Istantanea di un ricordo. Intanto -18 a Natale!

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Come accennato ieri, oggi un -18 con una foto speciale e, ci tengo a precisarlo, non mia. È una foto di Vincenzo Bisceglie e i suoi fantastici lavori, soprattutto video, potete vederli qui!

Ho voluto fortemente inserire questa foto nel mio calendario dell’Avvento perché per me racchiude un po’ l’essenza del Natale. Questo è quello che si potrebbe definire come il potere evocativo di un’immagine: un fotogramma, un attimo catturato da solo può talvolta comunicare più di mille parole. Ovviamente è tutto molto soggettivo, dipende dallo stato d’animo e dal sentire di ognuno.

Nel mio caso questa foto è inevitabilmente legata ai ricordi, al luogo in cui è stata scattata. Forse è proprio questo ad attribuirle quel qualcosa in più, un alone magico che al solo guardarla mi fa respirare il profumo del Natale a pieni polmoni.

La foto è stata scattata qualche anno fa presso i mercatini natalizi di piazza Navona a Roma. Era una gita di quelle organizzate per poter ammirare la bellezza della capitale illuminata da mille luci scintillanti, con quel freddo pungente ma secco, le vetrine addobbate e le rovine che sembravano raccontare con più fervore i loro segreti. Se non è questa pura magia.

È stata una giornata fantastica e intensa, ricordo che in quell’occasione abbiamo anche scalato di corsa la cupola di san Pietro. Gli occhi e la mente sono stati rapiti dall’atmosfera dei mercatini, dall’odore di dolci e castagne arrosto, dai colori degli addobbi, dal ghigno buono delle befane e dal sorriso di Babbo Natale.

Tra le tante bancarelle, tra la miriade di addobbi questa piccola casa di terracotta pendeva mossa da un leggero vento freddo, girava su se stessa cercando tra la gente occhi che l’ammirassero. Poi ha incontrato un ragazzo che con un occhio meccanico l’ha immortalata in quell’istante per sempre.

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-19 fatto di Lindor! Si può fare!

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Oggi il calendario dell’Avvento giunge un tantino in ritardo ma per motivi piacevolmente tecnici. Questa mattina infatti ho trovato i doni di san Nicola! Due piatti meravigliosi pieni di dolci e cioccolato. In particolare i miei amati lindor! Dunque come non approfittare e fotografare un numero 19 fatto di cioccolatini?

Il cioccolato della Lindt è la mia passione, l’irresistibile “scioglievolezza” mi fa impazzire letteralmente.

Quest’anno ci sono anche nuovi gusti da scoprire, ad esempio quello allo champagne che non vedo l’ora di addentare e gustare. Tra i miei preferiti ci sono sicuramente quelli al cocco, al caramello e al cioccolato bianco, e naturalmente il classico lindor che non passa mai di moda.

Prima di ingrassare giusto al pensiero, chiudo qui questo post lampo e ritardatario.

A domani, puntuali si spera, con una foto stupenda.

 

 

Mercatini e dilemmi di cioccolato

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Mancano 20 giorni a Natale. Ne mancano invece 12 all’esame. Ebbene sì, a dicembre mi tocca anche un esame universitario per chiudere l’anno in bellezza (si fa per dire). I giorni passano e io sono praticamente all’inizio; per la serie nulla di nuovo sotto il sole. Lo so, sto andando un po’ a rilento ma in tutti i casi ce la farò. Come sempre (e per fortuna). È una tappa importante che non posso mancare, significa essere realmente vicina al traguardo finale. Significa che un altro anno sta per terminare e uno nuovo sta per iniziare.

Non voglio ancora pensare alla fine di quest’anno, non sono in vena di bilanci che so già risulteranno disastrosi. Voglio semplicemente godermi questi giorni, anche i giorni di studio; voglio continuare il mio calendario dell’Avvento che spero vi stia facendo piacere e che assicurò vi riserverà ancora tante sorprese.

In questi giorni qui a Molfetta ci sono i mercatini di san Nicola che si festeggia il 6 dicembre e che per noi è il giorno in cui si ricevono i doni, in particolare il fantomatico “piatto”. Praticamente un piatto (ma anche un cestino, un vassoio, una ciotola, qualsiasi cosa capace di contenere cose, ci siamo capiti) pieno di dolci, caramelle, cioccolata che bambini e adulti trovano la mattina del giorno X. In questi giorni si sta consumando quella che annualmente è una vera e propria corsa a riempire questo benedetto piatto. L’altro giorno mi è capitato di fare un giro ai mercatini: al costo di 5 euro puoi acquistare un piatto di plastica (quelli che sembrano dei sottopiatti scadenti per cene finte-eleganti) con al centro posate 3 o 4 barrette di cioccolato il tutto avvolto da abbondante pellicola trasparente, quella da cestini, a mo’ di uovo di Pasqua con tanto di nastro rosso malamente arricciato. Con 10 euro ti porti addirittura a casa un cestino che sembra traboccare di cioccolatini e dolciumi ma che inesorabilmente presenta sotto la sorpresa: circa tre quarti di paglietta increspata che fa solo volume. Una tristezza infinita, insomma. Ci sono poi i piatti componibili: due pezzi 2 euro, quattro pezzi 4 euro, un affarone praticamente. C’è il carbone di zucchero che i soliti burloni fanno trovare per scherzo a chi secondo san Nicola si è comportato male durante l’anno; dopo naturalmente tirano fuori il piatto vero pieno di ogni leccornia, alla faccia della “meritocrazia”. Osservare la gente che compra dolciumi per il piatto è secondo me la parte più interessante. Ero, qualche giorno fa, al supermercato del centro commerciale che per l’occasione ha allestito una vasta area dedicata a dolci e giocattoli presso l’entrata. Lì vedi persone aggirarsi tra gli espositori, ferme immobili con aria perplessa davanti all’ardua scelta di un gianduiotto classico o uno fondente, devastate dal dilemma tra quantità a basso prezzo o qualità ad un prezzo leggermente più alto. Una delle sfide più ardue continua ad essere la scelta tra cioccolato al latte o fondente: ho visto un uomo con due confezioni in mano fissarle per molto tempo, titubante, con la fronte quasi imperlata di sudore fino a quando non è giunta la moglie a salvarlo afferrando le due confezione e scaraventandole del carrello, semplice, no? Ci sono anche quelli che del cioccolato “non gliene può fregare di meno”, corrono dietro a confezioni sfavillanti, fiocchi grossi quanto la testa di Babbo Natale, scatole di latta pacchiane, involucri voluminosi e chi se ne frega se alla fine acquistano solo una misera manciata di cioccolatini, è l’occhio ad avere la meglio, è un ego frivolo ma grande quanto una casa ad essere soddisfatto. Gli indecisi sono una costante irrinunciabile: “un pezzo per parte” è la loro regola d’oro, un singolo cioccolatino per gusto, che se per caso assaggi uno che ti fa impazzire finisce lì, fatti passare la voglia perché tanto un altro uguale nel mucchio non lo troverai mai; rassegnati e vai avanti. Il reparto caramelle può riservare sempre qualche sorpresa: i colori sgargianti degli involucri possono avere effetti psichedelici, lo scricchiolio delle confezioni diventa un richiamo della foresta e dopo poco sembri quasi ipnotizzato dalla varietà dei gusti. In queste occasioni particolari tra le corsie trovi sempre delle promoter, generalmente donne tra i 40 e i 50 anni con sorriso triste e un camice bianco di cui ignori l’utilità, che ti propongono di assaggiare prodotti che puoi trovare ogni giorno ma che ti spacciano per la novità del secolo. Naturalmente, come una costante matematica, lì dove c’è una degustazione gratis il simpaticone di turno è sempre presente, quello che pur di mangiarne maggiore quantità possibile affermerebbe di non aver mai assaggiato la Nutella; oppure quello che “un assaggino è per me, l’altro lo prendo per il bambino”, il quale quasi inevitabilmente si ritrova a bocca asciutta a osservare il genitore che s’ingozza (perché al figlio fa male, la madre e il padre dunque si sacrificano per lui).

Le ultime categorie sono quella dei precisini e di quelli che il fastidio di perdere tempo a comporre il piatto proprio non vogliono averlo. I primi vanno in pasticceria convinti di avere un cioccolato purissimo, un cioccolato artigianale di qualità superiore perché se proprio il peccato devono farlo, allora meglio farlo bene e con gusto. I secondi si recano sempre in pasticceria ma solo perché i piatti lì sono belli, pieni e soprattutto pronti da portar via, in pratica fantasia zero.

Insomma, ce ne sono per tutti i gusti, proprio come i cioccolatini.

-21 giorni a Natale tra fiocchi di neve colorati e stelle

fiocchi di neve

Oggi un meno ventuno giorni circondato da una ventata di fiocchi di neve colorati e disegnati da me in un momento in cui cercavo un po’ d’ispirazione, uno di quei momenti in cui ti viene una voglia incontrollabile di prendere la matita – o qualsiasi utensile capace di rilasciare un segno su carta – in mano e iniziare a disegnare. Quella voglia di scarabocchiare senza un perché, senza un’idea precisa, fino a quando non ti accorgi, infine, che ciò che hai disegnato non ha alcun fino logico ma ti senti liberata lo stesso, oppure che ciò che hai disegnato – in un momento quasi di trance lontano dal mondo esterno – un senso l’ha, ha assunto forme ben precise.

Proprio in uno di quei momenti ho iniziato a disegnare fiocchi di neve e stelline. Perché? Sarà forse che la struttura dei fiocchi di neve mi ha sempre affascinata, più di una volta ho cercato di capire come rappresentarli, perché tutti per lo più si disponevano a esagono; magari la scelta è ricaduta su questi simboli per un inconscio desiderio di neve e freddo, dato che qui le temperature proprio non aiutano l’atmosfera natalizia (lo so, questa cosa l’avrò detta non so quante volte, ma proprio non riesco a capacitarmene… ecco a voi, benvenuti a una nuova puntata di “Io e la mia ossessione”!). Le stelline sono invece un must dei miei scarabocchi, quelli che si fanno mentre si sta al telefono o quelli che disegni quando ad esempio sei a una conferenza o un corso, mentre qualcuno continua a blaterare e ti stai terribilmente annoiando e vorresti stare altrove: ci siamo capiti, insomma.

A tal proposito mi sarebbe sempre piaciuto capire se si nasconde un significato dietro i miei scarabocchi, come riuscire a carpirne la natura.

Voi, invece, avete simboli o disegni che puntualmente scarabocchiate quando siete magari al telefono? Quale significato attribuite loro? Su con le risposte che con curiosa!

Cartoline in cerca di destinatari. -22 giorni

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A casa mia è da tempo che non si inviano più cartoline d’auguri natalizie. Generalmente venivano spedite ai parenti residenti in America per porgere da parte di tutta la famiglia gli auguri di “buon Natale e felice anno nuovo”, per inviare la speranza che fossero tutti in buona salute e auspicare che il nuovo anno sarebbe stato quello in cui finalmente ci si sarebbe potuti rivedere dopo molto, troppo tempo. Naturalmente le cartoline erano accompagnate prima o dopo da una lunga telefonata in cui ci si scambiava nuovamente gli stessi auguri, le stesse speranze, gli stessi auspici, tanto da pensare che quel bigliettino che avrebbe attraversato l’oceano in fondo fosse un po’ superfluo, un di più che non storpia, non toglie nulla. Anzi forse aggiunge qualcosa. Quel bigliettino era sostanzialmente un simbolo, qualcosa di tangibile da tenere tra le mani, da leggere ogni volta ne si aveva voglia, un pezzo di carta che rimaneva anche quando le parole della telefonata si erano perse nell’etere. E poi anche la scelta stessa della cartolina era un momento importante: si andava insieme ad acquistarla, pensando ad un soggetto nuovo, magari uno che strappasse un sorriso, cercando di non ripetersi di anno in anno, scovando nel mucchio delle solite cartoline standardizzate un pizzico di originalità; e quando solo una persona si recava ad acquistarla senza poter contare sull’altrui parere, allora se ne compravano diverse e una volta riuniti si sceglieva democraticamente quella giusta, quella che sarebbe diventata la prescelta per custodire il messaggio. Anche il messaggio doveva essere perfetto, né troppo banale, né troppo lungo o scontato, la giusta misura e scelta stilistica che sintetizzassero momenti non vissuti.

Le cartoline si sono accumulate di anno in anno, surplus di acquisti o posta recapitata da associazioni di volontariato in cerca di offerte (talvolta dai destinatari non troppo chiari). Oggi le cartoline giacciono nel cassetto della credenza; pezzi di carta dimenticati ma che mantengono intatti i colori e il proprio potenziale. Cosa è cambiato? Sostanzialmente nulla. Il tempo ha represso un’abitudine che aveva un non so che di poetico, banalmente l’evolversi della tecnologia ha soppiantato metodi comunicativi che alle nuove generazioni potrebbero addirittura apparire antiquati. Basta una mail, una chat e le distanze sembrano annullarsi (e il condizionale è d’obbligo); tutto più immediato, riduzione di dispendio di tempo, di energia nel pensare, di inchiostro per scrivere, di spese postali. Bello sì, eppure manca qualcosa: mancano i gesti, le attenzioni, manca la sentimentalità in quelle quattro parole messe in linea in uno spazio ristretto; manca il contatto con la busta appena arrivata, manca quell’attimo di attesa passato a pensare a come aprirla, manca il rumore della carta che si strappa e quel sottile e quasi impercettibile scricchiolio del cartoncino che si apre.

Perché allora non rispolverare un’abitudine, perché non riappropriarci di un’emozione semplice. Forse una volta all’anno dovremmo spedire anche solo una cartolina, magari proprio in occasione delle festività natalizie, ritrovare un contatto genuino.

Ci sto pensando, sto cercando il mio destinatario.

E voi spedite ancora cartoline? Quando è stata l’ultima volta che ne avete spedita una?