Convenevoli estivi – Pensiero cazzeggio sotto il sole

cestociliegie

 

Puff. Rieccomi. Lo so, dovevo stare via solo per un esame, solo per il mio fatidico periodo di “clausura forzata e volontaria”. Invece sono stata via un po’ più del previsto. Cose varie, belle e brutte, di cui non voglio tediarvi. Quindi di che si parla? Ma di tutto e nulla in particolare. Facciamo solo due chiacchiere, di quelle con tanti convenevoli e domande retoriche che si dicono quando due persone non si incontrano da molto tempo. Quindi sto bene, sono un po’ incasinata (ma dai, che novità!), passerò l’estate a studiare, non sono ancora andata al mare, ergo sono bianca come una mozzarella (bona, però). Non che il mio colorito possa cambiare se decidessi di andare al mare, eh. Generalmente due sono le opzioni possibili: la prima prevede giungere ad un’abbronzatura accettabile come conseguenza ad una disastrosa scottatura; l’altra prevede diventare rossa come un’aragosta appena tirata fuori dall’acqua bollente, mantenere tale colorito che rasenta i toni fluorescenti per qualche giorno per poi ripiombare nel pallore. Secondo poi quale delle due è più allettante? Che poi ogni anno, ogni estate, mi faccio sempre la stessa domanda: perché mai dovrei abbronzarmi tanto da cambiare colore ed essere scambiata per la gemella di Beyoncé (uguali eh, proprio identiche). Dunque pallidi di tutto il mondo uniamoci! Mozzarelle alla riscossa! Difendiamo il nostro orgoglio pallido! Ok, va bene la smetto. Non è il caldo, sono proprio così.

Che poi caldo. Qui un giorno piove, l’altro tira vento e l’altro ancora piove. Che peccato, quanto mi dispiace per quelli che sono già abbronzatissimi (uah ah sotto i raggi del sole – sarebbe il ritornello della canzone di Vianello: lo so, mi faccio paura da sola), tutti neri, quelli che praticamente sembrano avere il sole ventiquattro ore su ventiquattro. Fatemi capire, voi con le nuvole, che sole pigliate? Mi chiedo, qual è il vostro segreto, come fate, e non mi venite a dire la solita barzelletta di mangiare pomodori e carote in quantità che già di mio ne mangio manco se fossi un coniglio. Quindi devo semplicemente prendermela con madre natura, ho capito.

La gioia di questa estate-non estate quest’anno la sto trovando nella frutta. Albicocche, pesche, cesti pieni di ciliegie e mai come prima d’ora tanti fioroni (nella mia città detti anche “clumm”, nome alquanto strano e divertente). Che sono i fioroni? Per chi non è del sud, sono una sorta di grossi fichi, ma dal sapore più dolce e allo stesso tempo delicato. Ci sono quelli bianchi e quelli rossi, che preferisco. In entrambi i casi, però, io li preferisco belli maturi, quel grado di maturazione che io personalmente definisco “smarmy”, cioè marmellata pura.

Dopo un po’ di convenevoli, quattro chiacchiere di pura follia, pongo fine a questo breve incontro. Ci salutiamo da buoni amici e ci diamo appuntamento alla prossima (sembrano i saluti della posta del cuore, mah). Possibilmente una prossima volta in un futuro molto prossimo.

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Aprile dolce dormire… con l’antistaminico!

green

 

“Aprile dolce dormire”, questo dice un breve detto popolare, o una sorta di filastrocca. Prima c’è, però, il “Marzo pazzerello, esce il sole e apri l’ombrello” in cui c’è quasi una personificazione di questo mese affetto da tendenze bipolari fortemente contrastanti, che portano come conseguenza il rincoglionimento generale. Dopo aver dovuto patire l’offesa recata dal ritorno all’ora legale che a dispetto del nome, portando le lancette dell’orologio avanti, ci ha fregato un’ora di sonno, ora anche le previsioni meteorologiche ballerine e le temperature che vanno su e giù a casaccio come una giostra di Mirabilandia. Alla fine il nostro bioritmo ha accettato il furto di sonno ma lotta ancora con le temperature, così come noi lottiamo contro il mostro verde che vive nel nostro armadio, contro quel dilemma che assilla i nostri risvegli: come mi vesto? Cosa mi metto? E qui le strategie di vestirsi a cipolla o portarsi appresso mezzo guardaroba, possono essere vincenti o tristemente un fallimento, una sconfitta contro la natura.

Poi è arrivato Aprile e praticamente nulla è cambiato. La mattina appena sveglia metti il muso fuori dalla finestra e vedi il sole che ti sorride seppur timido; mezz’ora dopo esci di casa e mentre ti rechi in stazione inizia a piovigginare. Ok chi si vuole prendere gioco di me? È una congiura? Arrivo poi a Bari e fa caldo, ma davvero caldo. Ecco, tra le cose che non riesco a sopportare ci sono in questo periodo gli sbalzi di temperatura, tipo quello dell’altro giorno, caldo asfissiante sulla banchina della stazione, gelo nel treno nuovo con aria condizionata a palla che scendeva a congelare il cervello e quella manciata di neuroni che ivi sono ancora presenti. I repentini cambi di temperatura, insomma, mi sfiancano.

Aprile è in fondo il mese del risveglio della natura, le rondoni tornano a volteggiare nell’aere, sui rami nudi e ossuti degli alberi nascono le prime foglioline verdi e i boccioli si aprono a nuova vita. Nel mentre, il mio naso si chiude repentinamente, una pesantezza ingiustificata si impossessa e cala sulle palpebre; è il torpore dei sensi, il sonno privo di senso che ti coglie a qualsiasi momento della giornata, è l’antistaminico che ti stronca. Praticamente la fiera dell’apatia, tra bancarelle di voglia di non far nulla confezionata, perdita di tempo sfusa e attività fisica contraffatta. Come può una pillola minuscola, insignificante, insapore, anonima portare a un tale stato di sfacelo, mi chiedo. Inoltre antistaminico significa presenza di allergie, ecco, ma a cosa. Praticamente a tutto il mondo stando al mio naso che sembra stretto da una molletta, a cui poi a gradire si aggiunge mal di testa e un fastidio oculare. Certo, c’è sempre la solita e scontata allergia alla polvere, che un po’ come il prezzemolo va bene con qualsiasi pseudo sintomo di allergia; ma non può essere solo questo.

Ammetto che periodicamente ci sono cose che mi irritano, cose che mi provocano un fastidio simile all’orticaria. Per esempio nell’ultimo periodo ciò che mi provoca un moto irrefrenabile che parte da dentro è la pubblicità dei “Teneroni”: avete presente la pubblicità di quegli hamburger fatti di prosciutto cotto, in cui il tipo ti confeziona in modo “naturale” i suddetti hamburger e poi c’è la tizia che dice <<ci mettiamo anche tanta tenerezza?>>, da un bacio volante e soffia su quelle povere schiacciatine di prosciutto? Sì proprio quella! Ma che stai a dire! Ma che tenerezza! Io ti tirerei una legnata nei sensi. È una cosa irritante, davvero, sarò mica allergica a questo?

E poi mi irritano quelli che su facebook cambiano immagine del profilo ogni 5 minuti per continuare ad avere “mi piace” anche se la foto è stata caricata 10 anni fa, così le lor facce rimangono incollate in prima posizione ogni volta che apri la tua homepage. Ma di cose e persone che mi irritano su facebook ce ne sono così tante che preferisco non scoperchiare tale vaso di Pandora, se no altro che allergia.

Ora che ci penso, negli ultimi periodi sono fortemente allergica a chi produce rumori molesti mentre mangia o si mangia insieme, una misofonia gastronomica che stimola i miei nervi mettendoli a dura prova.

Non sopporto il mio gestore telefonico e le sue simpaticissime soglie settimanali, chi ti racconta cose o fatti a metà, chi seduto sulla stessa fila dei banchi dell’università inizia a dondolarsi in modo da provocare una scossa di magnitudo non indifferente alla tua pazienza già scarsa; chi pensa di poterti fregare con un sorriso; chi ti ferma per strada e mettendoti in mano un libro inizia a parlarti della sua azienda o progetto con un ampio giro di parole per farsi lasciare i tuoi dati, cosa che entrambi sapete non avverrà mai; non sopporto che gli ombretti mi si sfracellino completamente con solo una piccola botta, quando la tua penna preferita cade per terra di punta e sai bene che nulla sarà mai come prima, chi risponde alla tua domanda con un’altra domanda.

E ancora, ancora, ancora. La lista è interminabile.

Comunque, nel mio delirio da antistaminico, benvenuta primavera.

 

 

 

Blue Monday: oggi Leopardi festeggerebbe!

tristezzaOggi è il “Blue Monday”, dicono, il giorno più triste dell’anno. Addirittura il tutto sarebbe riconducibile ad una equazione matematica, messa a punto una decina d’anni fa da uno psicologo inglese, Cliff Arnall, che individua nel terzo lunedì di gennaio il giorno con un particolare picco di tristezza e depressione.

A determinare questo “fenomeno” ci sarebbero una serie di congiunture come condizioni meteorologiche avverse, giornate ancora troppo corte, le ferie e i festeggiamenti natalizi ormai alle spalle, i sensi di colpa per essersi abbuffati come se non ci fosse un domani durante le feste, il portafoglio che piange vuoto, e il lavoro e la routine ricominciata inesorabilmente.

Quindi io, che ho un rapporto profondamente conflittuale con la matematica in qualsiasi sua declinazione, dovrei credere che per una strana equazione dovrei trascinarmi inerme durante questa giornata e forse per tutta la settimana in preda a una tristezza profonda. Tipo che oggi Leopardi per risposta sarebbe la persona più felice del mondo, mandando a quel paese tutto il pessimismo cosmico.

Il problema non è tanto che qualcuno un giorno per sue strane elucubrazioni abbia deciso che ogni terzo lunedì di gennaio tutti dovremmo essere terribilmente infelici, quanto le persone succubi di tale diceria. Su facebook (che ormai agli istituti di ricerca e statistica potrebbe fare un baffo) oggi proliferano stati tristi e sul depressivo andante; molti hanno smesso di dare la colpa del proprio malessere a stelle e oroscopi per concentrare le proprie bestemmie su questo giorno X e la sua tristezza: come se un’armata aliena proveniente dal pianeta Infelicità avesse invaso la Terra colpendo tutti col proprio raggiogammacosmicotristezza. E quando vedi scritto “Ah ecco perché oggi mi sentivo particolarmente giù…” allora vorresti urlare e andare ad ubriacarti con Leopardi alla faccia di tutti.

Ho voluto andare a fondo alla questione e la fregatura si è subito palesata. Tutta questa manfrina del giorno più triste dell’anno è legata alla “furba campagna pubblicitaria lanciata alcuni anni fa dal canale di viaggi britannico Sky Travel della tv BSkyB”. Della serie: se siete tristi per tutte le motivazioni sopra fornite, allora ritrovate il buonumore con i nostri servizi, fatevi un viaggetto, guardate i nostri fantastici canali a pagamento e pace.

Suggestione, questa la parola d’ordine di oggi. Niente di più che una trovata pubblicitaria per influenza le scelte di acquisto e consumo; un po’ come la festa di san Valentino, quella della mamma e del papà, la new entry della festa dei nonni, e mettiamoci pure Natale e tutte le feste comandate.

In sostanza, cari depressi cronici, oggi non c’è nessun capro espiatorio per voi, niente commiserazione, nessuna giustificazione.

 

Je suis Charlie

Je-suis-Charlie

Primo post di un nuovo anno. Un anno che sembrava essere iniziato bene, con un pizzico di fortuna che davvero non guasta, ma che invece si è rivelato traditore.

Avrei voluto iniziare il nuovo anno con un post diverso, un post leggero, anche un po’ frivolo, magari facendo un resoconto delle abbuffate di queste festività, parlando dei saldi iniziati già da qualche giorno, parlando di una insolita nevicata che ha coinvolto la mia Puglia e ha scombussolato i piani per Capodanno. Invece no.

Decido di esordire in questo nuovo anno e in questo giorno drammatico con una frase:

Je suis Charlie.

L’orrore dell’attentato di Parigi mi ha lasciata sgomenta, inorridita. Da giornalista, da persona, da donna.

Un colpo durissimo al giornalismo, ad un’informazione che si è sempre professata laica, forse anche atea, ma per lo meno libera. Libera di esprimersi con parole, con disegni, con vignette, con qualsiasi mezzo di comunicazione, attraverso la satira, l’ironia che spesso feriscono ma non hanno mai ucciso nessuno.

Si sa, la satira, soprattutto quella più spinta e spregiudicata, valica talvolta una linea che è limite solo per chi rimane fermo e immobile nelle proprie idee. Non è una questione di rispetto o meno, semplicemente punti di vista che vanno e devono essere rispettati. E oggi si è andati oltre il limite del rispetto della pluralità di pensiero e visione. Folli estremisti che rivendicavano l’offesa arrecata alla propria religione hanno rotto e macchiato di sangue quel rispetto. Nel modo più definitivo ed atroce, una censura al limite dell’immaginabile che fa apparire i roghi di libri proibiti dall’Inquisizione cinquecentesca solo falò per arrostire salsicce.

Anche noi siamo Charlie Hebdo oggi, indignati, inorriditi, ma con la bocca mai chiusa e la testa alta.

Anche noi oggi alziamo le nostre matite al cielo.

Pensiero cazzeggio – Tisane, parole, progetti e stupore… un post minestrone!

tazza

 

Cosa c’è di meglio di una bella tazza di tisana, un po’ di sano silenzio e la voglia di creare, scarabocchiare, scrivere, studiare. Direi poche cose. Dunque mi godo un momento tranquillo, tra piccoli piaceri, perdendomi in parole e pensieri.

Siamo già a metà novembre e anche se le temperature sembrano più settembrine, Natale si avvicina; quindi si lavora per il Natale! (Grazie alla regia per l’esultanza del pubblico finto) Sì, avete capito bene, sto lavorando per Natale e in particolare sto progettando il nuovo calendario dell’Avvento. L’anno scorso è stata una scommessa, un mettermi alla prova da più punti di vista: creativo, compositivo, fotografico; ma soprattutto è stata una scommessa con me stessa, per testare la mia capacità di riuscire a produrre e postare in tempi record e per 20 giorni di fila (20 perché la decisione del calendario è stata talmente repentina da essere presa improvvisamente 4 giorni dopo il regolare countdown). Scommessa vinta e credo anche con buoni risultati. E poi devo ammetterlo, nonostante un po’ di affanno che in alcuni momenti mi ha assalita, mi sono anche divertita e appassionata come non mai. Quindi come potevo non replicare? Questa volta sto cercando di prepararmi un po’ prima, partorendo già qualche idea, anche perché a metà dicembre dovrò sostenere un altro esame e poi ci saranno come sempre tanti imprevisti, altri impegni e i regali da preparare… forse (e quel “forse” sai bene è rivolto a te, sì, proprio a te! – Scusate è solo una comunicazione di servizio). Ho già una bella lista di idee stilata a cui ogni giorno se ne aggiungono altre; inoltre quest’anno ci saranno anche delle ricette natalizie tipiche pugliesi e non, senza tralasciare decorazioni e addobbi.

Probabilmente, e forse inconsciamente, ma non troppo, questo piccolo progetto del calendario dell’Avvento è un personale stimolo e desiderio si migliorare un Natale che seppur da lontano non riesco a vedere così scintillante e sereno come vorrei; uno stimolo che allo steso tempo non riesco a non condividere: quindi dovete sopportarmi anche questo Natale!

Nel frattempo continuo a sorseggiare la mia tisana depurativa con l’aggiunta di una bustina di infuso uva nera e fragola della “Bonomelli” che, senza fare marchette, mi sta creando una certa dipendenza, il problema è che non riesco a trovarle facilmente al supermercato: la cosa che più mi stupisce è che una combinazione così semplice possa essermi così gradita; sembra la scoperta dell’acqua calda, lo so, ma il senso più profondo è la bellezza di riuscire proprio a sorprendersi per le cose più semplici. Capita anche a voi? Questo mi fa tornare in mente una conversazione di qualche sera fa con il mio Lui: eravamo belli spaparanzati sul letto a vedere la tv e a mangiare cioccolata (in sostanza il nostro sport preferito ultimamente), lui beve dell’acqua e con quell’espressione tenera, proprio quella quasi da bimbo, mi fa: “Ma a te capita mai, quando bevi l’acqua, di pensare seriamente a quanto sia buona? A che buon sapore abbia in quel momento?”. Sì, ho risposto, capita anche a me; capita di sorseggiare dell’acqua in un momento qualunque e di pensare e ripetere nella testa quanto sia buona, quanto le labbra e il palato apprezzino quel liquido fresco e anonimo, senza colore, senza forma né odore. È questo quello che intendo per stupirsi delle piccole cose, di quelle che tante volte si danno per scontato, di quelle che passano inosservate alla vista ma la cui presenza o assenza diventa tangibile realtà. Alcuni potranno pensare che non ci siamo con la testa, forse in parte potrebbe essere vero, così com’è vero che nello stupore per le cose semplici è racchiusa ancora un po’ di quella poesia del mondo e della vita che diventa sempre più labile.

Così mi stupisco di stupirmi e le parole vanno da sole.

 

 

Una reflex per me può bastare

reflex canon eos 600d

 

È giunto il momento di fare le presentazioni ufficiali.

Con viva e vibrante soddisfazione (ditemi che avete capito il riferimento!) ho il piacere di presentarvi la nuova arrivata in casa mia. La mia bambina! La mia nuovissima reflex Canon EOS 600D. In realtà è quasi un mese che è entrata nella mia vita (e che il mio portafoglio si è svuotato – ma lasciamo stare queste faccende basse e venali). È successo tutto all’improvviso, tutto in quella giornata incredibile (il 6 giugno): giro in bici, sole, una strana e piacevole ondata di cordialità tra la gente, per strada, con gli impiegati del comune e della banca; energie positive tangibili, la chiamata per il lavoretto da inventarista e l’ingaggio al giornale. Poi, quasi a fine giornata, la reflex che arriva improvvisa. L’avevo notata sul volantino di una nota catena di elettrodomestici che avevo trovato tra la posta quella mattina. Era da tempo che tra i miei neuroni girava e rigirava l’idea di cambiare macchina fotografica, di liberarmi di quella insopportabile Nikon compatta, quel catorcio dalle foto perennemente mosse e prive di vita; una macchina fotografica realmente e sempre odiata, tanto che preferivo non usarla e fare le foto col cellulare o chiedere la macchina fotografica bellissima del mio Lui. Lo so, a questo punto vi starete chiedendo per quale motivo io abbia comprato quella Nikon maledetta; ma quella è un’altra storia, altri tempi. Ammetto che talvolta la scarsa qualità delle mie foto in parte dipende da me, dal fatto che le immagini e le foto non sono mai state il mio forte, ma il fatto di avere una fotocamera che nella resa non mi aiutava a provare e migliorarmi mi snervava e demotivava.

Dunque una nuova macchina. Ma quale? Una compatta? Una reflex? E che me ne faccio io di una reflex? Solo una certezza, una Canon. Semplicemente perché volevo cambiare (ho il trauma da Nikon io – suvvia scherzo), semplicemente perché Lui è ossessionato dalle fotocamere e videocamere Canon e un po’ di quella sana ossessione me la sta trasmettendo.

Quel giorno ci siamo visti nel tardo pomeriggio e gli ho accennato alla reflex del volantino che non sembrava male. Naturalmente Lui non ha perso tempo e si è diretto verso il centro commerciale e appena ha visto la Canon ha detto senza titubanze: “O la compri tu, o la compro io, o la compiamo insieme, o meglio ne compriamo due, puoi scegliere”. In aggiunta c’era anche il commesso che mi ripeteva che era un affarone, che rimanevano pochi pezzi e forse se avessi aspettato il giorno successivo non avrei trovato più quella macchina fotografica. Potete immaginare la mia confusione più totale. Ma come, io volevo solo una nuova fotocamera, una compatta, una caruccia (nel senso di graziosa, perché naturalmente si cerca di andare al risparmio), qualcosa di maneggevole e facile da usare e invece mi stavo accingendo ad acquistare una reflex. Mille domande e dubbi nella mia testa. Valeva davvero la pena spendere tutti quei soldi (dato che le entrate in questo periodo latitano), e se l’avessi comprata per poi non usarla, e se non avessi mai imparato ad usarla, però poteva essere un investimento per il mio percorso professionale, con una reflex avrei ampliato le mie possibilità, comprandola sarebbero terminate le mie lamentele sulla Nikon maledetta; e se non fosse stato quello il modello giusto per me, se dovevo optare per altri modelli. Di certo se l’avessi comprata e non usata non sarebbe mai rimasta a prender polvere in un angolo ma avrebbe trovato le mani esperte di Lui che l’avrebbero trattata da regina.

Improvvisamente in un attimo di lucidità, o forse di acuta follia, ho detto sì, la compro. In breve abbiamo chiamato il commesso, compilato la bolla, pagato e finalmente quella scatola era tra le mie mani. Giuro che in quel momento, con la scatola in mano, mi veniva da piangere mentre ero presa in preda ad una risata isterica, camminavo avanti e indietro per il negozio e Lui mi spingeva verso l’uscita (so che lo avete pensato… Una cretina? Giusto!). Per tutta la sera e il giorno dopo ho continuato a ripetermi “Ma io ho una reflex? Sì abbiamo una reflex, abbiamo veramente una reflex!”. Poi ne ho preso coscienza e sono tornata in me (per quello che si può). Conseguentemente si è attivata la modalità “scattiamo foto a qualsiasi cosa animata e non, anche a l’aria fritta”. Sto cercando di fare pratica anche grazie al mio libretto delle istruzioni vivente, cioè Lui, il mio guru della fotografia; anche perché per me ci vorrebbe un libretto per capire il libretto delle istruzioni.

La cosa che ormai mi sta scioccando da quando ho la reflex è una domanda ricorrente che mi è stata posta e continua a essermi posta da diverse persone: ma la stai usando? Secondo voi io spendo 400 euro per comprare una macchina fotografica per poi non usarla? Lo so che il mio amore per la fotografia è appena nato e che prima era difficile vedermi con una fotocamera in mano, ma meravigliarsi del fatto che stia usando la reflex mi lascia sbigottita. Forse non sono credibile come fotografa da strapazzo? (Va be’ che anche così non è che sia molto credibile, ma andiamo oltre)

Lui, invece, dice che ormai ha creato un mostro solo perché se in giro vedo persone con una reflex in mano inizio ad osservarle, a indagare che modello usano, a comparare la loro macchina con la mia, oppure guardo gli obiettivi senza criterio pensando che più è grande e meglio è (poi dicono che le dimensioni non contano) senza nessun criterio e rigore di logica. Una invasata, praticamente.

Intanto seguo il mio istinto, scatto foto con l’entusiasmo di una bambina con il suo nuovo e prezioso giocattolo, vivendomi quell’emozione racchiusa in un clic.

 

P.S. Voglio precisare che nonostante l’entusiasmo non darò mai un nome proprio alla reflex, né tanto meno al pc o al tablet o allo smartphone. La trovo una moda ridicola.

Pensiero cazzeggio – AAA ispirazione cercasi

Dovevo scrivere un articolo. Mi metto davanti al computer (per la precisione un MacBook, per la precisione non mio) e come al solito nulla. Nemmeno una parole scritta.  Il foglio continua a essere bianco e il cursore lampeggia per i fatti suoi. Normale consuetudine. Decido così di leggere qualcosa in giro, giusto per far accendere un po’ l’ispirazione. Nulla. Gioco allora con il gatto dei miei amici a cui faccio da cat sitter: mi “ingrippo” a giocare con lui, ha un’espressione così tenera, ad ogni rumore rizza le orecchie e corre alla porta d’ingresso nella speranza che da un momento all’altro tornino i suoi padroni. Ma anche il gatto non aiuta. Bianco totale. Io e il mio lui decidiamo di uscire per acquistare qualcosa per la cena. Siamo al supermercato, gironzoliamo nei reparti, poi ci piazziamo di fronte alla spalliera del pane in attesa che sfornino i bretzel perché è da giorni che ne ho voglia e questa voglia deve essere soddisfatta. Intanto si sarà sparsa la voce dell’imminente sfornata e si è formato un capanello di persone che cerca di accaparrarsi una bustina. Niente da fare, noi siamo i primi e col bottino assicurato ci avviamo verso la cassa. Siamo in fila e ripenso all’articolo. Ecco, è giunta! Ho l’ispirazione! Tiro fuori il telefono, apro l’app delle note e inizio a scrivere il mio articolo mentre lui mi guarda storto e mi spinge più avanti nella fila. Mi dice di cambiare mestiere e io rispondo che non sono una giornalista, ma una scrittrice, anzi una scribacchina… “Sono 8 euro e 40 centesimi” dice una voce da chissà dove.
È per me ancora un fatto inspiegabile: quando la cerchi, la rincorri, la vuori disperatamente,  l’ispirazione latita per giungere invece quado meno te lo aspetti.
Ma succede solo a me o anche a voi capita nello stesso modo? Vi prego datemi un segnale.

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Speciale mondiali 2014 – Italia vs. Costa Rica

italia vs. costa rica

 

Questa sera, esattamente alle ore 18.00, ci sarà la seconda partita della nazionale italiana ai mondiali. La squadra avversaria da battere sarà il Costa Rica. E pensate che avrei potuto perdermi questa occasione? Certo che no! Anzi, per rendere più avvincenti questi mondiali, per complicarmi la vita e per donarvi attimi di felicità (dai per favore annuite, fate anche finta di essere contenti) ho deciso ad ogni partita dell’Italia di deliziarvi con un disegno, una fotografia, uno scarabocchio, un delirio (insomma ci siamo capiti) tutto rigorosamente “made in Il disordine nel mio cassetto”! Olè. Quindi sta a voi ora se sorbirvi le mie follie, cambiare pagina, o addirittura per i più disperati pregare che l’Italia sia esca presto; però suvvia, non lasciatevi andare al catastrofismo, è in questi momenti che ci sentiamo particolarmente italiani.  Prometto, quindi, di essere discreta e di non dare troppo fastidio.

Per questa partita, visto l’orario che si avvicina inesorabilmente alla cena vi propongo un piatto leggero e fresco e di sicuro spirito patriottico. Ecco un tricolore composto da asparagi al vapore conditi con olio extravergine di oliva (rigorosamente pugliese), qualche goccia di aceto di riso (quello giapponese, giusto perché volevo fare un po’ la sofisticata e aprire la bottiglia che dormiva nell’armadietto da troppo tempo – potete naturalmente usare qualsiasi aceto, meglio se di mele), sale e un pizzico di semi di sesamo; ed ancora fette di mozzarella e pomodori ciliegino, accompagnati da triangoli di pane integrale con un ciuffo di rucola bella fresca. Naturalmente non poteva mancare una piccola citazione per il Costa Rica con una ciotola di fettine di mango con l’aggiunta di qualche ciliegia locale. Et voilà, semplice e veloce.

Bene, mentre già odo strombazzare in ogni dove vi auguro buona partita! E FORZA AZZURRI!

Italia-Inghilterra, chi vincerà?

partita italia inghilterra

Stiamo calmi. Non ci facciamo prendere dal panico.

Il momento fatidico è arrivato e l’ansia e l’entusiasmo salgono man mano che ci si avvicina all’ora X.

Eppure per qualcuno c’è un interrogativo, un dubbio amletico irrisolto cui non si riesce a dar risposta.

Dove andiamo a vedere la partita?

Intanto le lancette dell’orologio corrono veloci, senti il fiato sul collo del tempo che inesorabilmente sta fuggendo.

Con degli amici avevamo organizzato di vedere la partita a Bari. Prima concerto sul lungomare, poi partita a casa di amici baresi. E invece no. Il tempo(quello meteorologico) ha rimescolato le carte in tavola. Tuoni, fulmini, saette e una di quelle abbondanti piogge estive che lasciano un penetrante e piacevole odore di terra bagnata (lo adoro!).

Quindi che si fa? Scatta il piano “B” con molte incertezze: tutti a casa di Lui a vedere la partita. Solo qualche minuto fa la certezza che il piano alternativo è stato approvato da tutti.

Io nell’attesa, per essere pronta a  ogni evenienza, ho impastato e ora sto sfornando focacce per un reggimento. Focaccia ai semola rimacinata e farina con nell’impasto semi di lino e semi di sesamo; farciture con pomodori freschi tagliati a fette e origano; bianca con uno strato di patate tagliate a fette sottili e rosmarino; con pomodori pelati e funghi trifolati. Al primo assaggio direi perfette (no davvero, non mi sto vantando, però sono proprio buone).

Intanto si tira verso la mezzanotte quando la nostra nazionale e quella inglese scenderanno in campo nell’Arena Amazonia di Manaus. Non so a voi la a me il nome Manaus fa pensare a Crozza, sì il comico. Avete presente quando imita Maroni e Bossi? Durante la scena Bossi fa delle domande incalzanti a Maroni che risponde con un “no” e subito dopo parte il “manà” con quel motivetto (tu tu tururu, manà manà, tu tu ru tu… insomma ditemi che avete capito suvvia! È chiarissimo!). Proprio quel momento.

Intanto pure Buffon si è sfasciato e salterà la partita. Giungono voci che abbiano allestito lo spogliatoio dell’Italia direttamente in infermeria. Insomma quante possibilità di vincere ci sono stanotte? Non lo so, lasciamo stare che il conto è troppo difficile e io con i numeri non vado d’accordo, è risaputo.

Non ci resta che affidarci a san Cassano e san Balotelli, invocare tutti gli dei e sperare di non fare la figura della Spagna contro l’Olanda.

A me invece non resta che augurarvi buona notte mondiale.

focaccia

 

Gir(ament)o di… Italia

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Oggi in giro ci sono più “esperti” di ciclismo che biciclette.

Il Giro d’Italia giunge in Italia (gioco di parole che mi lascia perplessa – mi chiedo da incompetente, infatti, che senso abbia far iniziare la manifestazione ogni anno in un Paese straniero differente) e per questa quarta tappa parte proprio dalla Puglia. Giovinazzo-Bari, una “tappa semplice”, pianeggiante, l’hanno definita gli esperti; 112 Km facili facili, nulla in confronto al “tappone”, definizione attribuita ad alcune tappe che ho trovato su un sito sportivo questa mattina e che da pagana ho riso e deriso ritenendolo un errore proprio del sito, salvo poi essere con massimo stupore smentita da mio padre che me ne ha confermato l’esistenza e l’attribuzione soprattutto alle tappe montane particolarmente piene di insidie. Resta il fatto che “tappone” a me fa ridere, oh. Apro una piccola parentesi. A differenza degli esperti di ciclismo dell’ultima ora, mio padre è un grande appassionato di ciclismo e di biciclette (quando può salta in sella a qualsiasi bici che sia stata modificata dalle sue mani d’oro e fa i suoi giretti, una sorta di percorso liberatorio), nonché di un po’ tutto lo sport in generale; la volata finale (giuro che questo gergo sportivo non è farina del mio sacco) l’ha seguita rigorosamente in piedi, in tensione, con gli occhi sgranati e incollati al televisore. Mio padre non è tipo da tv “pay per view”, da emittenti private e a pagamento, né tanto meno è tipo da stadio; per lui lo sport è libero, pubblico, accessibile a tutti. Sarà per questo che preferisce di gran lunga vedere i programmi d’informazione sportiva, quelli con commenti interminabili, moviole, scambi d’opinione accesi in perfetto stile “processo del lunedì” (per la serie Biscardiailovviù). Poco fa è infatti passato dal ciclismo ad una partita di tennis su una rete x con estrema disinvoltura.

Ma torniamo a questo benedetto Giro d’Italia. Come da qualche anno a questa parte, la carovana rosa (tecnicismi go go go!) passa dalla mia città, Molfetta. Infatti il Giro attraversa solo la città: forse Molfetta non ha “le palle” o i requisiti per proporsi come città di inizio o fine tappa? Noi ci accontentiamo di una toccata e via, che ci frega della gloria (nooooo, ma dove la vedete l’ironia!). Sta di fatto che ti accorgi realmente della sua venuta quando circa una settimana prima del giorno stabilito vedi uomini della multiservizi che rifanno il manto stradale, tappano voragini nell’asfalto e tirano a nuovo solo ed esclusivamente le strade del precorso. Il prossimo anno farò una deviazione verso casa mia e mi rifaccio fare la strada. Altro segno è l’intenso tappezzamento delle strade con cartelli che vietano il parcheggio e la presenza mitologica dei vigili urbani che per l’occasione sono stati moltiplicati chissà per quale arcano sortilegio. Ma il peggio del Giro lo danno i “nuovi esperti”, i tifosi dell’ultimo minuto: come un’orda di zombie invadono le strade, in preda ad un entusiasmo per il ciclismo fino a quel momento assopito chissà dove. I più esaltati amano bardarsi di ogni tipo di gadget acquistato per strada, purché sia rosa, naturalmente con conseguente selfie da pubblicare su facebook con il solito ritornello “ma per fortuna c’è il Giro d’Italia che passa da casa mia”. Sono gli stessi che al passaggio dei ciclisti si sporgono quasi a voler toccare l’idolo ignoto che corre lontano, sono quelli che gli augurano buona fortuna e non sanno nemmeno dove stanno andando e dove finisca la tappa. Sono sempre loro, gli stessi che il secondo immediatamente dopo da baraonda rosa osannano le proprie imprese in bicicletta, mentre il giorno successivo dimenticano completamente l’esistenza di un mezzo di trasporto a due ruote che non abbia un motore.

Senso e controsenso di uno sport per pochi. Insignificanza di persone senza senso (oddiomachehodetto?)

Il Giro d’Italia questa mattina l’ho visto a Bari. No, non sono accorsa al traguardo; ho semplicemente sorpassato la carovana sulla strada statale. Giusto per coerenza.
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