelle proprie idee. Non è una questione di rispetto o meno, semplicemente punti di vista che vanno e devono essere rispettati. E oggi si è andati oltre il limite del rispetto della pluralità di pensiero e visione. Folli estremisti che rivendicavano l’offesa arrecata alla propria religione hanno rotto e macchiato di sangue quel rispetto. Nel modo più definitivo ed atroce, una censura al limite dell’immaginabile che fa apparire i roghi di libri proibiti dall’Inquisizione cinquecentesca solo falò per arrostire salsicce.

Anche noi siamo Charlie Hebdo oggi, indignati, inorriditi, ma con la bocca mai chiusa e la testa alta.

Anche noi oggi alziamo le nostre matite al cielo.

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Gir(ament)o di… Italia

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Oggi in giro ci sono più “esperti” di ciclismo che biciclette.

Il Giro d’Italia giunge in Italia (gioco di parole che mi lascia perplessa – mi chiedo da incompetente, infatti, che senso abbia far iniziare la manifestazione ogni anno in un Paese straniero differente) e per questa quarta tappa parte proprio dalla Puglia. Giovinazzo-Bari, una “tappa semplice”, pianeggiante, l’hanno definita gli esperti; 112 Km facili facili, nulla in confronto al “tappone”, definizione attribuita ad alcune tappe che ho trovato su un sito sportivo questa mattina e che da pagana ho riso e deriso ritenendolo un errore proprio del sito, salvo poi essere con massimo stupore smentita da mio padre che me ne ha confermato l’esistenza e l’attribuzione soprattutto alle tappe montane particolarmente piene di insidie. Resta il fatto che “tappone” a me fa ridere, oh. Apro una piccola parentesi. A differenza degli esperti di ciclismo dell’ultima ora, mio padre è un grande appassionato di ciclismo e di biciclette (quando può salta in sella a qualsiasi bici che sia stata modificata dalle sue mani d’oro e fa i suoi giretti, una sorta di percorso liberatorio), nonché di un po’ tutto lo sport in generale; la volata finale (giuro che questo gergo sportivo non è farina del mio sacco) l’ha seguita rigorosamente in piedi, in tensione, con gli occhi sgranati e incollati al televisore. Mio padre non è tipo da tv “pay per view”, da emittenti private e a pagamento, né tanto meno è tipo da stadio; per lui lo sport è libero, pubblico, accessibile a tutti. Sarà per questo che preferisce di gran lunga vedere i programmi d’informazione sportiva, quelli con commenti interminabili, moviole, scambi d’opinione accesi in perfetto stile “processo del lunedì” (per la serie Biscardiailovviù). Poco fa è infatti passato dal ciclismo ad una partita di tennis su una rete x con estrema disinvoltura.

Ma torniamo a questo benedetto Giro d’Italia. Come da qualche anno a questa parte, la carovana rosa (tecnicismi go go go!) passa dalla mia città, Molfetta. Infatti il Giro attraversa solo la città: forse Molfetta non ha “le palle” o i requisiti per proporsi come città di inizio o fine tappa? Noi ci accontentiamo di una toccata e via, che ci frega della gloria (nooooo, ma dove la vedete l’ironia!). Sta di fatto che ti accorgi realmente della sua venuta quando circa una settimana prima del giorno stabilito vedi uomini della multiservizi che rifanno il manto stradale, tappano voragini nell’asfalto e tirano a nuovo solo ed esclusivamente le strade del precorso. Il prossimo anno farò una deviazione verso casa mia e mi rifaccio fare la strada. Altro segno è l’intenso tappezzamento delle strade con cartelli che vietano il parcheggio e la presenza mitologica dei vigili urbani che per l’occasione sono stati moltiplicati chissà per quale arcano sortilegio. Ma il peggio del Giro lo danno i “nuovi esperti”, i tifosi dell’ultimo minuto: come un’orda di zombie invadono le strade, in preda ad un entusiasmo per il ciclismo fino a quel momento assopito chissà dove. I più esaltati amano bardarsi di ogni tipo di gadget acquistato per strada, purché sia rosa, naturalmente con conseguente selfie da pubblicare su facebook con il solito ritornello “ma per fortuna c’è il Giro d’Italia che passa da casa mia”. Sono gli stessi che al passaggio dei ciclisti si sporgono quasi a voler toccare l’idolo ignoto che corre lontano, sono quelli che gli augurano buona fortuna e non sanno nemmeno dove stanno andando e dove finisca la tappa. Sono sempre loro, gli stessi che il secondo immediatamente dopo da baraonda rosa osannano le proprie imprese in bicicletta, mentre il giorno successivo dimenticano completamente l’esistenza di un mezzo di trasporto a due ruote che non abbia un motore.

Senso e controsenso di uno sport per pochi. Insignificanza di persone senza senso (oddiomachehodetto?)

Il Giro d’Italia questa mattina l’ho visto a Bari. No, non sono accorsa al traguardo; ho semplicemente sorpassato la carovana sulla strada statale. Giusto per coerenza.
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Habemus fame!

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Allora (lo so non si inizia un discorso con allora… ma suvvia facciamo un’eccezione). Io non sono solita pubblicare link demenziali, e anche non, nemmeno sul mio profilo facebook. Non mi piace stare a condividere immagini che nel giro di tre minuti ti accorgi esser state condivise da un due terzi dei tuoi amici, dagli amici degli amici, dagli amici degli amici degli amici… Insomma ci siamo capiti. Quando, però, un’immagine del genere non ti lascia indifferente, quando ti provoca sano e spontaneo riso (qui non è basmati), allora sai che devi condividerla! E poi questa è la mia piccola e semplicistica visione di questo conclave che appena iniziato, ha già abbondantemente stancato. Sarà che ci stanno marciando su da settimane, sarà che non se ne può più della d’Urso che mostra ogni cinque minuti il comignolo della Cappella Sistina assumendo le sue patetiche faccine quando un gabbiano vi si posa accanto; sarà che un papa vale l’altro perché tanto son tutti uguali, colore a parte.

Per ora siamo a quota due “sole” fumate nere. E l’ironia si è già sbizzarrita in tutti i modi possibili, se son sicura che alla fine ne troveranno molti altri. Questa immagine secondo me riassume l’ironia sulle “fumate” dei miei conterranei. Lì dove un pugliese doc vede un pò di fumo denso, il suo cervello segue tutto un percorso logico: fumo, fuoco, carboni, griglia, carne. Il tutto sintetizzato nella singolare e folkloristica espressione “arrust e meng”. Un caposaldo della cucina pugliese che riporta alla mente sere estive con la brace vicino al mare, ferragosto in campagna a “sventolare” sui carboni per attizzarli, e come accompagnamento la mitica Peroni.

Ora non ci resta che aspettare la terza fumata, sperando che sia la volta buona perché cari cardinali qui “ce stà a venì fame”!

 

PS: Non c’entra lo so, però, se passi di qui… Grazie Masticone!

Pensieri dal mio letto – l’incerta certezza di una maschera nuda

E poi ci sono quelle situazioni nuove che proprio non sembrano convincerti, quelle che ti lasciano in testa perplessità di ogni tipo che spacci per “una visione reale e oggettiva” del tutto. Sono quelle situazioni che ti fanno dire “ci provo, mi metto in gioco ma non garantisco sul risultato”, con una sicurezza che rasenta il nulla.
È così che mi sento alla vigilia di questa nuova esperienza, di un corso di formazione per un lavoro che non mi appartiene ma che potrebbe garantirmi una bella entrata mensile. Sono in bilico tra la necessità e il rifiuto di qualcosa che mi sembra distante perchè altro da me. Mi sembra talvolta di vivere una vita non mia, tra compromessi e adattamento difficili da mandar giù. E quella sensazione di perdita dei propri sogni, di vederli svanire lentamente come fumo davanti agli occhi.
È così che cadono le illusioni? È così che una situazione diventa una epifania, una rivelazione di un disegno più grande? È così che inizia quello stacco con la “forma/vita” che aliena la tua anima facendoti sentire un tassello fuori posto in un mosaico che sembra ignorare ogni logica? È così che ti trasformi in una “maschera nuda” mossa dall’ironia?
Quanto bene mi ha fatto Pirandello in questo periodo, lasciandomi una consapevolezza amara ma consolatrice per non essere ancora stata risucchiata da quel sistema massificante. E intanto tengo accesa una speranza, una strampalata idea pseudoromantica di un’autorealizzazione che mi completi, l’idea che le parole siano la mia totalità.
Eppure questa situazioni, questi stessi pensieri sono già così altamente massificati e condivisi. Non c’è dunque via di scampo? Io non ci credo…