10 cose imperdibili da fare alla Fiera!

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Lo sappiamo bene, lo sappiamo tutti. Settembre significa in automatico fine dell’estate, inizio della scuola, dello studio, del lavoro, dei buoni propositi, come se l’anno in realtà cominciasse ora. Per gli abitanti di Molfetta, però, settembre significa soprattutto una cosa in particolare, la Festa Patronale della Madonna dei Martiri; poi vengono l’inizio della scuola, del lavoro ecc. Una istituzione tra sacro e profano, una tradizione che vuoi o non vuoi ti tocca ogni anno. E anche se vuoi ignorarla, è impossibile: il 7, 8, 9 e quest’anno anche il 10 settembre, tutta la città vibra e vive solo di questo evento, la festa per eccellenza.

Allora per chi non è di Molfetta e si dovesse imbattere in questi giorni nella Festa della Madonna dei Martiri, ma anche per gli stessi molfettesi, ecco la mia personale lista delle 10 cose da fare assolutamente in questi giorni.

  1. Consultare costantemente le previsioni meteo. Praticamente diventiamo tutti dei Giuliacci. È vero che i primi giorni di settembre si portano dietro gli ultimi strascichi di estate, ma l’esperienza ci insegna che puntualmente alla fiera le condizioni meteo si ribaltano improvvise. Vento, freddo, pioggia sono i nemici da evitare in questi giorni, ma solo in questi giorni, perché dopo infatti torna generalmente il caldo, la gente riprende ad andare al mare e a boccheggiare fin quasi a ottobre. Insomma ogni anno lo stesso copione.
  1. Assistere all’imbarco e allo sbarco del simulacro della Madonna dei Martiri. Si può essere anche non credenti, ma questi sono due momenti che è difficile da perdere. Tra i due preferisco però lo sbarco. Mi piace assistere a quel momento in cui tutti si fermano, smettono anche di respirare quando la statua e i portatori lasciano le tavole delle imbarcazioni, allungano il piede e passano al di sopra di quello spazio di mare per poi toccare la terra. Tutti sono in silenzio, gli occhi sbarrati, ma nel momento in cui la statua è di nuovo sulla terraferma si tira un respiro di sollievo e tutto torna a scorrere.
  1. Passare sotto le luminarie e naturalmente criticarle. Se non ci sono le luminarie non c’è festa. Se non passi sotto gli archi formati dalle luminarie su corso Dante godi solo a metà. Ma ogni anno è sempre la stessa storia: “le luminarie dell’anno scorso erano migliori di quelle di quest’anno”. Secondo me questa frase è scritta nel Dna di ogni molfettese, non c’è altra soluzione. Io sono veramente curiosa di capire se veramente i miei concittadini (senza ricorrere a foto o roba simile) si ricordino nel dettaglio che forma e colore avessero le luminarie precedenti. Davvero, spiegatemi come fate. C’è però da dire una cosa: quelle dell’anno scorso in effetti io me le ricordo, ma solo per le fontane multicolori sospese che avrebbero dovuto danzare a ritmo di una canzone di Shakira ma che non hanno fatto nulla di tutto questo. Tolta dunque l’eccezione, rimane la regola.
  1. Farsi un giro alle bancarelle seguendo il fiume umano. Premesso che le bancarelle degli ambulanti non sono più quelle di una volta, ogni anno per vederle bene almeno bisogna andarci quelle 2 o 3 volte. Perché in realtà se ci vai per la prima volta di sera non vedi un bel niente. Devi solo lasciarti trasportare dalla folla che è tutta intorno a te mentre le bancarelle sono ai tuoi lati che scorrono via. Se sei fortunato riesci a uscire dal fiume umano e addirittura riesci a fare acquisti.
  1. Acquistare cose inutili e di dubbia provenienza ma che rendono felici. Come detto al punto 4, alla fine riesci a comprare qualcosa, l’oggetto che ti farà ricordare di questa Fiera per molto tempo, o per lo meno fino a quando lo stesso oggetto non si rompa, il che avviene generalmente troppo presto. Torni a casa, allora, sempre con le solite cose: un portafogli/foulard/borsa generalmente taroccati, una pentola o servizio di piatti, l’aggeggio per la casa o la cucina che promette miracoli ma alla fine è sempre una fregatura, un bongo, un cd di cover musicali peruviane. Per la parte mangereccia non possono mancare: un paio di chili di olive alla calce o lupini, “nocelline” (cioè fritta secca mista), un panino con wurstel, ketchup e maionese preso da un paninaro (meglio detto “panemmerda”), qualche chilo di torrone, giuggiole varie, crepe, zucchero filato e cocco bello. Insomma dal giorno dopo tutti a dieta.
  1. Farsi devastare le caviglie dai passeggini. Anche questa è tradizione. Se tra la folla non ti investono con un passeggino non puoi dire di aver vissuto la Fiera. E se per caso cerchi di protestare rivendicando la sanità delle tue caviglie, ti si avventano contro quasi sempre una mamma o una nonna che attaccano con il pippone “e ma i bambini come li portiamo alla Fiera? Anche loro hanno diritto di godersi la festa! Voglio vedere a te quando avrai un figlio come lo porti in mezzo a questa confusione?”. Non ce lo porti! Ti verrebbe da rispondere, ma poi guardi il passeggino e ti accorgi che o il bambino dorme ignaro di tutto, o urla come un folle contro i genitori, oppure il passeggino è vuoto. Allora per quieto vivere cambi strada.
  1. Farsi un giro “alle” giostre, quasi mai “sulle” giostre. Un must dei più giovani, una trasgressione per i più avanti con l’età, questa è ormai la passeggiata al luna park. Tolti gli habitué che senza fare un giro sul Ranger o sulle macchine da scontro proprio non sanno stare, sempre più spesso fare un giro tra le giostre significa guardare gli altri che si diverto e si esibiscono sulle giostre. E allora trovi una folla che sosta davanti alla Corrida che osserva il “personaggio” del momento, la ragazzetta che sta per “uscire fuori di seno”, oppure davanti al Tagadà per vedere il coatto di turno rigorosamente con gli occhiali da sole in testa anche di sera e la camicia sbottonata che si esibisce in una danza senza senso, oppure i macho man gonfiati che tirano pugni ad una macchinetta con un sacco per testare la propria virilità.
  1. Se ti perdi ci vediamo alla ruota panoramica. Questa non è tradizione, è legge. Una consuetudine che ci si trasmette di generazione in generazione lì dove nel casino generale nemmeno gli smartphone servono a qualcosa. In qualsiasi punto della città ti ritrovi da solo, lontano dai tuoi compagni, sai che la ruota panoramica è la tua salvezza, il punto di ritrovo. Un sistema che se fosse adottato dalla Sciarelli di “Chi l’ha visto?” risolverebbe molti casi di scomparsi in Italia.
  1. Vedere almeno due “salviat” di fuochi d’artificio. Appena la sera dell’8 settembre senti il primo botto che fa da chiamata, non importa cosa tu stia facendo, lascia tutto e ammira i fuochi d’artificio che illuminano il cielo della tua città. Quelle coreografie di fuoco fluttuanti non possono certo mancare alla lista delle cose da fare alla Fiera della Madonna dei Martiri.
  1. Cadere in uno stato di disperazione. Perché come si dice passato il santo, finita la festa; la pacchia è davvero finita. Tutti all’opera.

 

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Make a wish

Notte di San Lorenzo, notte di stelle cadenti. Con gli occhi verso il cielo, scrutando, cercando di scorgere una scia luminoso. Una stella cadente è solo una tacita speranza in più che i nostri sogni possano avverarsi.

Qualche giorno fa ho visto la mia stella cadente cui ho affidato il mio desiderio. Certo vederne un’altra non sarebbe male…

Vi auguro, questa notte, di far giungere i vostri desideri alle stelle.

Il mondo e la vita sono come il cielo

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La direzione in cui procedeva era giusta.

In realtà, rifletteva camminando, la volta notturna del cielo era solo un ammasso caotico e casuale di astri. Eppure era possibile trasformarla in un insieme ordinato di costellazioni. In America, gli aveva detto suo padre che ci era emigrato quarant’anni prima, il carro maggiore e quello minore cambiano nome, rappresentano per gli americani figure diverse che là chiamano Gran Cucchiaio e Piccolo Cucchiaio, ma che indicano egualmente il nord. Le costellazioni sono immagini arbitrarie, che ogni popolo identifica in segni diversi e che può chiamare come vuole: sono come i segni e i suoni delle parole che variano a seconda dei linguaggi, ma senza di loro per secoli gli uomini non avrebbero potuto orientarsi, scambiarsi informazioni, sviluppare la civiltà.

In sé il cielo non ha senso, ma gli uomini possono dargliene uno, un senso precario, relativo, ma utile per loro. Ecco, pensava, il mondo e la vita sono come il cielo.

 

La citazione è tratta dal romanzo “La rancura” di Romano Luperini, edito da Mondadori.

È il libro che sto leggendo attualmente, anche se ce l’ho con me da maggio, da quando ho avuto il piacere e l’onore di conoscere il professor Luperini, colui che considero il mio maestro e “compagno di banco” (lui sa il perché).

È uno di quei passi che leggi la prima volta, poi rileggi una seconda, e poi ancora quando ne hai voglia, quando vuoi trovate nelle parole altrui il senso profondo che in quel preciso momento diventa tuo. Quelle parole sono diventate “mie”.

Penso, allora, se il senso che sto cercando di dare al mio cielo sia quello giusto.

Liberazione e libertà

libertà

 

25 aprile, Festa della Liberazione.

Festa per la mia libertà. Libera da tutto e tutti oggi faccio ciò che voglio.

Mi riapproprio del mio tempo, dei miei spazi, delle mie passioni, dei miei pensieri, delle mie parole.

Finalmente la finestra è aperta e luce viva illumina le stanze della casa piacevolmente silenziosa. Oggi c’è il sole fuori e dentro me.

Finalmente sono ispirata, come non lo ero da un po’ di tempo. Così ne ho approfittato per creare, per sperimentare e giocare in cucina. Ho cucinato con passione, dosando gli ingredienti, ponderando i sapori, alla ricerca di un’armonia di gusto reale che rispecchiasse l’idea che avevo in mente da qualche giorno; ho realizzato la mia ricetta. Una ricetta ideata per un concorso (più in là sicuramente ve ne potrò parlare meglio), che unisce i sapori del mare e  quelli tipicamente mediterranei  con un pizzico di Oriente. Ultimamente uno degli ingredienti che sto utilizzando spesso e in ricette differenti, è lo zenzero, sia secco in polvere, sia fresco grattugiando direttamente la radice. Lo zenzero mi regala buone sensazioni in questo periodo (oddio questa affermazione suona un po’ da invasata, ma spero si capisca cosa intendo), mi fa pensare alla freschezza, ai limoni, al sole, alle belle giornate di primavera con il cielo terso.

Naturalmente per questa occasione “speciale” mi sono dedicata all’impiattamento curato nei minimi particolari ed ho utilizzato (lontano dagli occhi di mia madre) i piatti del “servizio buono”, quelli che sono custoditi da tempi immemori nella credenza del soggiorno per intenderci, e che forse per la prima volta hanno accolto nella loro cavità del cibo. (Che poi mi son sempre chiesta che senso ha avere un mobile dedicato a utensili messi lì solo in mostra, per la serie “io odio quella credenza inutile!”)

E poi via col servizio fotografico, cercando di contrastare gli attacchi a sorpresa di mia sorella che tentava di inforchettare gli spaghetti  colta dalla fame.

Quando anche mia sorella è andata via, la libertà è stata completa. Relax, caffè, cupcake fatti da me, pc, scrittura, cazzeggio. La pace dei sensi.

Buon 25 aprile a tutti, in qualsiasi modo l’abbiate trascorso.

Promemoria e risposte a domande impossibili. -12 giorni.

lavagnetta

Il promemoria sulla lavagnetta della mia stanza indica che mancano 12 giorni a Natale. Solo. Come passa il tempo. È già arrivato il momento di una nuova partenza e di nuovo sarà Natale senza te. Ciò che ci renderà vicini sarà contare i giorni che separano il nostro rincontro. Anche nella distanza, uniti come sempre.

Piccola parentesi per nulla seria.

Ieri sera c’è stata la grande finale di X Factor giunto ormai alla settima edizione e trasmesso su tutto il circuito di Sky e dunque, in maniera molto furba, anche su Cielo. Ha vinto Michele – e per quel poco che ho potuto sentire non mi piace tantissimo, ma forse bisognerebbe approfondire l’ascolto –, ha vinto ancora una volta quel genio di Morgan; vincitori morali gli Ape Escape, i rocker della Ventura che anche quest’anno va via a bocca asciutta (del resto qualcuno mi spieghi cosa ne capisce di musica); ma soprattutto vincitore morale è Mika ed è  inutile dire che adoro quell’uomo, la sua musica, i suoi look, il suo italiano sgangherato, la sua simpatia; insomma una rivelazione piacevolissima.

Ammetto, però, che non ho seguito molto questa edizione di X Factor, così come la finale vista a tratti. Sapevo che tra gli ospiti ci sarebbero stati i One Direction, e ci tenevo a seguire proprio la loro esibizione per trovare risposta ad alcune domande che attanagliano e incuriosiscono me e mia sorella (che ci guardavamo perplesse dai due capi del tavolo): ma questi chi sono? E soprattutto che canzone cantano?

Fino ad oggi io avevo solo sentito nominare e visto di sfuggita foto di quello che tutti considerano il fenomeno musicale del momento. Davvero, non avevo mai ascoltato una loro canzone, nemmeno per caso in radio passando da una stazione all’altra. Le note dei One Direction erano a me ignote, insomma. Io che ero rimasta ferma ai Take That, ai Backstreet Boys, ai Boyzone che ormai non sono più di primo pelo. Ora ci sono loro e, come ai miei tempi, anche per loro le ragazzine urlano a squarciagola piangendo, con in testa il film di un fidanzamento straordinario con il più figo; o addirittura immaginando che, durante un concerto con migliaia di persone, uno di loro dal palco si accorga di lei, le si rechi incontro e prendendola per mano la porti sul palco, le asciughi le lacrime e la baci appassionatamente mentre partono fuochi l’artificio e stelle filanti. A ciccia svegliate! (Della serie “da che pulpito vien la predica”, parla  quella che per tutto il concerto dei Coldplay ha pianto come una fontana)

Per dovere di cronaca ho risentito la canzone che i One Direction hanno cantato ieri sera a X Factor, ovvero “Story of my life”, e a dire il vero non è poi malaccio, è abbastanza orecchiabile. Questo non toglie che bisognerebbe ascoltare tutte le altre canzoni, ma vista la tipologia delle loro fan, un po’ di reticenza c’è.

Intanto, mentre scrivo, mi godo i Depeche Mode.

(Mi sono resa conto che la parentesi non è stata poi così tanto piccola, ops…)