Un piccolo vizio di nome Jane Austen

image

Lo ammetto, ho una passione per Jane Austen. Mi piace il suo stile, mi piace la sua personalità, un’eroina che in fondo non ha molto di romantico in sé quanto invece di rivoluzionario e innovativo. E lo so, molti sentendo il suo nome seguono subito il collegamento mentale che li porta all’idea di “romanzi rosa” per femminucce, o ancor più dispregiativo per zitelle in attesa del vero amore, del principe azzurro che le conduca in un sogno possibilmente reale a bordo della sua super macchina sportiva, va bene anche un suv (della serie “principi azzurri si evolvono sull’onda delle mode”). Allora vi sbagliate di grosso. Questa è l’idea di chi si ferma al frontespizio, di chi tra le tante parole sulla quarta di copertina legge il binomio “donna/amore” e storce il naso pensando di aver riassunto tutto il libro, è l’opinione di chi crede che i libri della Austen facciano parte della collana “Harmony” (che fortunatamente non ho mai avuto il dispiacere di leggere); è l’errata idea di maschilisti e pure misogini che credono che tali letture possano distogliere l’attenzione delle donne dai loro doveri femminili, rifiutando l’amara realtà. Bene, nulla di più errato. La Austen ha quell’occhio critico verso il suo sesso, considerato in genere fin troppo gentile, guarda il mondo femminile dall’interno all’esterno: nei suoi romanzi le donne presenti costituiscono un campionario assortito di sfumature caratteriali, donne con i loro pregi e difetti ma con una grande profondità psicologica. Non si può navigare a pelo d’acqua, bisogna immergersi, grattare la superficie e guardare nel profondo, in quella voglia di riscatto, di non essere solo oggetti o soprammobili di ricchi salotti inglesi. Ribellarsi alle regole della società, delle consuetudini familiari, alla ricerca della propria fortuna, riappropriandosi del libero arbitrio, scegliere e agire seguendo la testa e il cuore ma sempre autonomamente. La stessa Jane decise di vivere del suo lavoro di scrittrice, una scelta impensabile per il suo tempo; una strada difficile da percorrere e allo stesso tempo sofferta rinunciando all’amore. È il seme dell’emancipazione che non più tardi sarebbe fiorito prorompente nel femminismo, in quella dignità di essere donne libere con eguali diritti e doveri. A tal proposito ricordo con piacere l’ultimo esame universitario di letteratura inglese: il programma si incentrava sulla nascita del romanzo borghese inglese e prevedeva la lettura del “David Copperfield” di Charles Dickens e del “Moll Flanders” di Daniel Defoe. In quella sessione sono stata esaminata da una assistente, una giovane donna che avevo visto molte volte in dipartimento. Mentre esaminavo le tipologie di personaggi mi sono soffermata su due personaggi femminili, per il primo Agnes e per il secondo la stessa Moll; quasi inavvertitamente il riferimento ai personaggi femminili di Jane Austen è venuto naturale mentre gli occhi dell’assistente – fino a quel momento opachi e certamente annoiati dopo aver sentito chissà quante volte la stessa storiella sulle avventure di Copperfield e di quanto Defoe si sia pregiato del titolo di “padre del novel” (che poi un genere come il romanzo non è che lo inventi così per bisogno, se no i romanzi antichi dove li piazziamo?) – si sono accesi, rianimati al nome di Elizabeth Bennet, eroina intramontabile di “Orgoglio e Pregiudizio”. Da lì in poi l’esame è diventato una chiacchierata con lei che aveva i miei stessi occhi per osservare un’autrice mai scontata, una donna capace di rivoluzionare la propria vita e il mondo femminile racchiuso nell’universo-libro, una donna che auspicava che quelle eroine, o se vogliamo semplici fanciulle, potessero fuggire da quelle pagine e vivere libere nella realtà.

Ora c’è Emma a tenermi compagnia. Sono ancora alle prime pagine di questo romanzo che dicono sia stato subito apprezzato al momento della pubblicazione e che in molti considerano uno dei capolavori della Austen. Già le prime vicende preannunciano un intreccio ricco e complesso, ma c’è qualcosa che devo ancora inquadrare per bene che rende la trama fresca e moderna.
Lo scopriremo solo leggendo.

Annunci

Il dolore più grande

Non pensavo potesse fare così male.

Credo di aver percepito il preciso momento in cui il mio cuore si è spezzato, tutto il mondo attorno è crollato. Gli occhi si sono velati di lacrime, non vedevo più nulla, solo i suoi occhi così freddi e lontani. Non li avevo mai visti così, un brivido di paura. Sentivo solo la parola “basta” nella testa e d’un colpo il buio totale. Il mio corpo era lì, la mia anima in frantumi. Volevo morire, volevo sparire, volevo buttarmi giù da quel balcone forse con la remota speranza di poter aprire le ali e volare lontano, forse con la più grande speranza che lui mi avrebbe presa e salvata.

Lui è la mia felicità, io la causa del suo malessere.

È una sofferenza atroce, mai provata, forse più intensa di qualsiasi altra che abbia conosciuto in passato (e di sofferenze io ne ho collezionate parecchie). Sembra che qualcuno da quel momento mi abbia conficcato una lama rovente nelle viscere e con estremo sadismo si diverta a rigirarla a suo piacimento nella ferita. Una ferita che non smette di sanguinare, così come le lacrime che copiose continuano a scorrere sul mio viso. Non c’è argine che tenga, e continuano a scorrere anche mentre scrivo, in ogni momento del giorno, mentre di notte bagnano il cuscino che non dona nessun riposo. Ed è un pensiero fisso, martellante, un silenzio che mi logora dentro e fuori, un’assenza che distrugge. Le mie labbra non riescono a toccare cibo, gli occhi non riescono a riposare, la mente continua a macinare pensieri e il cuore… non sento più il suo battito. L’idea di perderlo, o di averlo già perso, mi toglie il fiato e mi sento morire. Non riesco a immaginare una vita senza lui. Come posso rinunciare al suo sorriso, alle sue labbra carnose che adoro mordicchiare, alle sue guance che tante volte avrei voluto staccare per tenerle sempre con me; come posso rinunciare ad accarezzare la sua barba, i capelli sulla nuca, rinunciare a quegli occhi indagatori eppure profondi e rivelatori. Come posso rinunciare a quelle spalle così protettive, così forti da farmi sentire protetta e a casa: un suo abbraccio calma le tempeste, è una coperta che riscalda, è il mio porto sicuro. Come posso rinunciare alle sue mani che conoscono ogni centimetro del mio corpo; come posso rinunciare alla sua voce capace di trasformarsi, dalle mille sfumature, che si fa profonda per poi esplodere in quel suo modo unico di ridere. Quella risata che ultimamente aveva perso, a causa mia. Come posso passare le giornate a non colpevolizzarmi per la mia stupidità, per aver rovinato l’unica cosa bella che potesse capitarmi in questa vita piena di incertezze. Maledico il mio orgoglio, il mio egoismo, la mia inerzia, la mia insicurezza, la mia apatia, la mia testardaggine, la mia perseveranza in atteggiamenti involontariamente irrispettosi, la mia incapacità ad aprirmi e condividere i pensieri e le fantasie più profonde che albergano in me. Maledico i sogni taciuti, il desiderio ardente di andare a Londra e vivere insieme una delle esperienze più emozionanti della mia vita, perché solo con lui avrei potuto farlo; maledico il mio anti-romanticismo; maledico l’aver messo molte volte in primo piano le mie esigenze, l’aver voluto capire lui attraverso il filtro delle mie ansie e mie prospettive per poi sbagliare disastrosamente.

Mi manca terribilmente. Vorrei parlargli guardando nei suoi occhi, vorrei sapere se c’è ancora un po’ di amore per me, vorrei sapere se i sogni di un futuro insieme, di una casa e una famiglia tutte nostre potranno mai vedere la luce del sole.

Sembrano pochi tre giorni eppure io ho capito. Ho preso coscienza dei miei errori. Qualcosa dentro di me si è rotto, e non è solo il mio cuore. È come se qualcuno mi avesse preso a schiaffi in pieno viso destandomi da quell’intorpidimento in cui ero caduta, da quell’avidità di prendere e dare solo a metà nei confronti di tutti. Mi hanno detto che sono fredda, chiusa, che rimango sulle mie, che non mi lascio andare ed io non ci ho mai creduto; io vedevo solo una pseudo super-donna che non poteva fermarsi davanti a nulla, che nulla e nessuno potevano intaccare nell’animo, fino a due anni fa, fino a quando lui non ha cercato di rendermi una persona migliore. Eppure ho fallito tante volte, l’ho deluso, a volte mi sono comportata come una ragazzina e non come una donna nella nostra relazione; e adesso ho capito cosa lui voleva dirmi, la sua esigenza di una storia matura e stabile. Ora ne sono pienamente consapevole. Ora tutto può cambiare. Se solo avessi la possibilità di riscattarmi a lui, la possibilità di continuare a renderlo felice perché del bello e del buono ci sono stati e non possono essere ignorati. Purtroppo è vero, capisci che qualcosa è ormai così importante e speciale per te quando rischi di averla persa. Perderlo, il solo pensiero mi uccide. Cosa ne sarà di tutto questo amore, cosa ne sarà di questo sentimento così grande che non avrei mai pensato di provare per nessuno. Io lo amo, continuerò ad amarlo anche quando non ci sarà più speranza di stare con lui. Voglio aggrapparmi a quella speranza, voglio lottare per dimostrargli che posso cambiare, che un futuro insieme c’è, voglio essere la sua isola serena, voglio essere la sua donna, amante, amore e moglie. Continuerò a stargli vicina, anche nel silenzio, invisibile e correrò in suo soccorso.

Anche se il dolore è troppo forte non rinuncerò a lui. Mai.