La morte di un libro

la morte di un libro

Anche i libri muoiono.

Quando anche l’ultima parola, in fondo a quell’ultima pagina, vola via dalle labbra della mente non rimane che il vuoto. Uno spazio bianco che non chiede di essere riempito, solo la fine, il limite ultimo di quel mondo racchiuso tra le pagine.

Il libro è morto.

Puoi sfogliarlo ancora, rileggerlo a tratti, ma quella sibillina consapevolezza della fine è l’unica certezza che rimane tra le mani.

Il libro è morto.

Come un caro scomparso ne rimane il ricordo; è nella mente che proietta fotogrammi di parole che tu hai messo in scena; è nell’animo commosso per il distacco e che riesce a gioire al pensiero del vissuto assieme.

Il libro è morto.

Eppure la sua essenza aleggia dentro e sopra te; è in attesa che la tua mano sfiori un altro libro, in un ciclo che solo da te provvidenzialmente dipende, per reincarnarsi, vivere ancora, per presentarti nuovi personaggi e mostrarti nuovi orizzonti.

Il libro è vivo e così respira tra le tue mani.

Pensiero cazzeggio – Basta così?

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Come potrei definire questa giornata? In realtà non lo so. Disastrosa sarebbe troppo da catastrofista, altalenante sarebbe addirittura troppo da ottimista. Facciamo strana e non se ne parla più.
Una cosa però l’ho capita: mai fidarsi degli autisti dei pullman. Per un autista esiste solo il proprio mezzo, solo la propria tratta, solo i propri orari. Gli altri sono solamente colleghi da salutare ad un incrocio con uno sguardo di sfida a chi ce l’ha più nuovo o più grosso. Maschi naturalmente.
Degli altri non sanno nulla e quando dicono di saperlo allora… mentono! Ok, sì, sono sempre maschi.
Per colpa di uno di loro oggi ho preso il pullman sbagliato che mi ha lasciata sul lungomare di Bari. Bello, se non fosse che per raggiungere la mia meta ho dovuto camminare per 45 minuti a ritmo sostenuto sotto il sole. Praticamente oggi il mio Google Fit ha fatto i salti gioia, ha stappato una bottiglia di champagne e brindato alla mia salute. Tanto a camminare ero io, mica lui…
In più durante questa lunga passeggiata ho incrociato nell’ordine fattorini molesti, una manciata di guardoni, vecchiette ignote che mi hanno salutata, un gatto stecchito, insetti vari e un odore penetrante che sembrava caffè tostato ma non lo era perché non c’erano bar nelle vicinanze.
E ancora. Durante la pausa di lezione, la macchinetta del caffè di è rifiutata di darmi la stecchetta di plastica che funge da cucchiaino, l’accendino ha smesso di funzionare, la mia cervicale ha iniziato a festeggiare e mentre aspettavo il pullman del ritorno ha iniziato a piovere.
Altro da dichiarare? Ah sì, stamattina non ho fatto colazione perché sono finiti i cornettini ai 5 cereali che ingurgito per far finta di mangiare qualcosa.

Ecco, direi che è tutto. Almeno credo. O spero.

E pensare che non mi sono nemmeno incazzata.

Andiamo bene…

E tu, cosa fai a Ferragosto? (tra mare e campagna un 15 agosto tipicamente pugliese)

SantaMariaDiLeuca

 

Dopo una bella assenza-pausa dal blog, in cui sfortunatamente non ero in vacanza ma sgobbavo sui libri, ritorno per augurare a tutti un buon Ferragosto. Per voi un mio articolo pubblicato da MolfettaViva, per farsi due risate. 

 

“Cosa fai a Ferragosto?”. A tale domanda parte di conseguenza e solitamente un brivido sulla schiena, e non è un brivido di freddo né tanto meno uno di piacere. Sì, talvolta il pensiero di organizzare e fare qualcosa di particolare nella giornata del 15 agosto atterrisce più che organizzare come trascorrere il Natale o il Capodanno (e anche in questi casi ricorre smarrimento misto a turbamento). Sarà che a giocare un brutto scherzo ci si mette anche il caldo assieme all’umidità che a Molfetta sembra una tipicità come la cicoria puntarella e il calzone; sarà che l’idea liberatoria delle ferie intontisce un po’ e la prospettiva del “dolce far nulla” assopisce qualsiasi volontà decisionale. Così in molti delegano ad altri l’ardua decisione, ignari pronunciano la tipica frase molfettese “mi accodo a quello che fate voi” senza presagire l’effetto di quelle parole che talvolta diventano irrimediabilmente vincolanti, valgono più di un contratto firmato col sangue e in cui la remota possibilità di recesso e di avere l’ultima parola è scritta in una postilla perduta a fondo pagina. Per questo ho visto comitive sfasciarsi, guerre tra fazioni in cui la questione sul comprare o meno wurstel di pollo o di suino per la grigliata diventa l’ultima sfida per la sopravvivenza del proprio gruppo.

Sostanzialmente, però, i “ferragostani” si dividono tra coloro che decidono tutto all’ultimo minuto, correndo il rischio dell’imprevisto, rimettendosi alla clemenza delle previsioni meteo, e quelli che invece a gennaio hanno prenotato una bella vacanza fuori, magari affidandosi ai consigli di qualche chiaroveggente per capire se la meta scelta è propizia e soprattutto se saranno concesse loro le ferie al lavoro.

Tra coloro che hanno deciso di non rimanere in città si sviluppa dunque un esodo di massa in particolar modo verso il Salento (perché al mare il molfettese doc non può rinunciare nemmeno in trasferta). Il pensiero che li porta a scegliere il Salento è semplice e largamente condiviso: con un paio di ore di macchina, traffico permettendo, si giunge su una bella spiaggia, si paga una cifra talvolta esorbitante per un ombrellone e una sdraio e che importa se ogni bagnante ha a disposizione solo mezzo metro quadrato, che importa se si sta stretti come sardine, l’importante è che la “missione Ferragosto” sia compiuta.

Il molfettese a Ferragosto, tuttavia, non è solo mare e spiaggia: andare in campagna, anzi trasferirsi “faor”, è un richiamo troppo forte e irrinunciabile. Che sia una villetta, una distesa di cemento attorniata da terreno e due alberi, o una tettoia sgangherata in mezzo al terreno arido poco importa. Tutto il necessario è portato al momento, un corredo generalmente standard che prevede: tavoli e sedie di ogni fattura, un vecchio frigorifero per tenere in fresco le birre e poi tutte le altre bibite anche quando manca l’elettricità, sedie a sdraio per la pennichella pomeridiana, pallone di cuoio da calcio e uno leggero per giocare a pallavolo (di quelli acquistati con due euro nel tragitto per andare in campagna e dunque rigorosamente usa e getta), attrezzatura per fare gavettoni, radio o pc per ascoltare la musica e dulcis in fundo la regina irrinunciabile di ogni uscita rustica, sua maestà la “fornacella”. Pronta ad accogliere carne, pesce, polpi, crostacei e mettiamoci pure qualche verdura per restare leggeri, lei è il centro di gravità della giornata, in lei il “mestfuc” di turno riversa il suo sapere generazionale per domare il fuoco sacro della griglia, da lei si sprigiona la nebbia odorosa della verità che tutto impregna, è lei che decreta “il giullare” della compagnia con la prova dell’alcol per attizzare il fuoco.

C’è poi chi fedele alla tradizione a Ferragosto, già dalle prime luci dell’alba, armato di tanta, ma proprio tanta buona volontà, è pronto per il rito de “la sals”: le bacinelle sono in posizione, le bottiglie ben lavate messe in fila come fragili soldatini e quando arrivano i pomodori è fatta, la catena di montaggio può mettersi in moto. Il sugo rosso inizia a scorrere come in un sacrificio pagano, tutti esultano, ridono, fanno festa; tutti, a parte l’addetto alla bollitura che ad ogni bottiglia tira giù una manciata di santi dal paradiso.

Infine rimangono gli indecisi, quelli “dell’ultimo minuto”, quelli che la mattina del 15 agosto dopo aver aperto gli occhi si chiedono che fare e dopo aver vagliato proposte, opzioni, dopo aver declinato inviti, decidono semplicemente di restare a Molfetta, di prendersela comoda e godersi la città per tre quarti spopolata, magari decidendo si andare al mare a pranzare (e attenzione quest’anno a portare solo un panino e una bottiglia d’acqua, altrimenti potrebbe spuntare il vicesindaco da uno scoglio e accusarvi di stare bivaccando contro l’ordinanza comunale); qualcuno decide di pranzare comodamente a casa e poi andare fuori nel pomeriggio a prendere un caffè, e lì inizia la sfida alla ricerca di un bar aperto: a loro va il premio genialità.

Insomma al mare, in campagna, in montagna, dovunque vogliate trascorrerlo, buon Ferragosto a tutti.

Torta salata riso, radicchio e porro… si può fare! – Se magna a modo mio

torta

 

Settimana piena, anzi pienissima d’impegni ma alla ricetta settimanale non rinuncio (mi dispiace per voi, speravate avessi desistito, invece no!).

Quindi perché non preparare una ricetta abbastanza veloce, economica, gustosa, anche un po’ vegetariana, leggera così da poter affrontare come me corse folli verso la stazione dopo pranzo, cercando di non perdere l’unico treno disponibile a non farmi arrivare in ritardo all’appuntamento. Addirittura si potrebbe definire una “ricetta svuota frigo” anche perché è nata una sera per caso, mettendo insieme alcuni avanzi del pranzo di quel giorno e attingendo qualcosa dal frigorifero. Io la chiamo “torta di riso, radicchio e porro”, forse ispirata dal bordo dentellato dato dalla teglia che ho usato, tanto da somigliare vagamente a una crostata.

Realizzare questa torta salata è semplicissimo, ma anche pratico perché potendo essere assaporata tiepida o fredda si può prepararla in anticipo e poi servirla, magari accompagnandola con una bella insalata croccante di iceberg, cetrioli e finocchi tagliati sottili e conditi con un filo di olio e gocce di aceto balsamico. E proprio per questo penso possa essere un piatto ideale anche per un picnic, per una gita fuori porta come quella di Pasquetta che sta per arrivare (e per cui naturalmente non abbiamo ancora fatto programmi).

Ingredientitorta4

½ radicchio rosso

½ porro

Spezie ed erbe aromatiche: semi di finocchio tritati, cumino, curry, salvia, pepe

½ bicchiere di vino bianco secco

300 gr di riso bollito

4 uova grandi

4-5 cucchiai colmi di pecorino romano grattugiato

1 cucchiaio di farina

noce moscata

½ bicchiere di latte

fette di scamorza affumicata

olio evo

sale.

Preparazione

Affettate a rondelle il porro e fatelo rosolare con un leggero filo d’olio. Nel frattempo tagliate a listarelle il radicchio e aggiungetelo al porro assieme ad un pizzico di semi di finocchio tritati, cumino, curry, salvia secca in foglie e una macinata di pepe e sale. Fate rosolare il tutto per qualche minuto e poi sfumate con il vino bianco. Fate evaporare il vino e portate a cottura: attenzione a fare asciugare il porro e il radicchio affinché non contengano molta acqua. Versate il composto in un’ampia ciotola e lasciate raffreddare qualche minuto.

Quando si sarà raffreddato, nello stesso recipiente aggiungete al composto il riso precedentemente bollito, poi le uova sbattute, il pecorino romano grattugiato, un pizzico di noce moscata e amalgamate il tutto. Aggiungete poi la farina e se il composto risulta troppo duro e compatto ammorbiditelo con un goccio di latte. Aggiustate di sale. Trasferite il composto dalla consistenza morbida ma non acquosa in una teglia e spezzettateci sopra alcune fette di scamorza affumicata: io ho usato una teglia in silicone del diametro di 24 cm, ma in alternativa potete usare qualsiasi altra teglia avendo l’accortezza di ungerla con un po’ di olio o burro, oppure potete stendervi un foglio di carta forno.

Infornate a forno preriscaldato a 180 gradi per circa 30 minuti, naturalmente la cottura varia a seconda del forno ma sarà giunta al termine quando la torta sarà colorita e compatta. Consiglio inoltre di passarla qualche minuto sotto il grill così da permettere alla scamorza di sciogliersi e formare una deliziosa e invitante crosticina.

Sfornate e servite la torta tiepida o fredda.

Buon appetito.torta2

 

Si mangia a modo mio! Ricette in arrivo, ecco la prima.

spaghetto quadrato 2 copia

È giunto il momento.

Ho deciso di prendere in mano padelle e mestoli e proporvi alcune ricette. Anzi, ho deciso che ogni settimana ci sarà una ricetta sul blog (se ce la faccio eh…). Tranquilli non voglio trasformare questo spazio nel solito “food blog”, di quelli fritti e rifritti; credo che ormai sia palese il mio amore per il cibo, la cucina, le spezie soprattutto, la ricerca di sapori e odori e la scelta di proporre qualche ricetta sul blog era ponderata da tempo. È solo un cassettino in più che si aggiunge al mio disordine, un cassetto che da tempo fa parte di me e che ho deciso di condividere con chi ne ha voglia.

Naturalmente non vi è nessuna pretesa da grande chef, lungi da me ergermi a intenditrice gastronomica (per carità!). Sono semplicemente una “pinca pallina” che sperimenta nuove ricette, mescola ingredienti, segue i suoi gusti e il suo estro, le voglie del momento, la sua gola (praticamente una “fancazzista ai fornelli”, direi che è la definizione più appropriata). Una cosa ci tengo a precisare: tutte le ricette sono realizzate e talvolta reinventate da me (non c’è trucco e non c’è inganno siori e siore!), e se la mia famiglia e i miei amici dopo averle mangiate sono ancora vivi, allora potete stare sicuri!

pasta1 Come prima ricetta voglio proporvi un primo piatto dal nome “Sapore di mare e un pizzico di Oriente”, una ricetta che tempo fa ho presentato ad un contest organizzato dal pastificio “La Molisana” (non solo un’azienda ma “dal 1912 sartoria della pasta”, come recita il loro motto) e incentrato su uno dei loro formati di pasta più famosi, lo spaghetto quadrato. Con mia grande sorpresa la ricetta è stata selezionata tra le vincitrici della categoria “Amarcord” ed è entrata a far parte di un ebook collettivo interamente dedicato a questo fantastico formato che devo ammettere preferisco nettamente ai bucatini. Inutile descrivere la soddisfazione per questo piccolo riconoscimento che per me significa tanto.

Ecco, dunque, lamia interpretazione dello spaghetto quadrato con razza e zenzero: un piatto semplice e anche economico, con un pesce povero, talvolta sottovalutato, una radice che ormai è diventata la mia passione (assieme al curry che rimane l’amore indiscusso della mia vita), per un sapore delicato ma deciso. Spero questa ricetta possa interessarvi e fatemi sapere se la realizzerete!

Ingredienti per 4 personeamarcord

Mezza cipolla;

Uno spicchio di aglio;

Olio extravergine di oliva;

500 gr di polpa di razza (priva di cartilagini);

4 pomodori costoluti;

Farina q.b.;

Un bicchiere di vino bianco secco;

350 gr Spaghetto quadrato “La Molisana”;

Zenzero in polvere;

Origano;

Sale e pepe;

Prezzemolo fresco.

Procedimento

Tagliate molto finemente la cipolla bianca e fatela soffriggere in un’ampia padella (che vi servirà infine per saltare e amalgamare la pasta) con un filo di olio extravergine di oliva e lo spicchio di aglio sbucciato e leggermente schiacciato.

Tagliate la razza in bocconcini, privandola eventualmente di cartilagini o pelle residua; infarinate leggermente la polpa.

Quando la cipolla sarà appassita, rimuovete lo spicchio di aglio e aggiungete la razza rimuovendo la farina in eccesso. Fate cuocere per qualche minuto e sfumate con un bicchiere di vino bianco secco.

Aggiungete i 4 pomodori costoluti (di media grandezza) che avrete precedentemente tagliato a cubetti.

Aggiustate con sale e del pepe macinato fresco; aggiungete un pizzico di origano secco ed un pizzico di zenzero in polvere.

Lasciate cuocere per 10-15 minuti a fuoco moderato evitando che la polpa di razza si sfaldi troppo.

In una pentola cuocete gli spaghetti quadrati in abbondante acqua salata. Durante la cottura mettete da parte dell’acqua di cottura. Scolate la pasta al dente e unitela nella padella con il preparato di razza. Fate saltare la pasta con il condimento, amalgamando con poca acqua di cottura e un veloce filo d’olio.

Servite dunque lo Spaghetto quadrato “La Molisana” con qualche foglia di prezzemolo fresco e a piacere una spruzzata di pepe e zenzero.

I love La Molisana!

la molisana

La mia passione per la cucina non è una novità. Ormai credo si sappia quanto mi piaccia cucinare, sperimentare sapori, dare forma e gusti nuovi ai cibi. Dolce o salato non fa molta differenza. L’importante è sporcarsi le mani, sentire col tatto le consistenze, stimolare le mie papille gustative, conquistare la vista con la forza del colore, essere rapita dai profumi che si alzano dalle pietanze. E poi condividere, offrire un piatto buono e bello a chi mi sta accanto, conquistarlo e ogni volta con curiosità osservare la sua reazione al primo boccone: in quel frangente impercettibile capisci se è una vittoria o una sconfitta (e naturalmente imparare sia dalle une, sia dalle altre). Forse cucinare è un po’ come scrivere: esprimo me stessa senza vincoli, assecondo i miei pensieri, ritrovo la tranquillità, in poche parole sto bene.

Un po’ di tempo fa ho partecipato ad un contest di cucina indetto da “La Molisana”, prima che un’azienda un pastificio; anzi, come recita il loro motto “dal 1912 sartoria della pasta” (se per caso non la conoscete – il che sarebbe un male soprattutto per le vostre papille gustative – allora date un’occhiata qui). Il contest aveva come protagonista un dei loro nuovi prodotti, lo spaghetto quadrato. Cioè avete presente un bucatino? Ecco, con il diametro quadrato e senza buco al centro (che poi a me il buco al centro non piace, perché quando arriva il momento fatidico in cui il bucatino lo succhi – e lo so che lo fate tutti, suvvia non facciamo i perbenisti – quel buchetto fa passare solo aria; ma d’altra parte se si chiamano bucatini e hanno il buco al centro un chiaro motivo ci sarà. Ok esco da questo trip mentale). Per partecipare al contest era necessario inventare e realizzare una ricetta, scegliendo una delle quattro categorie proposte a cui facevano riferimento altrettanti grandi chef: Amarcord, Le Grand Crù, Veggie, Pop Art. devo ammettere che ci ho pensato molto, ho cercato l’ispirazione per la ricetta giusta e alla fine ho scelto la categoria Amarcord presentando la ricetta dello spaghetto quadrato con razza e zenzero: un piatto semplice, con un pesce povero, talvolta sottovalutato, una radice che ormai è diventata la mia passione (assieme al curry che rimane l’amore indiscusso della mia vita), per un sapore delicato ma deciso. Allora ho cucinato, ho fotografato, ho inviato e ho atteso il responso. Dunque ho vinto, sono tra i vincitori della categoria le cui ricette, assieme a quelle degli altri vincitori nelle altre categorie, andranno a comporre un e-book di ricette interamente dedicato allo spaghetto quadrato. Una notizia inaspettata e fantastica, giunta tra l’altro in una giornata che non scorderò mai perché ricca di belle sorprese.

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Come se non bastasse lo staff de La Molisana ha voluto inviarmi questo omaggio davvero gradito per cui non smetterò mai di ringraziarli. Uno scrigno pieno di oro giallo, forme stuzzicanti e meravigliose.pasta2

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A prescindere da tutto, dalla vincita, dall’omaggio voglio esprimere la mia piena soddisfazione per i prodotti di questa azienda. Chimi conosce sa bene che non è mia intenzione fare marchette o pubblicità ad un prodotto. Semplicemente esprimo la mia opinione, il mio gusto cercando di essere anche obiettiva. I prodotti de La Molisana sono ottimi, mi hanno davvero conquistata: la pasta ha il profumo e il sapore del grano, mantiene molto bene la cottura e la varietà di formati si presta a qualsiasi ricetta, al tatto la pasta ha quella giusta porosità che permette di avere una grande resa quando la si va ad amalgamare con il condimento; il colore è sublime; inoltre, da un punto di vista del marketing, il packaging è curato, sobrio ed essenziale (per la serie anche l’occhio vuole la sua parte). In poche parole sono innamorata di questa pasta e a casa mia, da mangiatori pantagruelici di pasta, siamo degli intenditori e buone forchette.

Naturalmente non vedo l’ora di sperimentare e proporvi nuove ricette di pasta.

Una grazie a La Molisana consentitemelo.

Pensiero cazzeggio – Pausa caffè

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Perché quando studi latino il cervello implora una pausa (anche se questo avviene praticamente ogni mezz’ora).
Vogliadistudiaresaltamiaddosso!!!!

E ciao.

Risveglio

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Questa mattina il tepore del letto e l’abbraccio delle coperte non volevano lasciarmi andare. Con riluttanza sono in piedi. Poi per svegliarsi basta davvero qualche piccolo aiuto e la giornata può avere inizio. Spero sia un giorno produttivo e meno stressante di ieri.
A tutti voi auguro un buon proseguimento di giornata.

(Ma come sono “soft” oggi!)

Pensiero cazzeggio – (omissis)giorno

Svegliarsi la mattina alle 6:30 per iniziare a lavorare alle 8:00. Una tortura, un crimine verso l’umanità Sibyl che lotta incessantemente contro insonnia, sonno perduto e mai trovato e quello stato semi-comatoso di un cervello che proprio non vuole saperne di svegliarsi; il tutto corredato dalla tipica andatura claudicante in stile zombie in cerca di cervelli da divorare. In tale stato il distributore automatico di caffè diventa un’oasi di salvezza. Per di più se riesci a mettere insieme 35 centesimi in 7 monete da 5 centesimi che giacciono solitarie nel tuo portamonete vuoto per riuscire a prendere un caffè lungo (rigorosamente senza zucchero), allora pensi che la giornata possa prendere una piega migliore. Forse il karma ti sorride, forse qualcuno lassù esiste e ha avuto pietà di te. L’apoteosi arriva con la sigaretta, la prima della giornata ma che tiri come se fosse l’ultima di un condannato a morte. Il rituale del risveglio si è concluso, gli occhi sono completamente spalancati verso un nuovo giorno.
Bene!
Ora cortesemente qualcuno dica al cervello di darsi una mossa!

No, non sono i soliti propositi di inizio anno!

E per non smentirmi BUON ANNO NUOVO con quasi una settimana di ritardo! Però è il pensiero che conta…

Non è stato un inizio anno dei migliori: una nonnina in ospedale, una serata di capodanno organizzata all’ultimo momento con “amici” discutibili, e due giorni passati a sfornare circa un centinaio di muffin.

Note positive ci sono state, certo: le serate interminabili passate a casa di lui con la sua famiglia e le risate, i dolcetti troppo buoni, prendere coscienza di alcune cose, e poi gli stivaletti nuovi e alti molto fighi! In più la vaga impressione di non essere poi così tanto ingrassata in questi giorni di abbuffate in cui la gola gode di orgasmi multipli ad ogni boccone… E questa è una conquista per me…

Tutto sommato i primi giorni del 2012 si presentano alquanto tranquilli e mi offrono il tempo di riflettere, prendendo in considerazione un nuovo obiettivo da raggiungere: cercare di organizzare la mia vita e non essere così confusionaria ma soprattutto ritardataria cronica. Per l’organizzazione ci sto lavorando con qualche piccolo risultato d’incoraggiamento. Per il ritardo, non ci siamo proprio! A questo punto chiedo a chi passa di qui anche per caso un piccolo aiuto: come si fa a non essere ritardatari? In questo anno devo guarire da questa sindrome, aiuto!

Ho preso coscienza di alcune cose.

Quest’anno devo necessariamente, e senza deroghe, laurearmi! Nessuna scusa, dovessi anche studiare o lavorare di notte.

Ho visto più chiaramente il vero volto di alcune persone, di alcuni cosiddetti “amici”: simpatia di circostanza? Ci si vede solo quando ci si ricorda della reciproca esistenza o quando non si ha di meglio da fare? Ok ci sto anch’io. E questo non è diventare ipocrita e falsa uniformandomi a loro, ma solo riconoscere che alcuni rapporti considerati superficiali e di mera conoscenza, sono destinati a rimanere tali. Non importa più farmi conoscere se dall’altra parte non c’è la volontà di farlo.

Per quelli invece che mi conoscono meglio e che ultimamente hanno un atteggiamento distaccato e la cui risposta a questioni in sospeso, se non anche torti subiti e situazioni d’incomprensione che sussistono solo nel loro mondo limitato, è ignorare la mia persona (e mi riferisco ad un soggetto in particolare), proprio a loro rivolgo un sincero e spontaneo “chi se ne frega”. Ormai di voi non mi curo più, specie dopo aver ribadito più volte che in situazioni di incertezza e fraintendimenti preferisco le parole, e perché no anche le urla, al silenzio; semplicemente affrontare le questioni dialogando, esponendo dubbi, cercando di vederci chiaro come dovrebbero fare le persone che si ritengono mature e con almeno un briciolo di buon senso. Ma ahimè si preferisce tacere e ignorare: mi dispiace per te, cara la mia Noncelapossofare, questa volta puoi continuare a ribollire nel tuo brodo di stronzate, io continuo per la mia strada che sicuramente qualcosa più di te l’ho imparata e costruita.

Da lunedì inizia il mio nuovo stage alla casa editrice! Sono tranquilla perché conosco bene quell’ambiente, ma quel pizzico di emozione ed eccitamento che rende impaziente c’è sempre, e va benissimo. Poi ci sono i progetti dell’Associazione e i lavoretti freelance. Tante cose belle in programma. Ma stavo dimenticando un’altra cosa! Il mio compleanno tra qualche giorno e la scelta del dolce da preparare!

Intanto che ci penso, mi faccio un bel caffè.