La morte di un libro

la morte di un libro

Anche i libri muoiono.

Quando anche l’ultima parola, in fondo a quell’ultima pagina, vola via dalle labbra della mente non rimane che il vuoto. Uno spazio bianco che non chiede di essere riempito, solo la fine, il limite ultimo di quel mondo racchiuso tra le pagine.

Il libro è morto.

Puoi sfogliarlo ancora, rileggerlo a tratti, ma quella sibillina consapevolezza della fine è l’unica certezza che rimane tra le mani.

Il libro è morto.

Come un caro scomparso ne rimane il ricordo; è nella mente che proietta fotogrammi di parole che tu hai messo in scena; è nell’animo commosso per il distacco e che riesce a gioire al pensiero del vissuto assieme.

Il libro è morto.

Eppure la sua essenza aleggia dentro e sopra te; è in attesa che la tua mano sfiori un altro libro, in un ciclo che solo da te provvidenzialmente dipende, per reincarnarsi, vivere ancora, per presentarti nuovi personaggi e mostrarti nuovi orizzonti.

Il libro è vivo e così respira tra le tue mani.

Aprile dolce dormire… con l’antistaminico!

green

 

“Aprile dolce dormire”, questo dice un breve detto popolare, o una sorta di filastrocca. Prima c’è, però, il “Marzo pazzerello, esce il sole e apri l’ombrello” in cui c’è quasi una personificazione di questo mese affetto da tendenze bipolari fortemente contrastanti, che portano come conseguenza il rincoglionimento generale. Dopo aver dovuto patire l’offesa recata dal ritorno all’ora legale che a dispetto del nome, portando le lancette dell’orologio avanti, ci ha fregato un’ora di sonno, ora anche le previsioni meteorologiche ballerine e le temperature che vanno su e giù a casaccio come una giostra di Mirabilandia. Alla fine il nostro bioritmo ha accettato il furto di sonno ma lotta ancora con le temperature, così come noi lottiamo contro il mostro verde che vive nel nostro armadio, contro quel dilemma che assilla i nostri risvegli: come mi vesto? Cosa mi metto? E qui le strategie di vestirsi a cipolla o portarsi appresso mezzo guardaroba, possono essere vincenti o tristemente un fallimento, una sconfitta contro la natura.

Poi è arrivato Aprile e praticamente nulla è cambiato. La mattina appena sveglia metti il muso fuori dalla finestra e vedi il sole che ti sorride seppur timido; mezz’ora dopo esci di casa e mentre ti rechi in stazione inizia a piovigginare. Ok chi si vuole prendere gioco di me? È una congiura? Arrivo poi a Bari e fa caldo, ma davvero caldo. Ecco, tra le cose che non riesco a sopportare ci sono in questo periodo gli sbalzi di temperatura, tipo quello dell’altro giorno, caldo asfissiante sulla banchina della stazione, gelo nel treno nuovo con aria condizionata a palla che scendeva a congelare il cervello e quella manciata di neuroni che ivi sono ancora presenti. I repentini cambi di temperatura, insomma, mi sfiancano.

Aprile è in fondo il mese del risveglio della natura, le rondoni tornano a volteggiare nell’aere, sui rami nudi e ossuti degli alberi nascono le prime foglioline verdi e i boccioli si aprono a nuova vita. Nel mentre, il mio naso si chiude repentinamente, una pesantezza ingiustificata si impossessa e cala sulle palpebre; è il torpore dei sensi, il sonno privo di senso che ti coglie a qualsiasi momento della giornata, è l’antistaminico che ti stronca. Praticamente la fiera dell’apatia, tra bancarelle di voglia di non far nulla confezionata, perdita di tempo sfusa e attività fisica contraffatta. Come può una pillola minuscola, insignificante, insapore, anonima portare a un tale stato di sfacelo, mi chiedo. Inoltre antistaminico significa presenza di allergie, ecco, ma a cosa. Praticamente a tutto il mondo stando al mio naso che sembra stretto da una molletta, a cui poi a gradire si aggiunge mal di testa e un fastidio oculare. Certo, c’è sempre la solita e scontata allergia alla polvere, che un po’ come il prezzemolo va bene con qualsiasi pseudo sintomo di allergia; ma non può essere solo questo.

Ammetto che periodicamente ci sono cose che mi irritano, cose che mi provocano un fastidio simile all’orticaria. Per esempio nell’ultimo periodo ciò che mi provoca un moto irrefrenabile che parte da dentro è la pubblicità dei “Teneroni”: avete presente la pubblicità di quegli hamburger fatti di prosciutto cotto, in cui il tipo ti confeziona in modo “naturale” i suddetti hamburger e poi c’è la tizia che dice <<ci mettiamo anche tanta tenerezza?>>, da un bacio volante e soffia su quelle povere schiacciatine di prosciutto? Sì proprio quella! Ma che stai a dire! Ma che tenerezza! Io ti tirerei una legnata nei sensi. È una cosa irritante, davvero, sarò mica allergica a questo?

E poi mi irritano quelli che su facebook cambiano immagine del profilo ogni 5 minuti per continuare ad avere “mi piace” anche se la foto è stata caricata 10 anni fa, così le lor facce rimangono incollate in prima posizione ogni volta che apri la tua homepage. Ma di cose e persone che mi irritano su facebook ce ne sono così tante che preferisco non scoperchiare tale vaso di Pandora, se no altro che allergia.

Ora che ci penso, negli ultimi periodi sono fortemente allergica a chi produce rumori molesti mentre mangia o si mangia insieme, una misofonia gastronomica che stimola i miei nervi mettendoli a dura prova.

Non sopporto il mio gestore telefonico e le sue simpaticissime soglie settimanali, chi ti racconta cose o fatti a metà, chi seduto sulla stessa fila dei banchi dell’università inizia a dondolarsi in modo da provocare una scossa di magnitudo non indifferente alla tua pazienza già scarsa; chi pensa di poterti fregare con un sorriso; chi ti ferma per strada e mettendoti in mano un libro inizia a parlarti della sua azienda o progetto con un ampio giro di parole per farsi lasciare i tuoi dati, cosa che entrambi sapete non avverrà mai; non sopporto che gli ombretti mi si sfracellino completamente con solo una piccola botta, quando la tua penna preferita cade per terra di punta e sai bene che nulla sarà mai come prima, chi risponde alla tua domanda con un’altra domanda.

E ancora, ancora, ancora. La lista è interminabile.

Comunque, nel mio delirio da antistaminico, benvenuta primavera.

 

 

 

I russi hanno ragione

Tra le dispense che sto studiando per il prossimo esame mi soggiunge ora una frase che riassume l’insieme delle circostanze che non solo io sto vivendo. La frase diceva che secondo lo strutturalismo russo l’intreccio di un romanzo si muoverebbe con una situazione di forte cambiamento che va ad alterare un equilibrio iniziale; tale situazione ti incertezza e in movimento si risolverebbe solo nel momento in cui si raggiunge un nuovo equilibrio e una nuova fase di normalità. E i russi, con quella che potrebbe sembrare una ovvietà, aveano ragione.
Quello che sembrava un equilibrio accettabile delle nostre seppur non tranquille vite è stato alterato. Forse tutto si è frantumato quel 3 maggio con quel gesto estremo, ma probabilmente il castello di sabbia ha ceduto molto prima. Prima, quando ancora i suoi genitori cercavano di dare alla loro famiglia una parvenza di unione, senza la grande pretesa di ostentare quell’immagine di nido caldo e sicuro; semplicemente tenendo fisicamente insieme sotto lo stresso tetto persone con legami di sangue. Si sono presi troppo tempo, o meglio sua madre, non per cercare di rimediare e salvare una unuine originaria, ma per scoprire le carte e mettere la parola fine ad in rapporto che si nutriva delle proprie briciole di passato.
Ora che suo padre sembra aver smarrito la sua lucidità per comprendere e accettare tutto questo, ora che la disperazione vastita da voglia di possesso gli ha lasciato due cicatrici sui polsi, si sentono come animali braccati chr tentano di sfuggire ad una infelicità che sembra non avere fine. Diverse sono le strade per uscirne, tutte piene di ostacoli, nessuna sembra essere quella realmente giusta.
Lui vuole riappropriarsi della sua vita, non ricoprire nuovamente il ruolo di mediatore tra due fazioni; vorrebbe liberarsi delle responsabilità che come macigni cadono su di lui.
È giunto il momento degli avvocati. Il peggio sta arrivando. Una nuova scossa a copromettere una situazione burrascosa. Ma va affrontata. Ed io sarò con lui nella ricerca di un nuovo stallo. La trama si intreccerà ancora fino a sciogliersi e raggiungere un nuovo equilibrio.
A volte mi chiedo come avrei reagito io se tutto questo fosse accaduto a me. Non so darmi una risposta perchè forse non riesco a pensare alla mia famiglia disgregata; la mia unione familiare è tutto, ed è in parte fonte della mia forza. E può sembrare strano se affermato da una come me che non ha mai pensato all’ipotesi futura di essere generatrice di una nuova famiglia.
Ma chissà potrei anche pensarci realmente… Un giorno… Forse.