Vi racconto una favoletta

C’era una volta una donzella che forse aveva fuori posto qualche rotella. Di tanto in tanto la donzella cercava annunci di lavoro interessanti, che in realtà si rivelavano poco gratificanti, inviando un po’ qua un po’ là il suo curriculum vitae senza spesso ricevere risposta alcuna (a parte quelle dalle agenzie di procacciatori d’affari o per falsi annunci che gira che ti rigira offrivano solo contratti da rappresentanti di apparecchi medicali e per la casa dalle capacità miracolose ma non ben definite, soprattutto nel costo). Un bel giorno però, il suo cellulare squillò: era una gentile signorina dell’azienda piripidù che la invitava ad un colloquio di lavoro. In realtà la donzella aveva risposto mesi e mesi e mesi prima a un’inserzione di quell’azienda attraverso uno di quei portali per offerte di lavoro a cui ti iscrivi, ti inondano di mail, ma non ricevi mai un riscontro. La gentile signorina di piripidù le dice che ci sono anche altre posizioni aperte in azienda che avrebbero potuto interessarle! In un misto di emozioni, tra incredulità ed entusiasmo con un pizzico di scetticismo, la donzella accetta il colloquio.

Man Circling Help Wanted AdsGiunto il giorno dell’appuntamento la donzella si mette alla guida e giunge alla sede centrale dell’azienda piripidù, non prima di aver sbagliato strada essendo andata oltre l’incrocio dove avrebbe dovuto girare a sinistra e arrivando alcuni chilometri dopo in un’altra città vicina; in fondo che colpa ne ha la donzella se spostano o rimuovono l’unico cartello indicativo grande quanto un palazzo che lei aveva preso come solo riferimento sul caro google street view! Tutta carica e tirata a nuovo la donzella si accomoda a sedere nella hall dell’edificio e dopo mezz’ora di attesa in cui ha assistito ad un andirivieni senza fine di ingegneri, dottori, tipi che affannati correvano perché dovevano prendere aerei per chissà quali destinazioni, facchini, segretari, postini, ecco giungere il suo momento. Quel lasso di tempo in cui tutto può succedere, in cui cerchi di venderti al meglio e in cui speri forze ignote affinché non ti facciano fare gaffe inutili. Si palesa carina e gentile la stessa signorina sentita al telefono che la conduce in una stanza dalle finestre interne, stile stanza degli interrogatori tipica dei telefilm americani; dopo averla fatta accomodare si siede di fronte a lei e inizia attentamente a esaminare il suo curriculum. Le porge svariate domande e la donzella inizia a sciorinare una serie di esperienze lavorative e formative ricche di dettagli con un po’ di compiacimento; rispondendo le dice sogni, aspirazioni, codice fiscale, numero di scarpe, piatto preferito, ultimo film visto, dolce, caffè e ammazzacaffè. Dopo aver illustrato la posizione aperta e oggetto in quel momento di urgente richiesta dall’azienda piripidù, ovvero addetta alla reception e centralinista – che non aveva nulla  a che fare con l’annuncio per figura di operatore di ufficio retail a cui la donzella si era candidata mesi prima – la cara signorina attacca con un bel pippone inevitabile sulla storia della piripidù, sulla crisi (quella ci sta sempre bene, un po’ come il prezzemolo in tutte le minestre), sull’espansione, le norme, le figure professionali, la qualità dei prodotti ecc, ecc.

Infine chiede alla donzella se ha domande da fare e quest’ultima chiede naturalmente quale tipologia di contratto verrebbe offerta in un’ipotetica assunzione aspettandosi già le solite risposte evasive che aprono le porte  a tristi prospettive di sfruttamento sottopagato. Invece no! Ecco profilarsi in un orizzonte non così irraggiungibile un contratto vero: (qui parte l’elenco con la voce del ragioner Fantozzi e la tipica musica di sottofondo) tutto a regola d’arte e a norma, quattordici mensilità, ferie, malattie, settimana lavorativa fino al venerdì, full time con pausa pranzo, forte possibilità di indeterminato per 1100 euro al mese come paga base! Sogno o son desta, si chiede la donzella. Ahimè cotanto bagliore inizia ad affievolirsi quando la cara signorina riferisce che da quella posizione non ci sarebbero state possibilità di trasferimento ad altra mansione e che però avrebbe visto meglio la donzella in reparti marketing o risorse umane. In sostanza il curriculum della donzella era troppo, era sprecato per il ruolo di receptionist (ancora voce da Fantozzi). Praticamente sedotta e abbandonata. Dopo tale amara conclusione e frasi e saluti di circostanza la donzella lascia l’azienda piripidù rimettendosi in viaggio, consapevole di conoscere ora la strada del ritorno e che non ci sarebbero state altre occasioni per non sbagliare incrocio. Fine.looking for a job

Vi è piaciuta la favoletta? Insomma di questi tempi non lavori o perché non c’è lavoro, o perché non hai le capacità o addirittura perché ne hai troppe! Praticamente è come se all’interno di una coppia uno dei due lasciasse l’altro con la patetica e ridicola scusa del “ti lascio perché non ti merito, tu sei troppo per me”. Che io non ho mai capito con che coraggio uno possa pronunciare queste parole con la pretesa di non essere gonfiato giustamente di botte. Morale della favola: sono ancora senza un lavoro, oltre il danno anche la beffa. E intanto la disoccupazione giovanile va su su su. 

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Se non hai un camino? Te lo disegni!

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Piove ininterrottamente, fa un freddo polare, il vento soffia all’impazzata e l’unico desiderio, l’unico pensiero che gira come un criceto sulla ruota nel tuo cervello congelato è l’immagine di un bel camino acceso. Ti immagini adagiata su un divano comodo, avvolta in una coperta con accanto lui mentre sorseggi un tè caldo. Ma ahimè la triste realtà è che non dispongo di un camino (solo di termosifoni che qualcuno finalmente ha deciso di accendere – meglio quelli che niente). Così fantastico e me lo disegno. Chiamiamola amara consolazione.

Nella vecchia fattoria della tv

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Per oggi avevo in mente di scrivere un post diverso, che trattasse di argomenti differenti da quelli di cui vi parlerò, ma lo terrò al calduccio per altre occasioni (eh sì, perché ormai non vi libererete facilmente di me! *parte la risata malvagia registrata*).

L’illuminazione sulla via di Damasco , se così vogliamo definirla, per questo post è arrivata oggi all’ora di pranzo, mentre mi accingevo a divorare un succulento piatto di maccheroni saltati con piselli e mortadella e mantecati con stracchino (ricetta fast del mio lui che pasticcia cose buone davvero), il tutto guardando la tv e facendo un po’ di sano zapping giusto per tenere in esercizio i tendini del pollice destro. Una serie di pubblicità è passata in onda e in successione ho visto una foca, un cane e un animale indefinito che potrei ricondurre a una specie di puzzola. Mi sono fermata a guardare, con la forchetta e il boccone sospesi a mezz’aria. Praticamente un’invasione di animali.

Lo so, anche voi cari amici spettatori (lo so ora sembra una televendita…) lo avete notato, ne sono sicura, ogni giorno entra in casa dalla tv una mandria di animali dalle sembianze umane che sembra che un gruppo di pubblicitari et company ubriachi si sia dato appuntamento alla fiera dell’antropomorfismo e a ognuno sia stato assegnato un animale.

La più tartassante è sicuramente la pubblicità della nota compagnia telefonica (dai, inutile fare nomi, la compagnia sputtanata che abbiamo avuto quasi tutti almeno una volta nella vitae che ora minacciamo tutti di lasciare): dopo l’orso che, devo essere sincera, muoveva un po’ di simpatia, ci hanno fracassato le “balls” (perché se lo scrivo in inglese non sono volgare, giusto?) col pinguino rap e secondo loro “figo” giusto perché doppiato da Elio, distruggendo i nostri nervi e portandoci all’esasperazione con quei motivetti orrendi; per poi passare alla foca di nome Monica che l’allusione e l’assonanza è talmente idiota da farti domandare ma davvero con questa pubblicità vogliono accaparrarsi altri clienti? E poi, per quanta stima e simpatia e simpatia possa nutrire nei confronti di Luciana Littizzetto, diciamoci la verità, nun se  po’ sentì! La lista degli animali “adottati” nelle pubblicità è lunga e si perde forse tra le nebbie dei tempi.

animals

Nella vecchia fattoria (ia, ia oh!) della tv c’è il leone con la giacca ma con la parte di sotto del corpo nuda – che io mi son sempre chiesta ma perché non un pantalone? Senza pantaloni non avrebbe dovuto avere tutti gli zebedei di fuori? – che ti invita ai super fantastici saldi dei saldi dei saldi; poi c’è tutta la giungla che si sfida per pubblicizzare dei cereali entrando in concorrenza con quell’orribile coniglio della bevanda al cioccolato che ad un certo punto usa le orecchie come pale da elicottero; ed ancora, come dicevo prima, una sorta di puzzola (almeno così è parso a me quel peluche spelacchiato) per un portale che confronta i prezzi delle assicurazioni e qui qualcuno mi deve spiegare davvero perché! Come non dimenticare l’allegra famiglia di topi che pubblicizza il formaggio che si aggiudica il primo premio per l’ovvietà e il gorilla della bevanda analcolica che recita con la Cabello. Naturalmente parliamo di casi direi estremi che provengono da una lunga tradizione di cani morbidi come la carta igienica (attenzione a quando si va in bagno!), delfini curiosi e cavalli golosi, antesignani sì, ma almeno non dovevano subire l’umiliazione di un doppiaggio che ha dell’incredibile. Insomma non se ne può più! Lancio dunque un appello a tutti i pubblicitari di lasciare in pace ‘sti poveri animali e bere di meno (al massimo provate con altro a trovare l’ispirazione) ed un appello a tutte le aziende: lo so, la crisi è dura, la pressione fiscale è alle stelle, ma vi prego risparmiateci e risparmiatevi tutto questo!

 

Ladies and gentlemen the “royal baby”!

“Annunciazione, annunciazione! È nato il bambino”

Non so se vi ricordate le classiche recite natalizie, quelle che solitamente si mettevano in scena alle scuole elementari; quelle fatte non proprio per la “gioia” di parenti e amici che non potevano rifiutare il tenero invito offendendo la creatura, dunque dovevano sorbirsi in piedi o se andava bene  seduti sulle sedioline dei sette nani di Biancaneve (con le ginocchia che lambivano il mento) tre ore di soliti canti natalizi intervallati da dialoghi o monologhi incomprensibili e dal tono lamentoso. Ogni anno puntualmente c’era sempre il bambino che interpretava la parte dell’angelo vestito d’ordinanza – tunica in raso azzurro con stelle di carta attaccate corredata da ali di cartoncino bianco bordate di porporina dorata o argentata (a seconda dei trend della moda di quell’anno) – che annunciava il concepimento o la nascita del Salvatore: era quel ruolo che tutti cercavano di far passare come tra i più importanti della baracca, ma  che non so perché risultava il più scontato e sfigato.

Tale ruolo in questi giorni è stato affidato ad un certo Ed Perkins, responsabile dell’ufficio stampa della Casa Reale inglese, che ha diffuso la notizia della nascita del “royal baby”. Quale felicità, quale commozione, quanto giubilo nel Regno Unito! E di lì tutti i giornali del mondo hanno fatto da eco, facendola rimbalzare in tutti gli angoli del globo, facendola giungere a qualsiasi orecchio plebeo, manco si trattasse realmente di un Salvatore. Che poi, in verità, un po’ ci ha salvati da tutta questa ansia, dall’angosciante attesa di un travaglio durato undici ore e raccontato minuto per minuto da migliaia di collegamenti televisivi e articoli tanto che questo mese gli editori sborseranno fior di quattrini per pagare gli straordinari agli inviati da Londra.

Nasce o non nasce, e la duchessa è in ospedale, no non lo è; ha le contrazioni, no sta semplicemente espletando un regal bisognino con la sua solita impostata grazia; le fanno l’epidurale o no;  e se la duchessa ha le voglie, no mai sia nasca un erede con la “voglia” a forma di fragola o a macchia di caffè.

Insomma nove mesi di gestazione sicuramente più duri a livello di sopportazione per noi che per la cara duchessa che si portava a spasso in grembo tutta sorridente un fardello di 3,8 kg.

Sì, avete capito bene, 3,8 kg di regalità appena venuta al mondo che ci fanno chiedere dove era nascosto. Cara Kate ma che te sei magnata in nove mesi? Smentendo le più antiche fiabe, si direbbe che il pisellino reale non sia stato certo trovato sotto un cavolo perché se l’è divorato. Svelato dunque il mistero del sesso, i bookmaker inglesi si lanciano nelle scommesse sul nome del nascituro che non è ancora stato reso noto. Certo traditi o delusi sono stati quelli che speravano in una femminuccia, magari dai capelli biondi e gli occhi azzurri, magari da chiamare Diana, magari con lieto fine inciso nel futuro.

Inutile, però, illuderci che dopo la pubblicazione del nome diminuisca questo tartassamento mediatico (per noi). Occhi sempre puntati sul “royal baby” e sui neogenitori e già mi immagino i titoli dei giornali: “royal baby e il suo primo rigurgito, cosa avrà mangiato?”; oppure “operazione sblocca pupù, il royal baby sceglie le supposte di glicerina”; o ancora “Kate, torno in forma col pilates”.

Insomma non ci lasceranno in pace, continueremo ad essere sommersi a pieno viso dalle notizie su ‘sto piccino che ha avuto la fortunata sfortuna di nascere nella più osservata, criticata, gossippata, scandalosa famiglia reale che possa esistere.

Caro principino buona fortuna!

Un sogno col colore giusto

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Ecco l’oggetto dei miei desideri! L’go visto e sono rimasta estasiata: anche il colore è quello giusto. Perfetto! Il mio sogno più che “proibito” direi non raggiungibile con l’attuale stipendio/elemosina che mensilmente mi dà di che campà. Massiccio, robusto, lucente, veloce, potente: no, non è un elogio del Marinetti al il Futurismo; è il mio personale e frivolo elogio di una macchina. Ferro, acciaio, meccanismi e robetta di quel genere che impasta, monta, sbatte, amalgama… E sicuramente farà altre cose “cucinecce” con l’ausilio degli inifiniti accessori coordinati. Tutti naturalmente acquistabili con un comodo finanziamento in rate da venti euro al mese a vita. Ah cosa direbbero le massaie di una volta di fronte a cotanta poco economica tecnologia! Storcerebbero il naso pensando che le vere macchine siano le loro braccia tornite con l’aggiunta di un’abbondante quantità di olio di gomito. Ma io sono una moderna cuoca-massaia-pasticciona e quel gioiellino mi tenta troppo! (Mi tenta solo l’idea, l’azione unita alla pratica è molto molto lontana). Chissà un giorno, forse in una cucina tutta mia, il kitchen aid farà la sua ricca figura…
Per ora io mio frustino elettrico è il mio miglior amico.

Habemus fame!

conclave

 

Allora (lo so non si inizia un discorso con allora… ma suvvia facciamo un’eccezione). Io non sono solita pubblicare link demenziali, e anche non, nemmeno sul mio profilo facebook. Non mi piace stare a condividere immagini che nel giro di tre minuti ti accorgi esser state condivise da un due terzi dei tuoi amici, dagli amici degli amici, dagli amici degli amici degli amici… Insomma ci siamo capiti. Quando, però, un’immagine del genere non ti lascia indifferente, quando ti provoca sano e spontaneo riso (qui non è basmati), allora sai che devi condividerla! E poi questa è la mia piccola e semplicistica visione di questo conclave che appena iniziato, ha già abbondantemente stancato. Sarà che ci stanno marciando su da settimane, sarà che non se ne può più della d’Urso che mostra ogni cinque minuti il comignolo della Cappella Sistina assumendo le sue patetiche faccine quando un gabbiano vi si posa accanto; sarà che un papa vale l’altro perché tanto son tutti uguali, colore a parte.

Per ora siamo a quota due “sole” fumate nere. E l’ironia si è già sbizzarrita in tutti i modi possibili, se son sicura che alla fine ne troveranno molti altri. Questa immagine secondo me riassume l’ironia sulle “fumate” dei miei conterranei. Lì dove un pugliese doc vede un pò di fumo denso, il suo cervello segue tutto un percorso logico: fumo, fuoco, carboni, griglia, carne. Il tutto sintetizzato nella singolare e folkloristica espressione “arrust e meng”. Un caposaldo della cucina pugliese che riporta alla mente sere estive con la brace vicino al mare, ferragosto in campagna a “sventolare” sui carboni per attizzarli, e come accompagnamento la mitica Peroni.

Ora non ci resta che aspettare la terza fumata, sperando che sia la volta buona perché cari cardinali qui “ce stà a venì fame”!

 

PS: Non c’entra lo so, però, se passi di qui… Grazie Masticone!

Specchio indagatore, armadio traditore

Sembra assurdo e invece è terribilmente vero.

Ogni qual volta si verifichi un evento, un appuntamento che rientra nella categoria delle “occasioni speciali” (da quelle di lavoro alle feste, dalle giornate inusuali alle uscite del sabato sera fino a quelle galanti) o per lo meno presunte tali, nella testa pettinata  della donna si accende una spia, un allarme rosso che nemmeno le calamità naturali altamente distruttive possono eguagliare. “Oddio cosa mi metto!”

Naturalmente l’interrogativo, con conseguente allarme, si accende sistematicamente il giorno precedente all’evento preso in considerazione (per lo meno è così per me).

E per quanto si possa scavare fino a raschiare il fondo di qualsiasi armadio e cassetto nessun capo potrà mai soddisfare gli arricciamenti di naso, gli interrogativi e i dubbi che come saette guizzano fuori da quei due occhi indagatori e critici che trovano il proprio doppio nello specchio.

E se a mali estremi vi sono estremi rimedi, quale rimedio potrebbe essere più risolutivo e appagante di una sessione straordinaria di shopping? Un arrembaggio ai negozi alla ricerca del capo “particolare e adatto”, che il più delle volte si è materializzato in modi inspiegabili all’interno della propria mente: praticamente è come ricercare l’isola che non c’è con un navigatore non aggiornato e con le batterie scariche.

Alla fine arriva, il capo che è salvezza e risoluzione di un contenzioso perennemente aperto con la propria autostima e una innata insoddisfazione della propria immagine allo specchio.

E così vissero tutti felici e contenti, almeno fino alla prossima “occasione speciale”.

Ora ci sono. Perchè Ulisse? (Voglia di mare e capire come danno i nomi alle nuove ondate di caldo!)

Eccomi qui! Torno nel mondo reale e in quello virtuale con la soddisfazione di un bel 30 e lode inaspettato ma tanto sudato.

E ora apatia, voglia di cazzeggio sfrenato, spensieratezza… almeno fino a lunedì. Lunedì inizio un corso di formazione per un lavoretto part time. Vedremo, è un mondo che non mi appartiene più di tanto, ma per una mini boccata di indipendenza si fa anche questo.

Sabato mare! Sperando in un tempo clemente che abbia pietà del mio pallore da studio. Se non sbaglio dovrebbe venire a trovarci Ulisse, una bella corrente di aria bollente direttamente dal cuore del Sahara. Ok voglio andare al mare, non è che voglio cuocermi alla piastra. Ma inesorabilmente l’effetto gamberone avrà la meglio su di me, ne sono sicura.

Che poi mi chiedo, ma come fanno a scegliere i nomi da attribuire a questi anticicloni? C’è un criterio che abbia un minimo barlume di logicità o è una scelta totalmente a caso? Tipo hanno una copia dell’Odissea o un bel manuale di mitologia greca sempre a portata di mano? Perché un anticiclone non può chiamarsi “Pinco pallino”, o “Pompino”, o “Caldodimerda”, o “Ambarabacciccicoccò”, oppure “Grande Puffo” e chi più ne ha più ne metta… Lo so, potrei completare una lista interminabile di nomi strani e improponibili. Forse il mio cervello deve ancora riprendersi o forse è stato irrimediabilmente compromesso da Corazzini, Gozzano, Tozzi, quel simpaticone di d’Annunzio (che a quanto sembra sta sulle palle a tutti i cari studenti di lettere che ho incontrato all’appello).

Da qui una piccola riflessione che aleggiava nel cervello in questi giorni di studio: Corazzini è morto a 21 anni di tubercolosi, Gozzano è morto a 32 anni di tubercolosi, altri crepuscolari hanno lasciato questo mondo in giovane e età. Ma vuoi vedere che essere crepuscolari porta sfiga? Quasi quasi mi stavo commuovendo mentre lo esponevo al professore durante l’esame.

Ma quel che è stato è stato. Per ora mi concentro sul mio dolce far nulla.

E ricordate sono tornataaaaa!

 

 

Italia-Germania, tra pronostici e tifo esagerato

Ok ci siamo. Siamo in finale. Sogno o son desta? Sì sono proprio sveglia ed è tutto vero!

Lo spauracchio italiano si è ancora una volta abbattuto tremendamente sui cugini d’oltralpe tedeschi. Diciamoci la verità, tedeschi quasi assesti in una partita di cui credo fossero i favoriti. Lo ammetto, a metà fase a gironi avevo espresso la mia sentenza: Germania in finale e per di più trionfatrice di questi Europei! Tutto questo dopo aver detto “Quest’anno vince la Russia” esattamente il giorno dopo l’eliminazione della squadra. Ok lo so i miei pronostici non sono dei più precisi… Sarà per questo che non ho mai fatto scommesse varie, tantomeno quelle calcistiche? Però si potrebbe anche considerate la questione da un altro punto di vista: il mio pronosticare a favore di altri li ha condotti gentilmente fuori dai piedi. Devo fare un tentativo con la Spagna? Meglio mantenersi moderati e cauti, senza azzardare vittorie o sconfitte aleatorie. Ed anche senza sbracciarsi, gridare, invocando a pieni polmoni tutti i santi, Cristi, Madonne, divinità varie e pure qualche anima defunta come invece ha fatto ieri la ragazza di un mio amico che ha seguito la partita con mio gruppetto di amici, ovvero il “gruppo della cupola”. La tipa mi ha inibito il tifo ieri. D’altronde lei tifava per tre, io ne ho approfittato per magnà focaccia e sorseggiare aperol con ghiaccio rigorosamente in bicchieri di plastica (detti di “carta”, anche se non ho mai capito perché dato che son fatti palesemente di plastica, è un mistero! Oddio chiamate Bossari!).

Ma bando alle ciance, torniamo alle fesserie (come diceva la professoressa di italiano delle medie quando si avvicinava il momento fatidico delle interrogazioni). È stata davvero una bella partita. C’era la nazionale italiana, c’era Balotelli che finalmente si è ricordato che tra le cose che competono al suo ruolo c’è anche quello di fare qualche gol quando ne ha voglia, c’erano gli addominali di Balotelli che esultavano, c’era a tratti Cassano, c’era la “saracinesca” di Buffon, c’era la classe smisurata di Pirlo, c’era l’eleganza di Prandelli che inspiegabilmente beveva troppe volte dalla borraccia (dal rione degli “affezionati dell’alcol” abbiamo ipotizzato si trattasse di rum), c’era Diamanti con il braccialetto portafortuna strappato in tutta fretta e gettato nelle mutande – sarà per questo che correva in modo strano e scivolava continuamente? –. E c’era anche nella Germania il Boateng “bruttino”, c’era la copia uscita malissimo del già brutto originale Montolivo (mi riferisco a Ozil), c’era qualche figo ignoto, c’era la capigliatura sempre a posto di Loew, c’erano i tifosi tedeschi alticci e quelli che pensavano di essere a carnevale, ci sono state dopo le lacrime dei tedeschi e le gioia di quelli italiani. C’è stata anche l’ira funesta di Buffon e la nostra sofferenza degli ultimi cinque minuti (la mia era completata dalla tizia che gridava come una forsennata e ripeteva “no in contropiede!” – che io il contropiede non so manco dove abita o a quale danza appartenga!). Grande assente la nazionale tedesca, il buon senso di Balotelli dopo il secondo gol e il culone della Merkel.

E domenica la finalissima! Italia-Spagna. Grande attesa per la partita ma soprattutto per la scelta della mia amica Simo: per quale squadra tifare? Già si escogitano eventuali simpatiche ritorsioni nei suoi confronti e nei nostri se l’Italia dovesse mollare.

Allora italiani, popolo di tifosi, allenatori, iettatori, gufi delle tenebre tenetevi pronti e domenica date il meglio di voi!