Benvenuto agosto… ma non troppo – Primo scatto per #agostoin31click2017

 

Ebbene sì, siamo ad agosto. Luglio se n’è andato silenzioso lasciandoci nelle mani roventi del mese più caldo dell’anno, anzi forse più caldo degli ultimi anni.

Praticamente se ci si avvicina alla finestra sembra che dal di fuori ci sia qualcuno con un asciugacapelli gigante acceso, quindi meglio tenere le finestre chiuse e aria condizionata a palla. E poi dicono che gli italiani boccheggiano… qui ci stiamo cuocendo a fuoco vivo! Perché poi la beffa qui a Molfetta non è solo il caldo insopportabile durante il giorno, ma l’umidità soffocante di sera, per la serie “refrigerio non ti conosco”.

Forse però è il prezzo da pagare per vivere in “terronia”, in una regione stupenda come la Puglia.

Con il primo di agosto inizia anche una piccola nuova avventura, il challenge fotografico #agostoin31click2017 ideato dalla Social Media Biondina, ovvero Silvia Lanfranchi che seguo spesso per i suoi utili consigli sul mondo social. Da oggi mi unisco alla sua community per questa iniziativa davvero carina e che spero di riuscire a seguire con un po’ di costanza.

Previa iscrizione, ogni giorno Silvia invia una mail fornendo le indicazioni per la foto da postare in quella giornata su Instagram. Il tema di oggi era la lettera “A” da scrivere, disegnare, comporre o ricercare in forme e oggetti. La mia “A” l’ho trovata in quello spicchio di anguria appena tagliata, in quel triangolo perfetto e gustoso che per me è il sapore di questo agosto appena iniziato.

Tralasciamo da tutto il fatto che oggi avrò mangiato almeno 3 kg di quell’anguria gigante… ma chi se ne frega. E poi ho sentito alla radio che anche i i semini neri fanno bene e favoriscono la diuresi. Quindi avanti tutta con l’anguria!

E voi, qual è la prima parola che vi viene in mente che inizia per “A”?

10 cose imperdibili da fare alla Fiera!

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Lo sappiamo bene, lo sappiamo tutti. Settembre significa in automatico fine dell’estate, inizio della scuola, dello studio, del lavoro, dei buoni propositi, come se l’anno in realtà cominciasse ora. Per gli abitanti di Molfetta, però, settembre significa soprattutto una cosa in particolare, la Festa Patronale della Madonna dei Martiri; poi vengono l’inizio della scuola, del lavoro ecc. Una istituzione tra sacro e profano, una tradizione che vuoi o non vuoi ti tocca ogni anno. E anche se vuoi ignorarla, è impossibile: il 7, 8, 9 e quest’anno anche il 10 settembre, tutta la città vibra e vive solo di questo evento, la festa per eccellenza.

Allora per chi non è di Molfetta e si dovesse imbattere in questi giorni nella Festa della Madonna dei Martiri, ma anche per gli stessi molfettesi, ecco la mia personale lista delle 10 cose da fare assolutamente in questi giorni.

  1. Consultare costantemente le previsioni meteo. Praticamente diventiamo tutti dei Giuliacci. È vero che i primi giorni di settembre si portano dietro gli ultimi strascichi di estate, ma l’esperienza ci insegna che puntualmente alla fiera le condizioni meteo si ribaltano improvvise. Vento, freddo, pioggia sono i nemici da evitare in questi giorni, ma solo in questi giorni, perché dopo infatti torna generalmente il caldo, la gente riprende ad andare al mare e a boccheggiare fin quasi a ottobre. Insomma ogni anno lo stesso copione.
  1. Assistere all’imbarco e allo sbarco del simulacro della Madonna dei Martiri. Si può essere anche non credenti, ma questi sono due momenti che è difficile da perdere. Tra i due preferisco però lo sbarco. Mi piace assistere a quel momento in cui tutti si fermano, smettono anche di respirare quando la statua e i portatori lasciano le tavole delle imbarcazioni, allungano il piede e passano al di sopra di quello spazio di mare per poi toccare la terra. Tutti sono in silenzio, gli occhi sbarrati, ma nel momento in cui la statua è di nuovo sulla terraferma si tira un respiro di sollievo e tutto torna a scorrere.
  1. Passare sotto le luminarie e naturalmente criticarle. Se non ci sono le luminarie non c’è festa. Se non passi sotto gli archi formati dalle luminarie su corso Dante godi solo a metà. Ma ogni anno è sempre la stessa storia: “le luminarie dell’anno scorso erano migliori di quelle di quest’anno”. Secondo me questa frase è scritta nel Dna di ogni molfettese, non c’è altra soluzione. Io sono veramente curiosa di capire se veramente i miei concittadini (senza ricorrere a foto o roba simile) si ricordino nel dettaglio che forma e colore avessero le luminarie precedenti. Davvero, spiegatemi come fate. C’è però da dire una cosa: quelle dell’anno scorso in effetti io me le ricordo, ma solo per le fontane multicolori sospese che avrebbero dovuto danzare a ritmo di una canzone di Shakira ma che non hanno fatto nulla di tutto questo. Tolta dunque l’eccezione, rimane la regola.
  1. Farsi un giro alle bancarelle seguendo il fiume umano. Premesso che le bancarelle degli ambulanti non sono più quelle di una volta, ogni anno per vederle bene almeno bisogna andarci quelle 2 o 3 volte. Perché in realtà se ci vai per la prima volta di sera non vedi un bel niente. Devi solo lasciarti trasportare dalla folla che è tutta intorno a te mentre le bancarelle sono ai tuoi lati che scorrono via. Se sei fortunato riesci a uscire dal fiume umano e addirittura riesci a fare acquisti.
  1. Acquistare cose inutili e di dubbia provenienza ma che rendono felici. Come detto al punto 4, alla fine riesci a comprare qualcosa, l’oggetto che ti farà ricordare di questa Fiera per molto tempo, o per lo meno fino a quando lo stesso oggetto non si rompa, il che avviene generalmente troppo presto. Torni a casa, allora, sempre con le solite cose: un portafogli/foulard/borsa generalmente taroccati, una pentola o servizio di piatti, l’aggeggio per la casa o la cucina che promette miracoli ma alla fine è sempre una fregatura, un bongo, un cd di cover musicali peruviane. Per la parte mangereccia non possono mancare: un paio di chili di olive alla calce o lupini, “nocelline” (cioè fritta secca mista), un panino con wurstel, ketchup e maionese preso da un paninaro (meglio detto “panemmerda”), qualche chilo di torrone, giuggiole varie, crepe, zucchero filato e cocco bello. Insomma dal giorno dopo tutti a dieta.
  1. Farsi devastare le caviglie dai passeggini. Anche questa è tradizione. Se tra la folla non ti investono con un passeggino non puoi dire di aver vissuto la Fiera. E se per caso cerchi di protestare rivendicando la sanità delle tue caviglie, ti si avventano contro quasi sempre una mamma o una nonna che attaccano con il pippone “e ma i bambini come li portiamo alla Fiera? Anche loro hanno diritto di godersi la festa! Voglio vedere a te quando avrai un figlio come lo porti in mezzo a questa confusione?”. Non ce lo porti! Ti verrebbe da rispondere, ma poi guardi il passeggino e ti accorgi che o il bambino dorme ignaro di tutto, o urla come un folle contro i genitori, oppure il passeggino è vuoto. Allora per quieto vivere cambi strada.
  1. Farsi un giro “alle” giostre, quasi mai “sulle” giostre. Un must dei più giovani, una trasgressione per i più avanti con l’età, questa è ormai la passeggiata al luna park. Tolti gli habitué che senza fare un giro sul Ranger o sulle macchine da scontro proprio non sanno stare, sempre più spesso fare un giro tra le giostre significa guardare gli altri che si diverto e si esibiscono sulle giostre. E allora trovi una folla che sosta davanti alla Corrida che osserva il “personaggio” del momento, la ragazzetta che sta per “uscire fuori di seno”, oppure davanti al Tagadà per vedere il coatto di turno rigorosamente con gli occhiali da sole in testa anche di sera e la camicia sbottonata che si esibisce in una danza senza senso, oppure i macho man gonfiati che tirano pugni ad una macchinetta con un sacco per testare la propria virilità.
  1. Se ti perdi ci vediamo alla ruota panoramica. Questa non è tradizione, è legge. Una consuetudine che ci si trasmette di generazione in generazione lì dove nel casino generale nemmeno gli smartphone servono a qualcosa. In qualsiasi punto della città ti ritrovi da solo, lontano dai tuoi compagni, sai che la ruota panoramica è la tua salvezza, il punto di ritrovo. Un sistema che se fosse adottato dalla Sciarelli di “Chi l’ha visto?” risolverebbe molti casi di scomparsi in Italia.
  1. Vedere almeno due “salviat” di fuochi d’artificio. Appena la sera dell’8 settembre senti il primo botto che fa da chiamata, non importa cosa tu stia facendo, lascia tutto e ammira i fuochi d’artificio che illuminano il cielo della tua città. Quelle coreografie di fuoco fluttuanti non possono certo mancare alla lista delle cose da fare alla Fiera della Madonna dei Martiri.
  1. Cadere in uno stato di disperazione. Perché come si dice passato il santo, finita la festa; la pacchia è davvero finita. Tutti all’opera.

 

Ultimi frutti d’estate

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Visto il titolo del post vi aspettereste un incipit del tipo “l’estate sta finendo e un anno se ne va”, con la citazione spudorata, scontata e senza ritegno di una vecchia canzone che certamente tutti conoscono e al tempo stesso odiano per la sua cruda e ovvia verità.

Sbagliato. Niente di tutto questo.

Il mio incipit è piuttosto “i fichi sono finiti e anche agosto”. Ad effetto, vero? Anche questa per me è una dura verità. Non per la fine di agosto – che avevate capito – ma perché è terminato il periodo dei fichi. Semplice.

Poi certo, l’estate sta finendo, ma cari miei non è che dobbiamo farne una tragedia; tanto finisce inesorabilmente ogni anno. E inizia proprio in questo periodo una sorta di opprimente “saudade” estiva, con le facce di chi sembra essere stato condannato ad ascoltare per intero tutta la discografia di Gigi d’Alessio e consorte senza la possibilità di saltare traccia.

L’estate sta finendo e voi ve ne farete una ragione; come io me ne farò una ragione di non poter più assaporare la “smarmellosa” dolcezza dei fichi (“smarmellosità” è un termine tecnico! Chiaro?).

Che poi non so perché il fico è un frutto che mi affascina particolarmente, mi piace sbucciarlo e tagliarlo perfettamente a metà con un coltello, poi ammirarne la forma, la fisionomia interna con tutti quei villi e filamenti disposti a raggiera, rivolti in ordine verso l’interno, con tutti quei semini e sfumature che sembrano racchiudere molli profondità di vita. Quanto è curioso come le cose più semplici e talvolta scontate possano incantare così.

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Nei giorni a venire, dunque, ricorderò il dolce sapore dei fichi e le scorpacciate di agosto come voi ricorderete le vostre ferie volate via, troppo brevi, troppo intense, troppo poco rigeneranti, tanto da dover richiedere delle ferie per riposarvi dalle vacanze.

Così arriverà settembre ma a differenza vostra io vivrò la soddisfazione di questa estate finalmente trascorsa.

Se non si era capito, buon lunedì di delirio.

Cheesecake per una serata d’estate

cheesecake

Cheesecake ananas e cocco per un compleanno speciale, il Suo.

Ormai questo è il suo dolce, ogni anno al suo compleanno non può mancare e non c’è nulla che possa fargli cambiare idea.

E ogni anno il mio dilemma è sempre lo stesso… come la decoro?

Se ci pensi la cheesecake si presenta come una tavola bianca, un foglio su cui poter disegnare qualsiasi cosa. Due anni fa ci ho disegnato un gatto stilizzato, l’anno scorso un ciak cinematografico che lo rappresentava particolarmente. Quest’anno sono andata un po’ ad istinto. Al supermercato mi hanno incuriosito i riccioli di cioccolato colorati, poi il resto è venuto da sé.

Direi che il risultato non è male, voi che dite?

Per chi fosse interessato, un fischio e posto la ricetta.

E tu, cosa fai a Ferragosto? (tra mare e campagna un 15 agosto tipicamente pugliese)

SantaMariaDiLeuca

 

Dopo una bella assenza-pausa dal blog, in cui sfortunatamente non ero in vacanza ma sgobbavo sui libri, ritorno per augurare a tutti un buon Ferragosto. Per voi un mio articolo pubblicato da MolfettaViva, per farsi due risate. 

 

“Cosa fai a Ferragosto?”. A tale domanda parte di conseguenza e solitamente un brivido sulla schiena, e non è un brivido di freddo né tanto meno uno di piacere. Sì, talvolta il pensiero di organizzare e fare qualcosa di particolare nella giornata del 15 agosto atterrisce più che organizzare come trascorrere il Natale o il Capodanno (e anche in questi casi ricorre smarrimento misto a turbamento). Sarà che a giocare un brutto scherzo ci si mette anche il caldo assieme all’umidità che a Molfetta sembra una tipicità come la cicoria puntarella e il calzone; sarà che l’idea liberatoria delle ferie intontisce un po’ e la prospettiva del “dolce far nulla” assopisce qualsiasi volontà decisionale. Così in molti delegano ad altri l’ardua decisione, ignari pronunciano la tipica frase molfettese “mi accodo a quello che fate voi” senza presagire l’effetto di quelle parole che talvolta diventano irrimediabilmente vincolanti, valgono più di un contratto firmato col sangue e in cui la remota possibilità di recesso e di avere l’ultima parola è scritta in una postilla perduta a fondo pagina. Per questo ho visto comitive sfasciarsi, guerre tra fazioni in cui la questione sul comprare o meno wurstel di pollo o di suino per la grigliata diventa l’ultima sfida per la sopravvivenza del proprio gruppo.

Sostanzialmente, però, i “ferragostani” si dividono tra coloro che decidono tutto all’ultimo minuto, correndo il rischio dell’imprevisto, rimettendosi alla clemenza delle previsioni meteo, e quelli che invece a gennaio hanno prenotato una bella vacanza fuori, magari affidandosi ai consigli di qualche chiaroveggente per capire se la meta scelta è propizia e soprattutto se saranno concesse loro le ferie al lavoro.

Tra coloro che hanno deciso di non rimanere in città si sviluppa dunque un esodo di massa in particolar modo verso il Salento (perché al mare il molfettese doc non può rinunciare nemmeno in trasferta). Il pensiero che li porta a scegliere il Salento è semplice e largamente condiviso: con un paio di ore di macchina, traffico permettendo, si giunge su una bella spiaggia, si paga una cifra talvolta esorbitante per un ombrellone e una sdraio e che importa se ogni bagnante ha a disposizione solo mezzo metro quadrato, che importa se si sta stretti come sardine, l’importante è che la “missione Ferragosto” sia compiuta.

Il molfettese a Ferragosto, tuttavia, non è solo mare e spiaggia: andare in campagna, anzi trasferirsi “faor”, è un richiamo troppo forte e irrinunciabile. Che sia una villetta, una distesa di cemento attorniata da terreno e due alberi, o una tettoia sgangherata in mezzo al terreno arido poco importa. Tutto il necessario è portato al momento, un corredo generalmente standard che prevede: tavoli e sedie di ogni fattura, un vecchio frigorifero per tenere in fresco le birre e poi tutte le altre bibite anche quando manca l’elettricità, sedie a sdraio per la pennichella pomeridiana, pallone di cuoio da calcio e uno leggero per giocare a pallavolo (di quelli acquistati con due euro nel tragitto per andare in campagna e dunque rigorosamente usa e getta), attrezzatura per fare gavettoni, radio o pc per ascoltare la musica e dulcis in fundo la regina irrinunciabile di ogni uscita rustica, sua maestà la “fornacella”. Pronta ad accogliere carne, pesce, polpi, crostacei e mettiamoci pure qualche verdura per restare leggeri, lei è il centro di gravità della giornata, in lei il “mestfuc” di turno riversa il suo sapere generazionale per domare il fuoco sacro della griglia, da lei si sprigiona la nebbia odorosa della verità che tutto impregna, è lei che decreta “il giullare” della compagnia con la prova dell’alcol per attizzare il fuoco.

C’è poi chi fedele alla tradizione a Ferragosto, già dalle prime luci dell’alba, armato di tanta, ma proprio tanta buona volontà, è pronto per il rito de “la sals”: le bacinelle sono in posizione, le bottiglie ben lavate messe in fila come fragili soldatini e quando arrivano i pomodori è fatta, la catena di montaggio può mettersi in moto. Il sugo rosso inizia a scorrere come in un sacrificio pagano, tutti esultano, ridono, fanno festa; tutti, a parte l’addetto alla bollitura che ad ogni bottiglia tira giù una manciata di santi dal paradiso.

Infine rimangono gli indecisi, quelli “dell’ultimo minuto”, quelli che la mattina del 15 agosto dopo aver aperto gli occhi si chiedono che fare e dopo aver vagliato proposte, opzioni, dopo aver declinato inviti, decidono semplicemente di restare a Molfetta, di prendersela comoda e godersi la città per tre quarti spopolata, magari decidendo si andare al mare a pranzare (e attenzione quest’anno a portare solo un panino e una bottiglia d’acqua, altrimenti potrebbe spuntare il vicesindaco da uno scoglio e accusarvi di stare bivaccando contro l’ordinanza comunale); qualcuno decide di pranzare comodamente a casa e poi andare fuori nel pomeriggio a prendere un caffè, e lì inizia la sfida alla ricerca di un bar aperto: a loro va il premio genialità.

Insomma al mare, in campagna, in montagna, dovunque vogliate trascorrerlo, buon Ferragosto a tutti.

Convenevoli estivi – Pensiero cazzeggio sotto il sole

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Puff. Rieccomi. Lo so, dovevo stare via solo per un esame, solo per il mio fatidico periodo di “clausura forzata e volontaria”. Invece sono stata via un po’ più del previsto. Cose varie, belle e brutte, di cui non voglio tediarvi. Quindi di che si parla? Ma di tutto e nulla in particolare. Facciamo solo due chiacchiere, di quelle con tanti convenevoli e domande retoriche che si dicono quando due persone non si incontrano da molto tempo. Quindi sto bene, sono un po’ incasinata (ma dai, che novità!), passerò l’estate a studiare, non sono ancora andata al mare, ergo sono bianca come una mozzarella (bona, però). Non che il mio colorito possa cambiare se decidessi di andare al mare, eh. Generalmente due sono le opzioni possibili: la prima prevede giungere ad un’abbronzatura accettabile come conseguenza ad una disastrosa scottatura; l’altra prevede diventare rossa come un’aragosta appena tirata fuori dall’acqua bollente, mantenere tale colorito che rasenta i toni fluorescenti per qualche giorno per poi ripiombare nel pallore. Secondo poi quale delle due è più allettante? Che poi ogni anno, ogni estate, mi faccio sempre la stessa domanda: perché mai dovrei abbronzarmi tanto da cambiare colore ed essere scambiata per la gemella di Beyoncé (uguali eh, proprio identiche). Dunque pallidi di tutto il mondo uniamoci! Mozzarelle alla riscossa! Difendiamo il nostro orgoglio pallido! Ok, va bene la smetto. Non è il caldo, sono proprio così.

Che poi caldo. Qui un giorno piove, l’altro tira vento e l’altro ancora piove. Che peccato, quanto mi dispiace per quelli che sono già abbronzatissimi (uah ah sotto i raggi del sole – sarebbe il ritornello della canzone di Vianello: lo so, mi faccio paura da sola), tutti neri, quelli che praticamente sembrano avere il sole ventiquattro ore su ventiquattro. Fatemi capire, voi con le nuvole, che sole pigliate? Mi chiedo, qual è il vostro segreto, come fate, e non mi venite a dire la solita barzelletta di mangiare pomodori e carote in quantità che già di mio ne mangio manco se fossi un coniglio. Quindi devo semplicemente prendermela con madre natura, ho capito.

La gioia di questa estate-non estate quest’anno la sto trovando nella frutta. Albicocche, pesche, cesti pieni di ciliegie e mai come prima d’ora tanti fioroni (nella mia città detti anche “clumm”, nome alquanto strano e divertente). Che sono i fioroni? Per chi non è del sud, sono una sorta di grossi fichi, ma dal sapore più dolce e allo stesso tempo delicato. Ci sono quelli bianchi e quelli rossi, che preferisco. In entrambi i casi, però, io li preferisco belli maturi, quel grado di maturazione che io personalmente definisco “smarmy”, cioè marmellata pura.

Dopo un po’ di convenevoli, quattro chiacchiere di pura follia, pongo fine a questo breve incontro. Ci salutiamo da buoni amici e ci diamo appuntamento alla prossima (sembrano i saluti della posta del cuore, mah). Possibilmente una prossima volta in un futuro molto prossimo.

Pensiero cazzeggio – Sono dal parrucchiere. Vi ho voluto bene.

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Sono dal parrucchiere. Sì, avete capito bene. Dopo tanto, troppo tempo alla fine ho ceduto. La mia chioma informe deve essere dunque domata. Intanto aspetto, perché mia sorella mi ha fregato il posto al lavaggio. Intanto prego che finisca presto, ancor prima di iniziare. Intanto spero che alla fine possa ancora muovere la testa a causa ancora del torcicollo. Intanto è arrivato il mio turno.
OK OK stiamo calmi, niente panico.

Immagini – Mint

mint

 

Ho comprato una pianta di menta.

Era l’ultima in esposizione tra tante piante di basilico. Mi è sembrata bella, audace, solitaria, attraente con il suo profumo e l’ho presa. A volte mi incanto ad osservare la trama delle sue foglie e il verde brillante.

Ci si può invaghire di una pianta? A me sembra di si.

Misachenonstopernientebene.

 

E dunque è estate

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L’estate, quella vera, è arrivata.

Lo dice il calendario, lo dice la colonnina di mercurio del termometro, lo dicono le previsioni meteo. Lo dicono anche le gocce di sudore dei passanti. Lo dice l’asfalto che da lontano crea l’illusione ottica di una grande pozzanghera nera di pece. Lo dicono le spiagge affollate e pure le ragazzine scosciate senza ritegno alcuno. Lo dicono le gelaterie prese d’assalto come ci centri commerciali con l’aria condizionata. Lo dicono i titoli dei giornali, quando compare “il Paese boccheggia”, allora è fatta. Lo dice il ronzio dell’aria condizionata accesa e il fruscio del ventilatore. Lo dice il crepitio del ghiaccio nel bicchiere del cocktail ordinato sulla spiaggia.

È estate anche per il mio gattino, quello che disegno sempre: rifugge il sole e spavaldo conquista l’ombra. Dalla sua spiaggia di sabbia, carta e colori augura a tutti una felice estate.

Italia-Inghilterra, chi vincerà?

partita italia inghilterra

Stiamo calmi. Non ci facciamo prendere dal panico.

Il momento fatidico è arrivato e l’ansia e l’entusiasmo salgono man mano che ci si avvicina all’ora X.

Eppure per qualcuno c’è un interrogativo, un dubbio amletico irrisolto cui non si riesce a dar risposta.

Dove andiamo a vedere la partita?

Intanto le lancette dell’orologio corrono veloci, senti il fiato sul collo del tempo che inesorabilmente sta fuggendo.

Con degli amici avevamo organizzato di vedere la partita a Bari. Prima concerto sul lungomare, poi partita a casa di amici baresi. E invece no. Il tempo(quello meteorologico) ha rimescolato le carte in tavola. Tuoni, fulmini, saette e una di quelle abbondanti piogge estive che lasciano un penetrante e piacevole odore di terra bagnata (lo adoro!).

Quindi che si fa? Scatta il piano “B” con molte incertezze: tutti a casa di Lui a vedere la partita. Solo qualche minuto fa la certezza che il piano alternativo è stato approvato da tutti.

Io nell’attesa, per essere pronta a  ogni evenienza, ho impastato e ora sto sfornando focacce per un reggimento. Focaccia ai semola rimacinata e farina con nell’impasto semi di lino e semi di sesamo; farciture con pomodori freschi tagliati a fette e origano; bianca con uno strato di patate tagliate a fette sottili e rosmarino; con pomodori pelati e funghi trifolati. Al primo assaggio direi perfette (no davvero, non mi sto vantando, però sono proprio buone).

Intanto si tira verso la mezzanotte quando la nostra nazionale e quella inglese scenderanno in campo nell’Arena Amazonia di Manaus. Non so a voi la a me il nome Manaus fa pensare a Crozza, sì il comico. Avete presente quando imita Maroni e Bossi? Durante la scena Bossi fa delle domande incalzanti a Maroni che risponde con un “no” e subito dopo parte il “manà” con quel motivetto (tu tu tururu, manà manà, tu tu ru tu… insomma ditemi che avete capito suvvia! È chiarissimo!). Proprio quel momento.

Intanto pure Buffon si è sfasciato e salterà la partita. Giungono voci che abbiano allestito lo spogliatoio dell’Italia direttamente in infermeria. Insomma quante possibilità di vincere ci sono stanotte? Non lo so, lasciamo stare che il conto è troppo difficile e io con i numeri non vado d’accordo, è risaputo.

Non ci resta che affidarci a san Cassano e san Balotelli, invocare tutti gli dei e sperare di non fare la figura della Spagna contro l’Olanda.

A me invece non resta che augurarvi buona notte mondiale.

focaccia