Una reflex per me può bastare

reflex canon eos 600d

 

È giunto il momento di fare le presentazioni ufficiali.

Con viva e vibrante soddisfazione (ditemi che avete capito il riferimento!) ho il piacere di presentarvi la nuova arrivata in casa mia. La mia bambina! La mia nuovissima reflex Canon EOS 600D. In realtà è quasi un mese che è entrata nella mia vita (e che il mio portafoglio si è svuotato – ma lasciamo stare queste faccende basse e venali). È successo tutto all’improvviso, tutto in quella giornata incredibile (il 6 giugno): giro in bici, sole, una strana e piacevole ondata di cordialità tra la gente, per strada, con gli impiegati del comune e della banca; energie positive tangibili, la chiamata per il lavoretto da inventarista e l’ingaggio al giornale. Poi, quasi a fine giornata, la reflex che arriva improvvisa. L’avevo notata sul volantino di una nota catena di elettrodomestici che avevo trovato tra la posta quella mattina. Era da tempo che tra i miei neuroni girava e rigirava l’idea di cambiare macchina fotografica, di liberarmi di quella insopportabile Nikon compatta, quel catorcio dalle foto perennemente mosse e prive di vita; una macchina fotografica realmente e sempre odiata, tanto che preferivo non usarla e fare le foto col cellulare o chiedere la macchina fotografica bellissima del mio Lui. Lo so, a questo punto vi starete chiedendo per quale motivo io abbia comprato quella Nikon maledetta; ma quella è un’altra storia, altri tempi. Ammetto che talvolta la scarsa qualità delle mie foto in parte dipende da me, dal fatto che le immagini e le foto non sono mai state il mio forte, ma il fatto di avere una fotocamera che nella resa non mi aiutava a provare e migliorarmi mi snervava e demotivava.

Dunque una nuova macchina. Ma quale? Una compatta? Una reflex? E che me ne faccio io di una reflex? Solo una certezza, una Canon. Semplicemente perché volevo cambiare (ho il trauma da Nikon io – suvvia scherzo), semplicemente perché Lui è ossessionato dalle fotocamere e videocamere Canon e un po’ di quella sana ossessione me la sta trasmettendo.

Quel giorno ci siamo visti nel tardo pomeriggio e gli ho accennato alla reflex del volantino che non sembrava male. Naturalmente Lui non ha perso tempo e si è diretto verso il centro commerciale e appena ha visto la Canon ha detto senza titubanze: “O la compri tu, o la compro io, o la compiamo insieme, o meglio ne compriamo due, puoi scegliere”. In aggiunta c’era anche il commesso che mi ripeteva che era un affarone, che rimanevano pochi pezzi e forse se avessi aspettato il giorno successivo non avrei trovato più quella macchina fotografica. Potete immaginare la mia confusione più totale. Ma come, io volevo solo una nuova fotocamera, una compatta, una caruccia (nel senso di graziosa, perché naturalmente si cerca di andare al risparmio), qualcosa di maneggevole e facile da usare e invece mi stavo accingendo ad acquistare una reflex. Mille domande e dubbi nella mia testa. Valeva davvero la pena spendere tutti quei soldi (dato che le entrate in questo periodo latitano), e se l’avessi comprata per poi non usarla, e se non avessi mai imparato ad usarla, però poteva essere un investimento per il mio percorso professionale, con una reflex avrei ampliato le mie possibilità, comprandola sarebbero terminate le mie lamentele sulla Nikon maledetta; e se non fosse stato quello il modello giusto per me, se dovevo optare per altri modelli. Di certo se l’avessi comprata e non usata non sarebbe mai rimasta a prender polvere in un angolo ma avrebbe trovato le mani esperte di Lui che l’avrebbero trattata da regina.

Improvvisamente in un attimo di lucidità, o forse di acuta follia, ho detto sì, la compro. In breve abbiamo chiamato il commesso, compilato la bolla, pagato e finalmente quella scatola era tra le mie mani. Giuro che in quel momento, con la scatola in mano, mi veniva da piangere mentre ero presa in preda ad una risata isterica, camminavo avanti e indietro per il negozio e Lui mi spingeva verso l’uscita (so che lo avete pensato… Una cretina? Giusto!). Per tutta la sera e il giorno dopo ho continuato a ripetermi “Ma io ho una reflex? Sì abbiamo una reflex, abbiamo veramente una reflex!”. Poi ne ho preso coscienza e sono tornata in me (per quello che si può). Conseguentemente si è attivata la modalità “scattiamo foto a qualsiasi cosa animata e non, anche a l’aria fritta”. Sto cercando di fare pratica anche grazie al mio libretto delle istruzioni vivente, cioè Lui, il mio guru della fotografia; anche perché per me ci vorrebbe un libretto per capire il libretto delle istruzioni.

La cosa che ormai mi sta scioccando da quando ho la reflex è una domanda ricorrente che mi è stata posta e continua a essermi posta da diverse persone: ma la stai usando? Secondo voi io spendo 400 euro per comprare una macchina fotografica per poi non usarla? Lo so che il mio amore per la fotografia è appena nato e che prima era difficile vedermi con una fotocamera in mano, ma meravigliarsi del fatto che stia usando la reflex mi lascia sbigottita. Forse non sono credibile come fotografa da strapazzo? (Va be’ che anche così non è che sia molto credibile, ma andiamo oltre)

Lui, invece, dice che ormai ha creato un mostro solo perché se in giro vedo persone con una reflex in mano inizio ad osservarle, a indagare che modello usano, a comparare la loro macchina con la mia, oppure guardo gli obiettivi senza criterio pensando che più è grande e meglio è (poi dicono che le dimensioni non contano) senza nessun criterio e rigore di logica. Una invasata, praticamente.

Intanto seguo il mio istinto, scatto foto con l’entusiasmo di una bambina con il suo nuovo e prezioso giocattolo, vivendomi quell’emozione racchiusa in un clic.

 

P.S. Voglio precisare che nonostante l’entusiasmo non darò mai un nome proprio alla reflex, né tanto meno al pc o al tablet o allo smartphone. La trovo una moda ridicola.

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Gir(ament)o di… Italia

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Oggi in giro ci sono più “esperti” di ciclismo che biciclette.

Il Giro d’Italia giunge in Italia (gioco di parole che mi lascia perplessa – mi chiedo da incompetente, infatti, che senso abbia far iniziare la manifestazione ogni anno in un Paese straniero differente) e per questa quarta tappa parte proprio dalla Puglia. Giovinazzo-Bari, una “tappa semplice”, pianeggiante, l’hanno definita gli esperti; 112 Km facili facili, nulla in confronto al “tappone”, definizione attribuita ad alcune tappe che ho trovato su un sito sportivo questa mattina e che da pagana ho riso e deriso ritenendolo un errore proprio del sito, salvo poi essere con massimo stupore smentita da mio padre che me ne ha confermato l’esistenza e l’attribuzione soprattutto alle tappe montane particolarmente piene di insidie. Resta il fatto che “tappone” a me fa ridere, oh. Apro una piccola parentesi. A differenza degli esperti di ciclismo dell’ultima ora, mio padre è un grande appassionato di ciclismo e di biciclette (quando può salta in sella a qualsiasi bici che sia stata modificata dalle sue mani d’oro e fa i suoi giretti, una sorta di percorso liberatorio), nonché di un po’ tutto lo sport in generale; la volata finale (giuro che questo gergo sportivo non è farina del mio sacco) l’ha seguita rigorosamente in piedi, in tensione, con gli occhi sgranati e incollati al televisore. Mio padre non è tipo da tv “pay per view”, da emittenti private e a pagamento, né tanto meno è tipo da stadio; per lui lo sport è libero, pubblico, accessibile a tutti. Sarà per questo che preferisce di gran lunga vedere i programmi d’informazione sportiva, quelli con commenti interminabili, moviole, scambi d’opinione accesi in perfetto stile “processo del lunedì” (per la serie Biscardiailovviù). Poco fa è infatti passato dal ciclismo ad una partita di tennis su una rete x con estrema disinvoltura.

Ma torniamo a questo benedetto Giro d’Italia. Come da qualche anno a questa parte, la carovana rosa (tecnicismi go go go!) passa dalla mia città, Molfetta. Infatti il Giro attraversa solo la città: forse Molfetta non ha “le palle” o i requisiti per proporsi come città di inizio o fine tappa? Noi ci accontentiamo di una toccata e via, che ci frega della gloria (nooooo, ma dove la vedete l’ironia!). Sta di fatto che ti accorgi realmente della sua venuta quando circa una settimana prima del giorno stabilito vedi uomini della multiservizi che rifanno il manto stradale, tappano voragini nell’asfalto e tirano a nuovo solo ed esclusivamente le strade del precorso. Il prossimo anno farò una deviazione verso casa mia e mi rifaccio fare la strada. Altro segno è l’intenso tappezzamento delle strade con cartelli che vietano il parcheggio e la presenza mitologica dei vigili urbani che per l’occasione sono stati moltiplicati chissà per quale arcano sortilegio. Ma il peggio del Giro lo danno i “nuovi esperti”, i tifosi dell’ultimo minuto: come un’orda di zombie invadono le strade, in preda ad un entusiasmo per il ciclismo fino a quel momento assopito chissà dove. I più esaltati amano bardarsi di ogni tipo di gadget acquistato per strada, purché sia rosa, naturalmente con conseguente selfie da pubblicare su facebook con il solito ritornello “ma per fortuna c’è il Giro d’Italia che passa da casa mia”. Sono gli stessi che al passaggio dei ciclisti si sporgono quasi a voler toccare l’idolo ignoto che corre lontano, sono quelli che gli augurano buona fortuna e non sanno nemmeno dove stanno andando e dove finisca la tappa. Sono sempre loro, gli stessi che il secondo immediatamente dopo da baraonda rosa osannano le proprie imprese in bicicletta, mentre il giorno successivo dimenticano completamente l’esistenza di un mezzo di trasporto a due ruote che non abbia un motore.

Senso e controsenso di uno sport per pochi. Insignificanza di persone senza senso (oddiomachehodetto?)

Il Giro d’Italia questa mattina l’ho visto a Bari. No, non sono accorsa al traguardo; ho semplicemente sorpassato la carovana sulla strada statale. Giusto per coerenza.
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Un -3 di sole. Vi state preparando psicologicamente?

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Aggiornamento.
Manca in regalo e mezzo.
Devo finire di impacchettare.
Oggi sole. Fortunatamente la domenica qui c’è quasi sempre il sole.
È il secondo giorno di inverno. Quello ufficiale, quello vero e si sente.
Oggi mi sento un pò pigra, sono di poche parole. Buon per voi, così non vi tedio molto.
Vi lascio al pranzo domenicale. Che paragonato a quelli propriamente natalizi che ci aspettano tra qualche giorno, sono praticamente l’antipasto.
A proposito di cose mangerecce natalizie, vi anticipo che ci sarà un “meno uno” speciale, con un piatto tipico pugliese buonissimo. Certo forse non sarà il massimo della leggerezza, ma si faccia avanti chiunque conosca una portata che a Natale possa considerarsi “leggera”. Attenzione, l’insalata non conta.