-21 giorni e una scelta importante, la nostra!

Buona domenica! 

Prima domenica di dicembre, una domenica particolare: oltre a uscire per continuare i vostri acquisti natalizi ricordatevi di fare il vostro dovere, andare a votare per il referendum costituzionale.

Fate la scelta giusta e farete un regalo a tutta l’Italia. 

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Pensiero cazzeggio (ma mica tanto… ) – Impugniamo le matite!

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Natale sta arrivando ed io sono già all’opera. Come al solito con mille idee per la testa e poco tempo per realizzarle.

Anche quest’anno ci sarà il calendario dell’Avvento per aspettare Natale insieme (lo so, state tutti piangendo di gioia perché non vedevate l’ora! Perché sono lacrime di gioia quelle, vero??).

Come ogni anno dal primo al 25 dicembre, ogni giorno, ci sarà un post sul blog: deliri, ricette, consigli per regali e decorazioni, miei disegni (o per lo meno ci provo) e naturalmente tante chiacchiere. Tutto in questo grande contenitore.

Naturalmente si accettano consigli e idee!

Ho vinto io. E questa volta è un addio.

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Ti ho detto addio. Finalmente.

Ho messo fine a quel legame così naturale e così tanto morboso che solo al pensiero fa ancora male.

Uniti per tanti anni. Troppi.

Un’altalena di dolore a cui sempre avrei voluto mettere fine, ma ogni volta che andavi via quel pensiero di fine andava via con te.

Poi tornavi improvviso, senza un perché, a distruggere la mia serenità. Più mi chiedevo perché e più non capivo, cercavo risposte in me e negli altri che inevitabilmente mi dicevano che dovevo estirparti dalla mia vita come si fa con l’erba cattiva; perché non potevo andare avanti così, loro mi vedevano soffrire per te.

Una sofferenza inutile come inutile sei stato sempre tu. Lo sapevo. Ma tu c’eri e la mia arrendevolezza, tutti i timori e il terrore che il pensiero di una fine poteva provocare mi paralizzava.

Anche le piccole cose quotidiane erano diventate impossibili quando decidevi di venirmi a trovare per scombussolare i miei piani.

Mi privavi del sonno e del riposo, anche uscire per andare e bere qualcosa con gli amici era diventato un incubo, portare sul viso i segni visibili che tu provocavi e poi i farmaci per lenire quel dolore, rigettandolo in fondo quando decidevi di andar via.

Poi un giorno mi sono guardata allo specchio, ho guardato i miei occhi e ho scorto solo una grande disperazione, talmente grande da riuscire a schiacciare tutte le paure. È lì che ho scorto quella scintilla di coraggio che mi è sempre mancato.

Ma il coraggio sarebbe stato nulla senza la presenza di quell’uomo, senza la fiducia che è riuscito a instillare in me.

Quell’uomo ha visto tutto il male che mi facevi, mi ha capita, mi ha aiutata, ha agito con tenacia e pazienza lì dove altri si erano fermati solo alle parole.

Quell’uomo mi ha liberata per sempre da te. Poi mi ha salutata con un bacio in fronte ed un sorriso.

Ce l’ho fatta.

È stato difficile, intenso, doloroso, ma quel sospiro di sollievo che mi ha attraversato il corpo quando ho capito che tutto era finito davvero, non lo dimenticherò mai.

Certo, ci vorrà del tempo per cancellare tutti i segni, eppure mi è bastato solo un attimo per realizzare quella mia nuova libertà. Da te.

Ho vinto io. E questa volta è un addio.

Addio dente del giudizio.

P.s. Che avevate pensato? Su scrivetelo nei commenti.

P.p.s. Nessuno mi aveva detto che avrei salivato più di un cane di Pavlov.

Attesa.

Corridoio tranquillo. Solito via vai come ormai ogni giovedì e venerdì.

Solo il Re Lear a farmi compagnia.

Talvolta non tutti i matti e le tragedie vengono per nuocere.

I Medici sulla Rai: piace sì o no?


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Ok, alzi la mano chi ha visto la prima puntata de I Medici, la serie tv prodotta dalla Rai (e non solo) che narra, diciamo in maniera molto romanzata e rimaneggiata, l’ascesa della famiglia alla signoria che avrebbe retto per molto tempo la città di Firenze. Un appuntamento che ormai da tempo aveva creato grande aspettativa. Annunciata addirittura in prima visione mondiale!

Sono riuscita a vederla tutta in prima serata, dall’inizio alla fine. Ok sì, non proprio tutta tutta, mi saranno mancati quei pochi minuti in cui durante la pubblicità cambi canale, in questo caso per vedere le Iene su Italia Uno, e dopo un po’ ti ricordi che in realtà non stavi vedendo quello; quindi ricambi subito canale e arrivi sempre qualche secondo dopo la ripresa del film. Anche se dobbiamo dire la verità: ieri sera più che un palinsesto televisivo sembrava un conflitto di fazioni opposte, tipo Guelfi e Ghibellini – tanto per rimanere in tema –: da una parte le Iene, dall’altra I Medici… quindi grazie davvero Mediaset e Rai. Naturalmente escludendo la partita della Juventus su Canale 5 che in tutti i casi avrebbe portato via buona fetta degli ascolti di chi pure il martedì ha bisogno di vedere 22 omini sudati che sputacchiano qua e là in un campo correndo dietro un pallone. Ma son gusti.

Quindi, Isabel, che ne pensi? Ti è piaciuta la prima puntata de I Medici?

Non lo so.preziosi

È questa la verità. Ci sto ancora pensando per capire se mi sia piaciuta o meno. Partiamo dal presupposto che in generale i film storici in costume a me piaccio davvero tanto, se aggiungiamo che il tutto è ambientato in epoca medievale a Firenze, culla del Rinascimento… allora bingo! È come se la Rai avesse voluto soddisfare i miei gusti.

Mi è piaciuta l’ambientazione, la regia, la colonna sonora, i costumi, la fotografia, gli attori, la grafica, la sigla iniziale, un po’ meno il doppiaggio e soprattutto i dialoghi abbastanza inadeguati e grezzi, tanto che se l’avessi visto senza il logo del canale tv, avrei dimenticato fosse una produzione Rai, anzi scoprendolo ne sarei stata meravigliata. Insomma per una volta sembrerebbe che i soldi del canone siano stati investiti in modo decente.

Allora cosa si può volere di più?

Una sceneggiatura decente che non faccia come un pendolo impazzito avanti e indietro di 20 anni in cui prima Giovanni de’ Medici (il personaggio di Dustin Hoffman) è vivo, poi morto; poi ancora vivo e di nuovo morto; vivo, morto, vivo, morto, vivo, morto. Ci siamo capiti insomma. Vivo, morto, vivo, morto, vivo, morto, vivo, morto! Scherzetto!

In realtà il problema non sarebbe tanto il salto temporale se questo fosse stato marcato maggiormente a livello della fisicità dei personaggi. Per spiegarmi, senza la scritta che compare di tanto in tanto “venti anni prima”, l’unica cosa che fa comprendere che si tratti di due decenni di differenza, a parte le luci della fotografia, è il taglio di capelli di Cosimo e Lorenzo. Oltre a Dustin Hoffman vivo/morto. Per il resto si va avanti e indietro nel tempo cercando di capire come facciano i Medici ad ascendere al potere.

Una precisazione è però doverosa per alcune persone: scordatevi Lorenzo de’ Medici “il Magnifico”! Non c’è, non è il Lorenzo fratello di Cosimo che compare qui e non credo lo vedremo in questa serie, almeno per ora. Praticamente mettetevi l’animo in pace e smettete di fingere reminiscenze di storia delle scuole ormai andate. Così come l’animo in pace se lo devono mettere tutti coloro che contestano gravi incongruenze storiche della trama: gli autori (tra cui Frank Spotnitz) hanno già da tempo messo le cose in chiaro (e le mani avanti) a tal proposito. Si tratta di una libera, anzi molto libera, interpretazione dei fatti storici. Quindi chi vuole la storia, quella vera, è pregato di vedersi un programma di Piero o Alberto Angela.

cosimo-e-contessinaAltra questione importante. Robb.

Diciamoci la verità, quando guardi Cosimo non puoi non pensare a Robb Stark di Trono di Spade. Per carità, bravo Richard Madden nell’interpretazione, ma ti aspetti che da un momento all’altro dica “l’inverno sta arrivando” e così tanti saluti ai Medici.

Cosimo/Richard sarà pure bello, ma tutta questa mandria di fan sfegatate con gli occhi a cuoricino che da sole hanno mantenuto su gli ascolti della serie, mi sembrano un tantino esagerate. Per non parlare di quelle che già “credono” nella grande storia d’amore tra Cosimo e la Contessina: a belle, Bianca (Miriam Leone) è stata allontanata, mica è morta, e in serie come questa il ritorno di un personaggio è sempre assicurato.

Nota di merito va alla sigla iniziale: la canzone “Renaissance” di Paolo Buonvino cantata da Skin è bellissima e la grafica ricolta molto lo stile di True Detective, senza dimenticare di strizzare l’occhio proprio a Trono di Spade.

Insomma, anche se il ritmo della prima puntata è stato alquanto lento, mi sembra azzardato dare un giudizio definitivo.

È giusto riconoscere alla Rai la volontà di uscire fuori dagli schemi, di mettere da parte storie trite e ritrite di poliziotti, mafiosi, criminali, omicidi, per dar spazio all’arte e alla bellezza di un tempo lontano che imprescindibilmente è alla base della nostra civiltà.

Non resta che vedere tutta la prima stagione (ce ne saranno altre due poi) e sperare che sia in crescendo per poterne decretare il successo.

 

 

 

Ma che te ridi! – Sfigati senza biglietto per i Coldplay uniamoci!

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Dicono che oggi sia la giornata mondiale del sorriso.

A vedere me non si direbbe manco per niente.

Perché se come me ti alzi per l’ennesimo giorno di fila completamente col collo bloccato, vedi che fuori diluvia, con l’andatura di uno zombie ti metti al computer e inizi a fare qualsiasi rito scaramantico e propiziatorio per cercare di accaparrarti un paio di biglietti del concerto dei Coldplay, dopo che TicketOne ti ha messo per 30 interminabili secondi (moltiplicati per le infinite volte in cui ho aggiornato la pagina web) in sala d’attesa e poi ti dà l’illusione di avercela fatta, ma in realtà qualsiasi tentativo è stato vano, beh, allora ditemi voi che cosa ci sarà mai oggi da ridere!

E anche quando è stata annunciata la seconda data e messi subito in vendita i biglietti, anche in quel caso nulla. Solo un biglietto disponibile che alla fine non è nemmeno riuscito a entrare nel mio carrello. Come se un lillipuziano avesse voluto mettere nel suo taschino un fazzoletto di Gulliver; o come quando un bambino cerca di inserire la formina di una stella nella sagoma di un triangolo e non riuscendoci li sbatte uno contro l’altro; ecco, non so se ha reso l’immagine.

Sorridere? Ma anche no.

Oggi per molti è la giornata dell’incazzatura, con se stessi, con il mondo, ma soprattutto con TicketOne che è diventato il destinatario delle bestemmie di tutti coloro che sono stati messi gentilmente in sala d’attesa mentre più di 160.000 biglietti volavano via e a te non rimaneva altro che sperare che o gli altri non avessero soldi a sufficienza nelle loro carte o che un dio ignoto e oscuro del web facesse saltare i collegamenti di tutti, tranne il tuo.

Ma se proprio dobbiamo dirla tutta a togliermi il sorriso e a farmi tremendamente incazzare è vedere alle 10.05 rivendere gli stessi biglietti a cifre pazzesche fino a 2000 euro, attraverso siti di bagarinaggio spudorato. A voi rivolgo solo una parola: bastardi!

Ma io non mi arrendo!

Finora ho continuato a lanciare un disperato refresh del sito di TicketOne – con il solo risultato di aumentare il mio disprezzo; ho chiesto a tutti se per caso avanzasse loro un biglietto del concerto, pure a mio padre – che mi ha risposto “Chi? Quelli che senti tu? Certo stanno arrivando”, della serie ironia portami via –; ho chiesto anche a Siri se potesse darmi due biglietti ma prima mi ha dato ragione, poi ha fatto orecchie da mercante. Ho anche pensato di andare a vedere i Coldplay a Gothenburg; dov’è Gothenburg? Dietro l’angolo, solo in Svezia.

 

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Insomma oggi altro che sorriso.

Vi odio tutti.

Soprattutto TicketOne.

 

 

 

10 cose imperdibili da fare alla Fiera!

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Lo sappiamo bene, lo sappiamo tutti. Settembre significa in automatico fine dell’estate, inizio della scuola, dello studio, del lavoro, dei buoni propositi, come se l’anno in realtà cominciasse ora. Per gli abitanti di Molfetta, però, settembre significa soprattutto una cosa in particolare, la Festa Patronale della Madonna dei Martiri; poi vengono l’inizio della scuola, del lavoro ecc. Una istituzione tra sacro e profano, una tradizione che vuoi o non vuoi ti tocca ogni anno. E anche se vuoi ignorarla, è impossibile: il 7, 8, 9 e quest’anno anche il 10 settembre, tutta la città vibra e vive solo di questo evento, la festa per eccellenza.

Allora per chi non è di Molfetta e si dovesse imbattere in questi giorni nella Festa della Madonna dei Martiri, ma anche per gli stessi molfettesi, ecco la mia personale lista delle 10 cose da fare assolutamente in questi giorni.

  1. Consultare costantemente le previsioni meteo. Praticamente diventiamo tutti dei Giuliacci. È vero che i primi giorni di settembre si portano dietro gli ultimi strascichi di estate, ma l’esperienza ci insegna che puntualmente alla fiera le condizioni meteo si ribaltano improvvise. Vento, freddo, pioggia sono i nemici da evitare in questi giorni, ma solo in questi giorni, perché dopo infatti torna generalmente il caldo, la gente riprende ad andare al mare e a boccheggiare fin quasi a ottobre. Insomma ogni anno lo stesso copione.
  1. Assistere all’imbarco e allo sbarco del simulacro della Madonna dei Martiri. Si può essere anche non credenti, ma questi sono due momenti che è difficile da perdere. Tra i due preferisco però lo sbarco. Mi piace assistere a quel momento in cui tutti si fermano, smettono anche di respirare quando la statua e i portatori lasciano le tavole delle imbarcazioni, allungano il piede e passano al di sopra di quello spazio di mare per poi toccare la terra. Tutti sono in silenzio, gli occhi sbarrati, ma nel momento in cui la statua è di nuovo sulla terraferma si tira un respiro di sollievo e tutto torna a scorrere.
  1. Passare sotto le luminarie e naturalmente criticarle. Se non ci sono le luminarie non c’è festa. Se non passi sotto gli archi formati dalle luminarie su corso Dante godi solo a metà. Ma ogni anno è sempre la stessa storia: “le luminarie dell’anno scorso erano migliori di quelle di quest’anno”. Secondo me questa frase è scritta nel Dna di ogni molfettese, non c’è altra soluzione. Io sono veramente curiosa di capire se veramente i miei concittadini (senza ricorrere a foto o roba simile) si ricordino nel dettaglio che forma e colore avessero le luminarie precedenti. Davvero, spiegatemi come fate. C’è però da dire una cosa: quelle dell’anno scorso in effetti io me le ricordo, ma solo per le fontane multicolori sospese che avrebbero dovuto danzare a ritmo di una canzone di Shakira ma che non hanno fatto nulla di tutto questo. Tolta dunque l’eccezione, rimane la regola.
  1. Farsi un giro alle bancarelle seguendo il fiume umano. Premesso che le bancarelle degli ambulanti non sono più quelle di una volta, ogni anno per vederle bene almeno bisogna andarci quelle 2 o 3 volte. Perché in realtà se ci vai per la prima volta di sera non vedi un bel niente. Devi solo lasciarti trasportare dalla folla che è tutta intorno a te mentre le bancarelle sono ai tuoi lati che scorrono via. Se sei fortunato riesci a uscire dal fiume umano e addirittura riesci a fare acquisti.
  1. Acquistare cose inutili e di dubbia provenienza ma che rendono felici. Come detto al punto 4, alla fine riesci a comprare qualcosa, l’oggetto che ti farà ricordare di questa Fiera per molto tempo, o per lo meno fino a quando lo stesso oggetto non si rompa, il che avviene generalmente troppo presto. Torni a casa, allora, sempre con le solite cose: un portafogli/foulard/borsa generalmente taroccati, una pentola o servizio di piatti, l’aggeggio per la casa o la cucina che promette miracoli ma alla fine è sempre una fregatura, un bongo, un cd di cover musicali peruviane. Per la parte mangereccia non possono mancare: un paio di chili di olive alla calce o lupini, “nocelline” (cioè fritta secca mista), un panino con wurstel, ketchup e maionese preso da un paninaro (meglio detto “panemmerda”), qualche chilo di torrone, giuggiole varie, crepe, zucchero filato e cocco bello. Insomma dal giorno dopo tutti a dieta.
  1. Farsi devastare le caviglie dai passeggini. Anche questa è tradizione. Se tra la folla non ti investono con un passeggino non puoi dire di aver vissuto la Fiera. E se per caso cerchi di protestare rivendicando la sanità delle tue caviglie, ti si avventano contro quasi sempre una mamma o una nonna che attaccano con il pippone “e ma i bambini come li portiamo alla Fiera? Anche loro hanno diritto di godersi la festa! Voglio vedere a te quando avrai un figlio come lo porti in mezzo a questa confusione?”. Non ce lo porti! Ti verrebbe da rispondere, ma poi guardi il passeggino e ti accorgi che o il bambino dorme ignaro di tutto, o urla come un folle contro i genitori, oppure il passeggino è vuoto. Allora per quieto vivere cambi strada.
  1. Farsi un giro “alle” giostre, quasi mai “sulle” giostre. Un must dei più giovani, una trasgressione per i più avanti con l’età, questa è ormai la passeggiata al luna park. Tolti gli habitué che senza fare un giro sul Ranger o sulle macchine da scontro proprio non sanno stare, sempre più spesso fare un giro tra le giostre significa guardare gli altri che si diverto e si esibiscono sulle giostre. E allora trovi una folla che sosta davanti alla Corrida che osserva il “personaggio” del momento, la ragazzetta che sta per “uscire fuori di seno”, oppure davanti al Tagadà per vedere il coatto di turno rigorosamente con gli occhiali da sole in testa anche di sera e la camicia sbottonata che si esibisce in una danza senza senso, oppure i macho man gonfiati che tirano pugni ad una macchinetta con un sacco per testare la propria virilità.
  1. Se ti perdi ci vediamo alla ruota panoramica. Questa non è tradizione, è legge. Una consuetudine che ci si trasmette di generazione in generazione lì dove nel casino generale nemmeno gli smartphone servono a qualcosa. In qualsiasi punto della città ti ritrovi da solo, lontano dai tuoi compagni, sai che la ruota panoramica è la tua salvezza, il punto di ritrovo. Un sistema che se fosse adottato dalla Sciarelli di “Chi l’ha visto?” risolverebbe molti casi di scomparsi in Italia.
  1. Vedere almeno due “salviat” di fuochi d’artificio. Appena la sera dell’8 settembre senti il primo botto che fa da chiamata, non importa cosa tu stia facendo, lascia tutto e ammira i fuochi d’artificio che illuminano il cielo della tua città. Quelle coreografie di fuoco fluttuanti non possono certo mancare alla lista delle cose da fare alla Fiera della Madonna dei Martiri.
  1. Cadere in uno stato di disperazione. Perché come si dice passato il santo, finita la festa; la pacchia è davvero finita. Tutti all’opera.

 

Ultimi frutti d’estate

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Visto il titolo del post vi aspettereste un incipit del tipo “l’estate sta finendo e un anno se ne va”, con la citazione spudorata, scontata e senza ritegno di una vecchia canzone che certamente tutti conoscono e al tempo stesso odiano per la sua cruda e ovvia verità.

Sbagliato. Niente di tutto questo.

Il mio incipit è piuttosto “i fichi sono finiti e anche agosto”. Ad effetto, vero? Anche questa per me è una dura verità. Non per la fine di agosto – che avevate capito – ma perché è terminato il periodo dei fichi. Semplice.

Poi certo, l’estate sta finendo, ma cari miei non è che dobbiamo farne una tragedia; tanto finisce inesorabilmente ogni anno. E inizia proprio in questo periodo una sorta di opprimente “saudade” estiva, con le facce di chi sembra essere stato condannato ad ascoltare per intero tutta la discografia di Gigi d’Alessio e consorte senza la possibilità di saltare traccia.

L’estate sta finendo e voi ve ne farete una ragione; come io me ne farò una ragione di non poter più assaporare la “smarmellosa” dolcezza dei fichi (“smarmellosità” è un termine tecnico! Chiaro?).

Che poi non so perché il fico è un frutto che mi affascina particolarmente, mi piace sbucciarlo e tagliarlo perfettamente a metà con un coltello, poi ammirarne la forma, la fisionomia interna con tutti quei villi e filamenti disposti a raggiera, rivolti in ordine verso l’interno, con tutti quei semini e sfumature che sembrano racchiudere molli profondità di vita. Quanto è curioso come le cose più semplici e talvolta scontate possano incantare così.

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Nei giorni a venire, dunque, ricorderò il dolce sapore dei fichi e le scorpacciate di agosto come voi ricorderete le vostre ferie volate via, troppo brevi, troppo intense, troppo poco rigeneranti, tanto da dover richiedere delle ferie per riposarvi dalle vacanze.

Così arriverà settembre ma a differenza vostra io vivrò la soddisfazione di questa estate finalmente trascorsa.

Se non si era capito, buon lunedì di delirio.

Make a wish

Notte di San Lorenzo, notte di stelle cadenti. Con gli occhi verso il cielo, scrutando, cercando di scorgere una scia luminoso. Una stella cadente è solo una tacita speranza in più che i nostri sogni possano avverarsi.

Qualche giorno fa ho visto la mia stella cadente cui ho affidato il mio desiderio. Certo vederne un’altra non sarebbe male…

Vi auguro, questa notte, di far giungere i vostri desideri alle stelle.

Il mondo e la vita sono come il cielo

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La direzione in cui procedeva era giusta.

In realtà, rifletteva camminando, la volta notturna del cielo era solo un ammasso caotico e casuale di astri. Eppure era possibile trasformarla in un insieme ordinato di costellazioni. In America, gli aveva detto suo padre che ci era emigrato quarant’anni prima, il carro maggiore e quello minore cambiano nome, rappresentano per gli americani figure diverse che là chiamano Gran Cucchiaio e Piccolo Cucchiaio, ma che indicano egualmente il nord. Le costellazioni sono immagini arbitrarie, che ogni popolo identifica in segni diversi e che può chiamare come vuole: sono come i segni e i suoni delle parole che variano a seconda dei linguaggi, ma senza di loro per secoli gli uomini non avrebbero potuto orientarsi, scambiarsi informazioni, sviluppare la civiltà.

In sé il cielo non ha senso, ma gli uomini possono dargliene uno, un senso precario, relativo, ma utile per loro. Ecco, pensava, il mondo e la vita sono come il cielo.

 

La citazione è tratta dal romanzo “La rancura” di Romano Luperini, edito da Mondadori.

È il libro che sto leggendo attualmente, anche se ce l’ho con me da maggio, da quando ho avuto il piacere e l’onore di conoscere il professor Luperini, colui che considero il mio maestro e “compagno di banco” (lui sa il perché).

È uno di quei passi che leggi la prima volta, poi rileggi una seconda, e poi ancora quando ne hai voglia, quando vuoi trovate nelle parole altrui il senso profondo che in quel preciso momento diventa tuo. Quelle parole sono diventate “mie”.

Penso, allora, se il senso che sto cercando di dare al mio cielo sia quello giusto.