Se mi lasci non vale… ma almeno ci guadagno (con eBay #ExInVendita)

Marco se n’è andato e non ritorna più? Certo, è scappato con la segretaria alle Maldive col sogno di cambiare vita e aprire un cocktail bar sulla spiaggia. Ah l’originalità di Marco, come quando ti ha regalato un porta gioie in pelle lucida ma non ha mai pensato a riempirlo. Praticamente un porta-mai-una-gioia.

Sei convinto che non è Francesca quella seduta al tavolino avvinghiata all’istruttore della palestra? Forse non ci vedi bene a causa degli occhiali da sole che ti ha regalato per il tuo compleanno, quegli stessi occhiali che hai sempre odiato perché ti fanno un naso a patata.

Il tuo lui invece con la solita scusa del “non son degno di te” ti ha lasciata perché aveva tanta voglia di lei e ha capito che il suo posto è là, ma qui, a casa tua, ha piazzato uno strumento multi funzione che ti avrebbe aiutato a tirar su i glutei andando contro ogni forza di gravità? Compra un biglietto per lo spazio e il gioco è fatto.

E se come canta il buon zio Juliose mi lasci non vale”, allora ci guadagno, ti vendo! (Lo so che ti è scattata la canzone con balletto annesso ma no, in questo caso Renatone non c’entra nulla.)

Alzi la mano chi alla fine di una storia si è ritrovato in giro per casa, addosso, in auto, sulla scrivania dell’ufficio i regali belli e brutti degli ex. Quelli che proprio non siamo riusciti a restituire e che ogni volta che guardiamo scatenano un misto di sensazioni tra la vendetta-tremenda-vendetta, tenerezza, malinconia e lo stato “Bridget Jones”. Che fare allora? Diciamo addio ai roghi purificatori e alle pattumiere con lo scrupolo della raccolta differenziata. Quest’anno i ricordi, i residuati bellici di storie perse, insomma gli ex fidanzati, li mettiamo in vendita su eBay.

Non è uno scherzo, è #ExInVendita, la nuova campagna di eBay per questo San Valentino… ma anche per San Faustino, per Santa Pazienza che se n’è andata quando lui o lei ha chiuso ha porta dietro di sé lasciando non un vuoto, ma un accumulo di roba di cui volete sbarazzarvi.

Praticamente un gesto catartico: prendi quella patacca che assomiglia ad un orologio che non hai mai usato; o quello strano tubo flessibile che ti ha regalato ignorando la tua mancanza di pollice verde; oppure quella borsettina luccicante da sera donata proprio a te che quando esci di casa ti porti un armadio intero in giro; o ancora quel maglione morbido, del tuo colore preferito, ma con le maniche terribilmente corte. Bene ora apri eBay da qui, componi le tue belle inserzioni senza pagare tariffe aggiuntive e con al massimo 1 euro di commissione sul valore finale; attendi il venditore, concludi l’affare e con i soldi guadagnati porti a cena fuori la tua nuova fiamma alla faccia della “bella stronza” precedente, per dirla come Masini.

Semplice e rapido. In pochi passaggi faresti compagnia a quel bel 37% di italiani – secondo un sondaggio realizzato da eBay attraverso Ipsos – che venderebbe volentieri i regali dei propri ex abbandonando metodi ormai tribali per sbarazzarsi delle cose passate. Ecco, un atteggiamento maturo è quello che fa per te; l’atteggiamento di quegli oltre 2 milioni e mezzo di tuoi coetanei (orientativamente tra i 18 e i 34 anni – e ci siamo) che vedono in quegli oggetti una possibilità, che affrontano la separazione dal partner con uno spirito nuovo, con la consapevolezza di chi è sicuro della propria indipendenza e sa vivere da solo. Poi però controllano furtivamente a scadenza di un’ora tutti i profili social del proprio ex, analizzando e annotando con rigido schematismo ogni singolo mi pace giunto da un essere vivente di sesso opposto. Perché ok la maturità, la mentalità aperta e cose di questo tipo, ma quando ti scatta la modalità detective Conan nessun partner è al sicuro.

Lo so, ti stai rivedendo. Quindi tu, uomo o donna evoluto e con un conquistato senso degli affari da lupo di Wall Street, cosa vorresti vendere? Quale ex metteresti in vendita? Aspetto trepidante le vostre risposte.

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Apologia di una morte annunciata – Il Segreto che non lo è

funerale di tristan

Ci sono momenti in cui la negatività sembra accumularsi; momenti di difficoltà, di dolore, di crisi, in cui la precarietà della vita sembra essere una costante. Sono momenti in cui può accadere di tutto. E così mentre la Grecia è a un passo dal default ma lotta fieramente con le unghie e i denti, mentre qualcuno intraprende un viaggio della speranza verso un destino incerto e forse drammatico, mentre qualcuno lotta per un posto di lavoro, l’Italia da Nord a Sud è attraversata da un dolore impagabile: la morte di Tristan de “Il Segreto”!

Per chi non lo sapesse “Il Segreto” è la soap opera per eccellenza attualmente in Italia, roba che “Beautifuf nun te temo!”; una produzione di “successo” made in Spagna piena di sentimentalismi, grandi e piccole storielle d’amore, eroi ed eroine, avventure, faide familiari, figli persi e ritrovati, uccisioni, vendette (tipo che Dickens, per citare uno specialista a caso, si sta rivoltando nella tomba) e che Mediaset ha deciso di trasmettere da noi nella fascia oraria pomeridiana e di domenica e quando capita in prima serata (della serie ti piace vincere facile). Che poi a Mediaset Il Segreto ha spalancato le porte a una miriade di film, sceneggiati, altre soap opera spagnole, tra cui “Una Vita”, una cosa terribile sin dalle prime note della sigla iniziale e scritto dalla stessa autrice de Il Segreto, mi riferisce un team di ricercatori e massimi esperti nostrani della soap: mia madre assieme a mio padre che fa finta di non vederlo ma che in realtà non si perde una puntata ed è capace di farti i riassunti schematizzati di quelle precedenti se glielo chiedi, però lui non lo vede eh! Praticamente roba che ormai le serie tv è più conveniente comprarle dagli spagnoli che prodursele a casa propria (cosa che Alex Belli di Centovetrine sta ancora facendo finta di piangere dopo l’isola). Ma dico io, con tante cose che potevamo attingere dalla Spagna, proprio le soap opera? Non bastavano quelle argentine e venezuelane che per anni ci hanno tediato e i cui residuati sono ancora visibili su alcune emittenti locali. Dalla Spagna potevamo prendere in prestito l’apertura mentale, soprattutto quella religiosa cattolica, potevamo giustamente attingere in merito alla questione sui matrimoni gay e le coppie di fatto, alla tolleranza; alcuni potevano imparare dagli spagnoli come fare a vincere finalmente una finale di Champions League (lo ammetto, questa è per te!). Invece ci è toccato prendere Il Segreto e ora piangere la morte di Tristan.

Lo so, molti si chiederanno “e chi sarebbe?”, altri invece “chi se ne frega!”, altri ancora diranno “si sapeva già”, ma non mostrate così poca sensibilità nei confronti delle migliaia di fan, soprattutto donne, che da domenica sera sono praticamente in lutto. Il web si è rivoltato, lo share è decollato, gruppi sono insorti annunciando scioperi a oltranza soprattutto tra le massaie stiratrici seguaci di Barbara D’Urso; si programmano veglie di preghiera, pellegrinaggi a Puente Viejo presso la tomba di Tristan, sit-in davanti agli studi di registrazione della serie e spedizioni punitive nei confronti degli autori. Praticamente una tragedia! Una valle di lacrime, brividi e urla, questo si percepisce dai commenti sui social.

Eppure care fan, care donne addolorate, quella di Tristan è stata una morte preannunciata, ma voi questo avete voluto ignorarlo. E non parlo perché, dopo aver visto stralci delle puntate precedenti e aver sentito vociferare dai miei genitori esperti della morte di qualcuno dei personaggi, io abbia vinto la scommessa coi miei indovinando che sarebbe stato proprio Tristan a morire e praticamente anticipando un mese di puntate. No care amiche, non è così.

Tristan è morto perché ormai il suo personaggio non aveva null’altro da dire, da raccontare. Ormai aveva ritrovato i figli, riunito la famiglia, trovato l’amore con Candela (che poi che razza di nome sarebbe – ecco questo è il genere di cose che probabilmente non sarebbe il caso di attingere dalla Spagna), la felicità era a portata di mano. Dunque quanto poteva essere entusiasmante a lungo andare la routine, la quotidianità se non ti chiami Robinson Crusoe e il tuo autore non è Daniel Defoe? (Concedetemelo, ma questa è per pochi). Avreste avuto le stesse emozioni forti rispetto a un così “grande” colpo di scena? Io non penso. Ormai Tristan era un personaggio esaurito, nella trama narrativa aveva tirato troppo la corda, le sue ramificazioni erano talmente tante che non vi era spazio per altre. Quindi addio. Si gira pagina e si va avanti fino alla prossima uscita di scena di un altro personaggio.

Care fan, era tutto previsto. Non vi resta che unirvi al dolore e alla rabbia delle fan del dottor Derek Shepherd di Grey’s Anatomy, almeno come si dice “mal comune, mezzo gaudio”.

 

Questa storia mi ha sfinita

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Questa storia mi ha uccisa, in parte.
Un silenzio prolungato, una clausura forzata, una scomparsa inaspettata e dopo un esame superato. Come al solito quando devo preparare un esame universitario, io sparisco dalla circolazione, mondo reale o virtuale non fa differenza. Ho bisogno di profonda concentrazione, di chiudermi in una stanza con i miei libri e divorare pagine su pagine. Nessun rumore, nessuna distrazione. Ogni piccola cosa esterna può rompere la concentrazione e ultimamente per farlo ci vuole davvero poco… dite che è la vecchiaia che incombe? Mi state dicendo che sono da troppo tempo all’università e che devo darmi una mossa? Sì,  è vero.
Quale cosa migliore, dunque, se non iniziare lo sprint finale con un bell’esamone di storia moderna? E proprio storia moderna è stata. L’esame che tutti amano e odiano, il mio primo esame di storia accompagnato da una fottuta ansia mista a terrore. Questa volta ammetto che mi ha preso veramente male. Ero convinta di non farcela, o per lo meno di farcela in modo disastroso.  Eppure a me la storia moderna piace molto, è il mio momento storico preferito, e adoro anche il professore, dunque ci tenevo particolarmente a dare il meglio. Io e le date, però, non andiamo molto d’accordo, e la Rivoluzione francese è un marasma di avvenimenti; i vari re Carlo II che non si sa bene perché nel Seicento sembrano avere tutti problemi a procreare, dunque via con guerre di successione francese, polacca, austriaca, spagnola. E quel Carlo V, che per una serie di circostanze mette su un regno immenso da una parte all’altra dell’Atlantico, nato il 24 febbraio 1500, lo stesso giorno e mese di mia madre… sarà forse il giorno prediletto dai rompiscatole per venire al mondo? E non dimentichiamo Riforma protestante e Controriforma cattolica con tanto di Concilio di Trento e guerre dei cento, trenta e sette anni. Una mole di fatti, date, avvenimenti, parentele che ho cercato di infilare con forza in meno di un mese nella mia testa, studiando fino alle 4 di notte, perdendo ore ed ore di sonno. Nulla di nuovo, tutto come mia consuetudine, tutto a parte un’ansia da prestazione mai provata prima. Tanto forte da voler scappare via il giorno dell’esame d’avanti all’ufficio del professore con il corridoio di disperati come me. Dopo attimi di travaglio la sentenza: divisione alfabetica quindi esame rimandato a lunedì 29. Due giorni per ripetere, colmare le lacune e soprattutto mandare via l’ansia e la paura. Alla fine l’esame è andato e nel modo meno sperato: 35 minuti di domande (sì, sono stata cronometrata a mia insaputa da una ragazza in attesa di fare l’esame) e un 30 e lode conquistato. Anche questa volta. Soddisfazione indescrivibile, un miscuglio di emozioni e la consapevolezza di essere un po’ più vicina al traguardo finale.
Ora si torna a vivere, a produrre, lavorare, creare e soprattutto a scrivere.

I love La Molisana!

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La mia passione per la cucina non è una novità. Ormai credo si sappia quanto mi piaccia cucinare, sperimentare sapori, dare forma e gusti nuovi ai cibi. Dolce o salato non fa molta differenza. L’importante è sporcarsi le mani, sentire col tatto le consistenze, stimolare le mie papille gustative, conquistare la vista con la forza del colore, essere rapita dai profumi che si alzano dalle pietanze. E poi condividere, offrire un piatto buono e bello a chi mi sta accanto, conquistarlo e ogni volta con curiosità osservare la sua reazione al primo boccone: in quel frangente impercettibile capisci se è una vittoria o una sconfitta (e naturalmente imparare sia dalle une, sia dalle altre). Forse cucinare è un po’ come scrivere: esprimo me stessa senza vincoli, assecondo i miei pensieri, ritrovo la tranquillità, in poche parole sto bene.

Un po’ di tempo fa ho partecipato ad un contest di cucina indetto da “La Molisana”, prima che un’azienda un pastificio; anzi, come recita il loro motto “dal 1912 sartoria della pasta” (se per caso non la conoscete – il che sarebbe un male soprattutto per le vostre papille gustative – allora date un’occhiata qui). Il contest aveva come protagonista un dei loro nuovi prodotti, lo spaghetto quadrato. Cioè avete presente un bucatino? Ecco, con il diametro quadrato e senza buco al centro (che poi a me il buco al centro non piace, perché quando arriva il momento fatidico in cui il bucatino lo succhi – e lo so che lo fate tutti, suvvia non facciamo i perbenisti – quel buchetto fa passare solo aria; ma d’altra parte se si chiamano bucatini e hanno il buco al centro un chiaro motivo ci sarà. Ok esco da questo trip mentale). Per partecipare al contest era necessario inventare e realizzare una ricetta, scegliendo una delle quattro categorie proposte a cui facevano riferimento altrettanti grandi chef: Amarcord, Le Grand Crù, Veggie, Pop Art. devo ammettere che ci ho pensato molto, ho cercato l’ispirazione per la ricetta giusta e alla fine ho scelto la categoria Amarcord presentando la ricetta dello spaghetto quadrato con razza e zenzero: un piatto semplice, con un pesce povero, talvolta sottovalutato, una radice che ormai è diventata la mia passione (assieme al curry che rimane l’amore indiscusso della mia vita), per un sapore delicato ma deciso. Allora ho cucinato, ho fotografato, ho inviato e ho atteso il responso. Dunque ho vinto, sono tra i vincitori della categoria le cui ricette, assieme a quelle degli altri vincitori nelle altre categorie, andranno a comporre un e-book di ricette interamente dedicato allo spaghetto quadrato. Una notizia inaspettata e fantastica, giunta tra l’altro in una giornata che non scorderò mai perché ricca di belle sorprese.

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Come se non bastasse lo staff de La Molisana ha voluto inviarmi questo omaggio davvero gradito per cui non smetterò mai di ringraziarli. Uno scrigno pieno di oro giallo, forme stuzzicanti e meravigliose.pasta2

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A prescindere da tutto, dalla vincita, dall’omaggio voglio esprimere la mia piena soddisfazione per i prodotti di questa azienda. Chimi conosce sa bene che non è mia intenzione fare marchette o pubblicità ad un prodotto. Semplicemente esprimo la mia opinione, il mio gusto cercando di essere anche obiettiva. I prodotti de La Molisana sono ottimi, mi hanno davvero conquistata: la pasta ha il profumo e il sapore del grano, mantiene molto bene la cottura e la varietà di formati si presta a qualsiasi ricetta, al tatto la pasta ha quella giusta porosità che permette di avere una grande resa quando la si va ad amalgamare con il condimento; il colore è sublime; inoltre, da un punto di vista del marketing, il packaging è curato, sobrio ed essenziale (per la serie anche l’occhio vuole la sua parte). In poche parole sono innamorata di questa pasta e a casa mia, da mangiatori pantagruelici di pasta, siamo degli intenditori e buone forchette.

Naturalmente non vedo l’ora di sperimentare e proporvi nuove ricette di pasta.

Una grazie a La Molisana consentitemelo.

I’m… e un tocco di arancio

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Giornata grigia, piovosa, uggiosa. Il rumore della pioggia accompagna molte di queste giornate che sembrano aver dimenticato che siamo a maggio, che la primavera è ormai ben inoltrata e che addirittura l’estate è in agguato dietro l’angolo. Queste condizioni meteorologiche inevitabilmente si ripercuotono sull’umore, sul modo di affrontare una nuova giornata; anzi mi sono accorta che ultimamente ne subisco maggiormente l’influenza. Quindi che fare? È necessario trovare piccoli escamotage per dare un svolta a un giorno che inizia con premesse alquanto sfavorevoli. Dopo anni di ricerca, studi attenti, calcoli difficilissimi, signore e signori ho trovato il mio personalissimo antidoto per affrontare giornate uggiose e apatiche. Un bel rossetto colorato! Sì, avete letto bene, non serve tornare indietro a rileggere o cercare di comprendere l’errore; nessun errore, è tutto vero. Carissimi state leggendo, straordinariamente, un post che rasenta limiti immaginabili di femminilità e frivolezza (oggi mi va così, pazienza). Eppure un rossetto colorato, intenso, che sia un rosa (anche se raro), un fucsia, un corallo, un rosso, un viola, riesce a risollevarmi l’umore. Forse merito di una sorta di cromoterapia, un consapevole condizionamento psicologico, o un semplice e innocente trucchetto per alzare la testa ed andare avanti, tirare fuori le unghie e vivere. Sta di fatto che con me funziona, fa bene a me e al rapporto con gli altri. Se poi trovi il rossetto giusto, quello che ti fa perdere la testa, allora l’effetto è amplificato. In molti penseranno che stia per fare una specie di marchetta, una pubblicità, ma vi assicuro che non ho ricevuto compensi, né prodotti gratuiti, né richieste di collaborazione. È solo e soltanto un mio parere personale, esprimo ciò che realmente mi piace senza condizionamenti esterni. Mi piace il nuovo rossetto della Pupa, quello della collezione “I’m” che sta praticamente spopolando su facebook, questa è la verità. pupamilanoAdoro questo rossetto, non vedo l’ora di indossarlo e l’idea di farlo mi fa stare bene. Lo so, penserete che sia pazza, che abbia perso definitivamente quel neurone che viaggiava solitario nel mio cervello. Invece no. Dopo averne sentito molto parlare, grazie all’iniziativa di lancio del prodotto (qui) che permette con un coupon di acquistare il rossetto al prezzo di 5 euro (anziché 12), due giorni fa mi son decisa a comprarlo. Nella decisione era però compresa l’indecisione sulla scelta del colore, infatti ho passato circa mezz’ora di fronte allo stand della Pupa a imbrattarmi il dorso delle mani con i 40 colori a disposizione (lo so, sono una brutta persona indecente), mentre cercavo disperatamente segni di approvazione da mia sorella che puntualmente giungevano vaghi e per nulla mettevano fine a strazianti dubbi e perplessità. Solo dopo essermi destata da questo trip mentale fatto di sfumature di marroni, corallo, arancioni e fucsia ho fatto la mia scelta. Numero 302 e porta a casa! “Sizzling orange”, una via di mezzo tra un rosso e un arancione, un colore che in altre situazioni non avrei mai preso. Questa improvvisa voglia di colore mia ha stupita, in positivo. Sono rimasta incantata da questo rossetto, dal colore intenso, dalla texture morbida e omogenea, dal comfort sulle labbra, dalla durata: insomma amore a primo utilizzo.

Le mie giornate hanno ora un tocco di arancio e la vita scorre serenamente. Echevuoidipiùdallavita?

Voi, invece, come esorcizzate giornate uggiose e apatiche? Suvvia, svelate i vostri trucchetti.

Da Masterchef a Masterpiece, l’evoluzione del talent show

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Ieri sera dopo aver cenato ed essermi persa in divagazioni varie, mi sono messa a fare un po’ di zapping in tv, di quello disinteressato che sai già si concluderà con scarsi risultati, anzi forse con l’unico risultato definitivo di spegnere la scatola luminosa delle delusioni. Invece no, su RAI3 mi sono imbattuta nella seconda puntata di “Masterpiece”, naturalmente a puntata già inoltrata, una sorta di competizione per nuovi talenti letterari; “il primo talent show per aspiranti scrittori” è ufficialmente definito. In pratica il “Masterchef” per scrittori emergenti o presunti tali. Vi sono concorrenti (tale mi viene spontaneo definirli) che nella vita di tutti i giorni svolgono professioni differenti ma che coltivano la scrittura come passione, a volte come esigenza e impellenza espressiva; concorrenti che davanti alla giuria composta da Andrea De Carlo, Giancarlo De Cataldo e Taiye Selasi (conduttore e coach Massimo Coppola) da cui sono stati selezionati in base alla propria opera, si scontrano in prove di scrittura per sfoggiare le proprie capacità e magari vincere la possibilità di pubblicare il loro libro in credo 100.000 copie dalla Bompiani (che non sono per niente poche, anzi sono un sogno realizzato per chi ha la volontà di veder pubblicate le proprie parole).masterpiece-rai3

Avevo sentito parlare e scrivere di questo programma, soprattutto sul web, e incuriosita mi ero promessa di vederlo – ma si sa, come tutte le cose che mi prometto di fare o in questo caso i programmi che mi prometto di vedere, naturalmente non ne porto a compimento nessuna –, anche solo per cambiare canale. Avendo visto solo metà della seconda puntata è difficile farsi un’idea compiuta, cercare di valutare quanto possa valere il fatto di partecipare ad un talent show per meritarsi in qualche modo l’appellativo di scrittore sotto l’egida di una giuria di esperti, dando così una svolta in direzione letteraria alla propria vita, abbandonando un lavoro o condizione che calza stretto come un paio di scarpe nuove di pelle. Magari, giusto per abbondare, riuscire a “vivere delle proprie parole”. Ecco, il sogno, l’ambizione di menti illuminate, delle più grandi penne della storia, dei primi romanzieri, o per assurdo se vogliamo del logorroico di turno, del dispensatore di parole al vento gratuitamente, di chi scrive parole sconnesse all’apparenza altisonanti. D’altronde c’è qualcuno che questo sogno l’ha realizzato con profitti notevoli, come i politici di casa nostra. Per quello che ho potuto vedere della puntata e sentire dalla lettura di alcuni testi elaborati nel corso delle prove, mi sono trovata abbastanza in linea con i giudizi espressi dalla giuria. Un po’ meno concorde sono stata sul punto riguardante la sintassi traballante di alcuni: per fortuna o sfortuna sono un po’ una “purista della lingua”, non in senso stretto, e considero la sintassi, lo stile, la tecnica di stesura, il ricorso a figure metriche e retoriche componenti non meno importanti del contenuto, di una trama avvincente, della costruzione dei personaggi, del messaggio di fondo, della finalità e dello spirito con cui si scrive. È come dire che significato e significante vanno di pari passo (senza dimenticare il referente). Puoi avere in mente una storia da togliere il fiato, una storia capace di strapparti lacrime e sorrisi, capace di conquistarti, piena di pathos, e avere l’impellenza di raccontarla, ma se le parole che escono dalla penna (o attraverso la tastiera per imprimersi su un foglio bianco virtuale) non hanno l’ordine giusto, se non riescono a incastrarsi perfettamente, se sono esse stesse a non funzionare, allora quella storia rimarrà solo un’idea che per un attimo si era illusa di diventare un capolavoro. Per questo il titolo di “scrittore” è così pesante da portare e ancor più da conquistare; per questo mi fa pena chi ingiustamente si cinge il capo di mirto, o chi con falsa e mal celta modestia afferma di aver scritto un libro. La questione è semplice: in verità siamo tutti potenzialmente in grado di scrivere un libro, lì dove per libro voglio intendere una serie di pagine di carta più o meno voluminose rilegate insieme con una copertina; e ancor più semplice è diventato pubblicare quel libro se siamo noi stessi a stamparlo o semplicemente a pagare colui che può stampare per noi un numero di copie direttamente proporzionale al budget a disposizione. E per inciso trovo patetico chi decide di ricorrere a quest’ultima soluzione per veder pubblicate le proprie parole da regalare in copie multiple a parenti ed amici in cambio di complimenti interessati e ignoranti. Scrivere un libro, o anche solo una racconto, una poesia, è un’operazione più complessa che nasce da un dono innato, un talento, giusto per usate un termine oggi così facilmente sdoganato sulla bocca di tutti. Insomma, per farla breve, o sai scrivere e lo fai con coscienza, o non sai scrivere e ti limiti a scarabocchiare o a salvare innumerevoli megabyte di file word sul pc. Scrivere è aver rispetto di ogni singola parola, conoscerla, trattarla con i guanti bianchi; è dare una via d’uscita ai pensieri, come srotolare una lunga catena in cui sono incagliati inevitabilmente pezzi di te, anche intimi e ignoti a se stessi. Scrivere è provare paura e liberazione, completezza e svuotamento, inquietudine e sollievo. È un atto in cui chi scrive dona se stesso.

Per tutto questo Masterpiece a prima vista mi appare come una forzatura, un artificio in cui è solo riflessa l’idea di scrittura. Cerchèrò però di vedere le prossime puntate per capire se l’impressione è giusta o meno.

L’impressione di chi talvolta si definisce una “scribacchina da quattro soldi”.

Nella vecchia fattoria della tv

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Per oggi avevo in mente di scrivere un post diverso, che trattasse di argomenti differenti da quelli di cui vi parlerò, ma lo terrò al calduccio per altre occasioni (eh sì, perché ormai non vi libererete facilmente di me! *parte la risata malvagia registrata*).

L’illuminazione sulla via di Damasco , se così vogliamo definirla, per questo post è arrivata oggi all’ora di pranzo, mentre mi accingevo a divorare un succulento piatto di maccheroni saltati con piselli e mortadella e mantecati con stracchino (ricetta fast del mio lui che pasticcia cose buone davvero), il tutto guardando la tv e facendo un po’ di sano zapping giusto per tenere in esercizio i tendini del pollice destro. Una serie di pubblicità è passata in onda e in successione ho visto una foca, un cane e un animale indefinito che potrei ricondurre a una specie di puzzola. Mi sono fermata a guardare, con la forchetta e il boccone sospesi a mezz’aria. Praticamente un’invasione di animali.

Lo so, anche voi cari amici spettatori (lo so ora sembra una televendita…) lo avete notato, ne sono sicura, ogni giorno entra in casa dalla tv una mandria di animali dalle sembianze umane che sembra che un gruppo di pubblicitari et company ubriachi si sia dato appuntamento alla fiera dell’antropomorfismo e a ognuno sia stato assegnato un animale.

La più tartassante è sicuramente la pubblicità della nota compagnia telefonica (dai, inutile fare nomi, la compagnia sputtanata che abbiamo avuto quasi tutti almeno una volta nella vitae che ora minacciamo tutti di lasciare): dopo l’orso che, devo essere sincera, muoveva un po’ di simpatia, ci hanno fracassato le “balls” (perché se lo scrivo in inglese non sono volgare, giusto?) col pinguino rap e secondo loro “figo” giusto perché doppiato da Elio, distruggendo i nostri nervi e portandoci all’esasperazione con quei motivetti orrendi; per poi passare alla foca di nome Monica che l’allusione e l’assonanza è talmente idiota da farti domandare ma davvero con questa pubblicità vogliono accaparrarsi altri clienti? E poi, per quanta stima e simpatia e simpatia possa nutrire nei confronti di Luciana Littizzetto, diciamoci la verità, nun se  po’ sentì! La lista degli animali “adottati” nelle pubblicità è lunga e si perde forse tra le nebbie dei tempi.

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Nella vecchia fattoria (ia, ia oh!) della tv c’è il leone con la giacca ma con la parte di sotto del corpo nuda – che io mi son sempre chiesta ma perché non un pantalone? Senza pantaloni non avrebbe dovuto avere tutti gli zebedei di fuori? – che ti invita ai super fantastici saldi dei saldi dei saldi; poi c’è tutta la giungla che si sfida per pubblicizzare dei cereali entrando in concorrenza con quell’orribile coniglio della bevanda al cioccolato che ad un certo punto usa le orecchie come pale da elicottero; ed ancora, come dicevo prima, una sorta di puzzola (almeno così è parso a me quel peluche spelacchiato) per un portale che confronta i prezzi delle assicurazioni e qui qualcuno mi deve spiegare davvero perché! Come non dimenticare l’allegra famiglia di topi che pubblicizza il formaggio che si aggiudica il primo premio per l’ovvietà e il gorilla della bevanda analcolica che recita con la Cabello. Naturalmente parliamo di casi direi estremi che provengono da una lunga tradizione di cani morbidi come la carta igienica (attenzione a quando si va in bagno!), delfini curiosi e cavalli golosi, antesignani sì, ma almeno non dovevano subire l’umiliazione di un doppiaggio che ha dell’incredibile. Insomma non se ne può più! Lancio dunque un appello a tutti i pubblicitari di lasciare in pace ‘sti poveri animali e bere di meno (al massimo provate con altro a trovare l’ispirazione) ed un appello a tutte le aziende: lo so, la crisi è dura, la pressione fiscale è alle stelle, ma vi prego risparmiateci e risparmiatevi tutto questo!

 

Ladies and gentlemen the “royal baby”!

“Annunciazione, annunciazione! È nato il bambino”

Non so se vi ricordate le classiche recite natalizie, quelle che solitamente si mettevano in scena alle scuole elementari; quelle fatte non proprio per la “gioia” di parenti e amici che non potevano rifiutare il tenero invito offendendo la creatura, dunque dovevano sorbirsi in piedi o se andava bene  seduti sulle sedioline dei sette nani di Biancaneve (con le ginocchia che lambivano il mento) tre ore di soliti canti natalizi intervallati da dialoghi o monologhi incomprensibili e dal tono lamentoso. Ogni anno puntualmente c’era sempre il bambino che interpretava la parte dell’angelo vestito d’ordinanza – tunica in raso azzurro con stelle di carta attaccate corredata da ali di cartoncino bianco bordate di porporina dorata o argentata (a seconda dei trend della moda di quell’anno) – che annunciava il concepimento o la nascita del Salvatore: era quel ruolo che tutti cercavano di far passare come tra i più importanti della baracca, ma  che non so perché risultava il più scontato e sfigato.

Tale ruolo in questi giorni è stato affidato ad un certo Ed Perkins, responsabile dell’ufficio stampa della Casa Reale inglese, che ha diffuso la notizia della nascita del “royal baby”. Quale felicità, quale commozione, quanto giubilo nel Regno Unito! E di lì tutti i giornali del mondo hanno fatto da eco, facendola rimbalzare in tutti gli angoli del globo, facendola giungere a qualsiasi orecchio plebeo, manco si trattasse realmente di un Salvatore. Che poi, in verità, un po’ ci ha salvati da tutta questa ansia, dall’angosciante attesa di un travaglio durato undici ore e raccontato minuto per minuto da migliaia di collegamenti televisivi e articoli tanto che questo mese gli editori sborseranno fior di quattrini per pagare gli straordinari agli inviati da Londra.

Nasce o non nasce, e la duchessa è in ospedale, no non lo è; ha le contrazioni, no sta semplicemente espletando un regal bisognino con la sua solita impostata grazia; le fanno l’epidurale o no;  e se la duchessa ha le voglie, no mai sia nasca un erede con la “voglia” a forma di fragola o a macchia di caffè.

Insomma nove mesi di gestazione sicuramente più duri a livello di sopportazione per noi che per la cara duchessa che si portava a spasso in grembo tutta sorridente un fardello di 3,8 kg.

Sì, avete capito bene, 3,8 kg di regalità appena venuta al mondo che ci fanno chiedere dove era nascosto. Cara Kate ma che te sei magnata in nove mesi? Smentendo le più antiche fiabe, si direbbe che il pisellino reale non sia stato certo trovato sotto un cavolo perché se l’è divorato. Svelato dunque il mistero del sesso, i bookmaker inglesi si lanciano nelle scommesse sul nome del nascituro che non è ancora stato reso noto. Certo traditi o delusi sono stati quelli che speravano in una femminuccia, magari dai capelli biondi e gli occhi azzurri, magari da chiamare Diana, magari con lieto fine inciso nel futuro.

Inutile, però, illuderci che dopo la pubblicazione del nome diminuisca questo tartassamento mediatico (per noi). Occhi sempre puntati sul “royal baby” e sui neogenitori e già mi immagino i titoli dei giornali: “royal baby e il suo primo rigurgito, cosa avrà mangiato?”; oppure “operazione sblocca pupù, il royal baby sceglie le supposte di glicerina”; o ancora “Kate, torno in forma col pilates”.

Insomma non ci lasceranno in pace, continueremo ad essere sommersi a pieno viso dalle notizie su ‘sto piccino che ha avuto la fortunata sfortuna di nascere nella più osservata, criticata, gossippata, scandalosa famiglia reale che possa esistere.

Caro principino buona fortuna!