Pensiero cazzeggio – In lotta

Pomeriggio di lotta. La mia resistenza è messa a dura prova.
Forse le mie difese sono troppo deboli e cederanno, infine.
Chiusa nella mia stanza, mentre la contesa è in corso.
Lotto, fino allo stremo delle forze, con soltanto un filo di voce, aggrappata ad un raggio di luce. Lotto contro la sonnolenza da Actigrip!
Non so chi vincerà, so solo che sono in netto svantaggio.
Dopo tre giorni tremendi col torcicollo, ora anche raffreddore, mal di gola e la voce che è data per dispersa. Chiamate “Chi l’ha visto?”, grazie.
Naturalmente per la serie “non facciamoci mancare nulla” (n’zia mai, si dice dalle mie parti – espressione arcaica ma affascinante) c’è anche il mio simpaticissimo dente del giudizio che, puntualmente come ogni anno in questo perido, sta tentando di perforarmi la guancia.
Sono un rottame, lo so. Amen.

Intanto fuori c’è il sole e questa è già una conquista.

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Il parcheggio dell’attesa

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Lunedì mattina ed io inizio la mia settimana di “passione” con una lunga, noiosa, incerta attesa.

Il parcheggio degli “attendenti”. Genitori, fratelli e sorelle, amici, accompagnatori occasionali tutti con la stessa espressione tra l’attesa ansiosa, la noia, in preda alla preoccupazione, sussurrando preghiere affidandosi chissà a quale santo, nervosi e impazienti. Tutti attendiamo. Aspettiamo chi in questo momento sta sostenendo la prima prova del concorso per allievi della Guardia di Finanza a Bari. Io aspetto mia sorella. Attendo come loro nel parcheggio della ferrotramviaria di Bari che si è trasformato questa mattina in una sorta di girone infernale. Anime in pena sostano al sole, altre all’ombra, altre sedute su muretti; qualcuno legge, altri sono concentrati al telefono, altri ancora impegnati in infinite telefonate con tutti i contatti disponibili in rubrica. C’è chi sonnecchia in macchina, chi vista l’ora si è avventurato oltre il parcheggio in cerca di beni di conforto, chi passeggia avanti indietro conoscendo ormai al centimetro le misure delle aiuole. Io mi sto relativamente annoiando. E poi ho fame e sete. E mi fa anche caldo. Dopo un’ora interminabile passata all’aperto, cercando di leggere e studiare un capitolo del libro di storia moderna (ma senza alcun risultato), mi sono rifugiata in macchina e ho deciso di scrivere. Naturalmente mentre la temperatura si alza sempre più e un leggero senso di sauna pervade l’abitacolo. Ma attendiamo fiduciosi qui (anche perché il sedile dell’auto è senza dubbi più morbido e confortevole del muretto freddo). Ho dato un’occhiata al malloppo dei fogli dei test su cui mia sorella ha studiato. Sono tutte domande di lingua italiana: sintassi, analisi grammaticale e logica, ortografia, comprensione dei testi. Sono perplessa. Uno stupore forse dato dalla mia inesperienza in fatto di concorsi. Mi sarei aspettata qualche domanda di logica, diritto, cultura generale, matematica. E invece nulla. Sembra più che altro un test di Lettere. Mi domando come si possa in questo modo giungere ad una efficare selezione per competenze, attitudini, meriti intellettuali. È vero sì, che chi riesce a passare questa prova verrà esaminato in altri ambiti, ma ciò non diminuisce la grande scrematura di candidati che in questa fase viene fatta. Cadono teste per accenti sbagliati, il congiuntivo miete più vittime dei pesticidi sparati a cannone d’estate contro le zanzare malefiche, in molti sono immolati sull’altare delle proposizioni, ed una sorta di roulette russa dei complementi elimina ciecamente sventurati all’arrembaggio. Lingua italiana perdonali perché non sanno quello che fanno! La questione dei test concorsuali e di valutazione è stata più e più volte sollevata, sono piovute pesanti critiche a tutto il sistema organizzativo e ai vari Ministeri di competenza. Non ultimo, circa un mese fa, su “La Stampa” è apparso un interessante articolo firmato dal grandissimo Luciano Canfora (che ho avuto la fortuna di avere come insegnante per il corso di Filologia classica all’Università di Bari) in merito all’efficacia dei test di accesso al TFA, in cui criticava il fatto che i candidati con tale strutturazione non avessero realmente l’opportunita di testare e dimostrare le proprie conoscenze, capacità e preparazione in campi pratici, quelli che diventamo materie di insegnamento delle future generazioni di insegnanti. Canfora proponeva soluzioni semplici e valide, come ad esempio lo svolgimento di temi o brevi trattazioni anche a carattere pedagogico (talvolta, infatti, è proprio la didattica e la metodologia di insegnamento ad essere carente in insegnanti preparati nelle loro materie, e questo sembra quasi un paradosso nel Paese che avuto personalità di spicco in campo educativo come la Montessori). È assurdo proporre in concorsi del genere quasi esclusivamente domande di cultura generale e di lingua italiana che favoriscono nella maggior parte dei casi i fortunati, gli avventori e pochi realmente preparati. Perché non pensare a diversificare e rendere più efficaci taluni concorsi, anche guardando ai modelli di selezione stranieri, lì dove la competenza e la preparazione, accanto ad una buona dose di meritocrazia, la fanno da padrone?

Ah giusto, dimenticavo, siamo in Italia. Eppure non rinuncio ad una possibilità di cambiamento.

Nel frattempo il tizio della macchina parcheggiata alla mia destra sta schiacciando un sonoro sonnellino dopo essere inspiegabilmente uscito dal parcheggio per poi rientrare “di culo”, cioè con la parte posteriore di fronte al muro.

Intanto io attendo.

Pensiero cazzeggio – Ma non era solo marzo pazzerello?

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Piove, guarda come piove, senti come piove, guarda come viene giù!
Mi sembra il caso di dire.
Avevo la testa china sul libro, con la mente immersa tra pensieri e concetti in uno studio che sembra non finire mai (shiuda, shiuduuuu – direbbe a questo punto il buon Giuliano dei Negramaro. Sì lo so, battuta pietosa, lo rocpnosco anch’io). Sento rumori strani alla finestra, alzo la testa e guardo praticamente il diluvio venir giù. Mi aspetto da un momento all’altro di veder passare sotto la finestra Russell Crowe, la sua barba, l’arca, gli animali, due coccodrilli, l’orangotango, serpenti, il gatto, il topo e l’elefante.
Ecco, è arrivata la pioggia e con lei la voglia sfrenata di non fare una cippa, la voglia di cazzeggio inutile e selvaggio.
E ciao.

Torno presto

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Sono viva, non temete. Anche se sommersa da libri, penne, foglietti, caramelle, bottigliette d’ acqua vuote, vocabolario, cartine geografiche, quaderni: sopravvivo.
Questa lunga assenza è dovuta allo studio ossessivo compulsivo che mi tiene incollata a questa scrivania, per chissà quanto altro tempo. Un esame che sembra un parto, una tortura che sembra non finire mai, perché mai finiscono questi benedetti quattro libroni che ormai sono gli unici compagni di giornate monotone e sempre uguali. Sopporto e tengo duro fino alla fine; mentre fuori la vita scorre, le giornate si allungano e la primavera sembra pronta a scoppiare. Sempre che non scoppi io prima.
Quale crudeltà!
Torno alle “sudate carte”, ma sono sempre qui con la mente e lo spirito.

Pensiero cazzeggio – Pausa caffè

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Perché quando studi latino il cervello implora una pausa (anche se questo avviene praticamente ogni mezz’ora).
Vogliadistudiaresaltamiaddosso!!!!

E ciao.

Vi racconto una favoletta

C’era una volta una donzella che forse aveva fuori posto qualche rotella. Di tanto in tanto la donzella cercava annunci di lavoro interessanti, che in realtà si rivelavano poco gratificanti, inviando un po’ qua un po’ là il suo curriculum vitae senza spesso ricevere risposta alcuna (a parte quelle dalle agenzie di procacciatori d’affari o per falsi annunci che gira che ti rigira offrivano solo contratti da rappresentanti di apparecchi medicali e per la casa dalle capacità miracolose ma non ben definite, soprattutto nel costo). Un bel giorno però, il suo cellulare squillò: era una gentile signorina dell’azienda piripidù che la invitava ad un colloquio di lavoro. In realtà la donzella aveva risposto mesi e mesi e mesi prima a un’inserzione di quell’azienda attraverso uno di quei portali per offerte di lavoro a cui ti iscrivi, ti inondano di mail, ma non ricevi mai un riscontro. La gentile signorina di piripidù le dice che ci sono anche altre posizioni aperte in azienda che avrebbero potuto interessarle! In un misto di emozioni, tra incredulità ed entusiasmo con un pizzico di scetticismo, la donzella accetta il colloquio.

Man Circling Help Wanted AdsGiunto il giorno dell’appuntamento la donzella si mette alla guida e giunge alla sede centrale dell’azienda piripidù, non prima di aver sbagliato strada essendo andata oltre l’incrocio dove avrebbe dovuto girare a sinistra e arrivando alcuni chilometri dopo in un’altra città vicina; in fondo che colpa ne ha la donzella se spostano o rimuovono l’unico cartello indicativo grande quanto un palazzo che lei aveva preso come solo riferimento sul caro google street view! Tutta carica e tirata a nuovo la donzella si accomoda a sedere nella hall dell’edificio e dopo mezz’ora di attesa in cui ha assistito ad un andirivieni senza fine di ingegneri, dottori, tipi che affannati correvano perché dovevano prendere aerei per chissà quali destinazioni, facchini, segretari, postini, ecco giungere il suo momento. Quel lasso di tempo in cui tutto può succedere, in cui cerchi di venderti al meglio e in cui speri forze ignote affinché non ti facciano fare gaffe inutili. Si palesa carina e gentile la stessa signorina sentita al telefono che la conduce in una stanza dalle finestre interne, stile stanza degli interrogatori tipica dei telefilm americani; dopo averla fatta accomodare si siede di fronte a lei e inizia attentamente a esaminare il suo curriculum. Le porge svariate domande e la donzella inizia a sciorinare una serie di esperienze lavorative e formative ricche di dettagli con un po’ di compiacimento; rispondendo le dice sogni, aspirazioni, codice fiscale, numero di scarpe, piatto preferito, ultimo film visto, dolce, caffè e ammazzacaffè. Dopo aver illustrato la posizione aperta e oggetto in quel momento di urgente richiesta dall’azienda piripidù, ovvero addetta alla reception e centralinista – che non aveva nulla  a che fare con l’annuncio per figura di operatore di ufficio retail a cui la donzella si era candidata mesi prima – la cara signorina attacca con un bel pippone inevitabile sulla storia della piripidù, sulla crisi (quella ci sta sempre bene, un po’ come il prezzemolo in tutte le minestre), sull’espansione, le norme, le figure professionali, la qualità dei prodotti ecc, ecc.

Infine chiede alla donzella se ha domande da fare e quest’ultima chiede naturalmente quale tipologia di contratto verrebbe offerta in un’ipotetica assunzione aspettandosi già le solite risposte evasive che aprono le porte  a tristi prospettive di sfruttamento sottopagato. Invece no! Ecco profilarsi in un orizzonte non così irraggiungibile un contratto vero: (qui parte l’elenco con la voce del ragioner Fantozzi e la tipica musica di sottofondo) tutto a regola d’arte e a norma, quattordici mensilità, ferie, malattie, settimana lavorativa fino al venerdì, full time con pausa pranzo, forte possibilità di indeterminato per 1100 euro al mese come paga base! Sogno o son desta, si chiede la donzella. Ahimè cotanto bagliore inizia ad affievolirsi quando la cara signorina riferisce che da quella posizione non ci sarebbero state possibilità di trasferimento ad altra mansione e che però avrebbe visto meglio la donzella in reparti marketing o risorse umane. In sostanza il curriculum della donzella era troppo, era sprecato per il ruolo di receptionist (ancora voce da Fantozzi). Praticamente sedotta e abbandonata. Dopo tale amara conclusione e frasi e saluti di circostanza la donzella lascia l’azienda piripidù rimettendosi in viaggio, consapevole di conoscere ora la strada del ritorno e che non ci sarebbero state altre occasioni per non sbagliare incrocio. Fine.looking for a job

Vi è piaciuta la favoletta? Insomma di questi tempi non lavori o perché non c’è lavoro, o perché non hai le capacità o addirittura perché ne hai troppe! Praticamente è come se all’interno di una coppia uno dei due lasciasse l’altro con la patetica e ridicola scusa del “ti lascio perché non ti merito, tu sei troppo per me”. Che io non ho mai capito con che coraggio uno possa pronunciare queste parole con la pretesa di non essere gonfiato giustamente di botte. Morale della favola: sono ancora senza un lavoro, oltre il danno anche la beffa. E intanto la disoccupazione giovanile va su su su. 

Nella vecchia fattoria della tv

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Per oggi avevo in mente di scrivere un post diverso, che trattasse di argomenti differenti da quelli di cui vi parlerò, ma lo terrò al calduccio per altre occasioni (eh sì, perché ormai non vi libererete facilmente di me! *parte la risata malvagia registrata*).

L’illuminazione sulla via di Damasco , se così vogliamo definirla, per questo post è arrivata oggi all’ora di pranzo, mentre mi accingevo a divorare un succulento piatto di maccheroni saltati con piselli e mortadella e mantecati con stracchino (ricetta fast del mio lui che pasticcia cose buone davvero), il tutto guardando la tv e facendo un po’ di sano zapping giusto per tenere in esercizio i tendini del pollice destro. Una serie di pubblicità è passata in onda e in successione ho visto una foca, un cane e un animale indefinito che potrei ricondurre a una specie di puzzola. Mi sono fermata a guardare, con la forchetta e il boccone sospesi a mezz’aria. Praticamente un’invasione di animali.

Lo so, anche voi cari amici spettatori (lo so ora sembra una televendita…) lo avete notato, ne sono sicura, ogni giorno entra in casa dalla tv una mandria di animali dalle sembianze umane che sembra che un gruppo di pubblicitari et company ubriachi si sia dato appuntamento alla fiera dell’antropomorfismo e a ognuno sia stato assegnato un animale.

La più tartassante è sicuramente la pubblicità della nota compagnia telefonica (dai, inutile fare nomi, la compagnia sputtanata che abbiamo avuto quasi tutti almeno una volta nella vitae che ora minacciamo tutti di lasciare): dopo l’orso che, devo essere sincera, muoveva un po’ di simpatia, ci hanno fracassato le “balls” (perché se lo scrivo in inglese non sono volgare, giusto?) col pinguino rap e secondo loro “figo” giusto perché doppiato da Elio, distruggendo i nostri nervi e portandoci all’esasperazione con quei motivetti orrendi; per poi passare alla foca di nome Monica che l’allusione e l’assonanza è talmente idiota da farti domandare ma davvero con questa pubblicità vogliono accaparrarsi altri clienti? E poi, per quanta stima e simpatia e simpatia possa nutrire nei confronti di Luciana Littizzetto, diciamoci la verità, nun se  po’ sentì! La lista degli animali “adottati” nelle pubblicità è lunga e si perde forse tra le nebbie dei tempi.

animals

Nella vecchia fattoria (ia, ia oh!) della tv c’è il leone con la giacca ma con la parte di sotto del corpo nuda – che io mi son sempre chiesta ma perché non un pantalone? Senza pantaloni non avrebbe dovuto avere tutti gli zebedei di fuori? – che ti invita ai super fantastici saldi dei saldi dei saldi; poi c’è tutta la giungla che si sfida per pubblicizzare dei cereali entrando in concorrenza con quell’orribile coniglio della bevanda al cioccolato che ad un certo punto usa le orecchie come pale da elicottero; ed ancora, come dicevo prima, una sorta di puzzola (almeno così è parso a me quel peluche spelacchiato) per un portale che confronta i prezzi delle assicurazioni e qui qualcuno mi deve spiegare davvero perché! Come non dimenticare l’allegra famiglia di topi che pubblicizza il formaggio che si aggiudica il primo premio per l’ovvietà e il gorilla della bevanda analcolica che recita con la Cabello. Naturalmente parliamo di casi direi estremi che provengono da una lunga tradizione di cani morbidi come la carta igienica (attenzione a quando si va in bagno!), delfini curiosi e cavalli golosi, antesignani sì, ma almeno non dovevano subire l’umiliazione di un doppiaggio che ha dell’incredibile. Insomma non se ne può più! Lancio dunque un appello a tutti i pubblicitari di lasciare in pace ‘sti poveri animali e bere di meno (al massimo provate con altro a trovare l’ispirazione) ed un appello a tutte le aziende: lo so, la crisi è dura, la pressione fiscale è alle stelle, ma vi prego risparmiateci e risparmiatevi tutto questo!

 

Habemus fame!

conclave

 

Allora (lo so non si inizia un discorso con allora… ma suvvia facciamo un’eccezione). Io non sono solita pubblicare link demenziali, e anche non, nemmeno sul mio profilo facebook. Non mi piace stare a condividere immagini che nel giro di tre minuti ti accorgi esser state condivise da un due terzi dei tuoi amici, dagli amici degli amici, dagli amici degli amici degli amici… Insomma ci siamo capiti. Quando, però, un’immagine del genere non ti lascia indifferente, quando ti provoca sano e spontaneo riso (qui non è basmati), allora sai che devi condividerla! E poi questa è la mia piccola e semplicistica visione di questo conclave che appena iniziato, ha già abbondantemente stancato. Sarà che ci stanno marciando su da settimane, sarà che non se ne può più della d’Urso che mostra ogni cinque minuti il comignolo della Cappella Sistina assumendo le sue patetiche faccine quando un gabbiano vi si posa accanto; sarà che un papa vale l’altro perché tanto son tutti uguali, colore a parte.

Per ora siamo a quota due “sole” fumate nere. E l’ironia si è già sbizzarrita in tutti i modi possibili, se son sicura che alla fine ne troveranno molti altri. Questa immagine secondo me riassume l’ironia sulle “fumate” dei miei conterranei. Lì dove un pugliese doc vede un pò di fumo denso, il suo cervello segue tutto un percorso logico: fumo, fuoco, carboni, griglia, carne. Il tutto sintetizzato nella singolare e folkloristica espressione “arrust e meng”. Un caposaldo della cucina pugliese che riporta alla mente sere estive con la brace vicino al mare, ferragosto in campagna a “sventolare” sui carboni per attizzarli, e come accompagnamento la mitica Peroni.

Ora non ci resta che aspettare la terza fumata, sperando che sia la volta buona perché cari cardinali qui “ce stà a venì fame”!

 

PS: Non c’entra lo so, però, se passi di qui… Grazie Masticone!

Elezioni o distruzioni 2013?

elezioni_2013

Ieri (domenica) ho votato. Per la prima volta mi hanno dato due schede, anche se gli scrutatori erano un po’ indecisi sul dovermela dare o meno la scheda del senato. Sarà stato forse per via dell’anno di nascita, dato che non sapevano che i nuovi ventiseienni partono dal 1987, o dal fatto che sembro una ragazzina, una pischelletta? (eh amare illusioni, però sinceramente son scoppiata a tridere da sola).

Ho aperto le schede con foga e con altrettanta ho tracciato le mie belle croci sui simboli. Le ho richiuse e mi son fermata un attimo a guardarle bene per rendermi conto che la gialla era la scheda del senato. Ammazza come passano gli anni.

 Oggi non riesco a spegnere la tv, “cielo” come canale fisso.

E poi sul pc con il dito ormai fisso su F5 (chissà quanti F5 verranno maltrattati oggi… grande rispetto e solidarietà).

L’ansia da risultato aumenta e mi fa venir fame. Ok mi butto sulle patate (patatine naturalmente, non siamo mica  ad Arcore). E aumentano il nervosismo, lo sconforto, la disperazione, la consapevolezza che gli italiani non capiscono una beneamata mazza!

 

Le percentuali vanno su e giù.

Non c’è governabilità.

La Cancellieri ha detto che la notte è giovane quindi aspettiamo e speriamo nei risultati.

Concordo con Scalfari.

Il PD ha preso una “botta”. Il bunga bunga colpisce ancora.

Grillo è il vero zio di Qui, Quo, Qua.

Le patatine stanno finendo.

Ogni rete ormai dà i propri numeri.

Casini ha detto che “sono stati dei donatori di sangue per Monti”. È stata una emorragia inutile.

Bersani non sa se gioire o disperarsi.

Berlusconi risorge dalle ceneri come una fenice. Spegnetelo!

Un uomo corre lontano. È Molti che scappa fa Fini e Casini.

Fini forse rimarrà senza poltrona.

Ingroia si arrampica sugli specchi.

Mi sta venendo sete. Maledetta patatine salate.

Prende il via la campagna “ridate almeno un neurone a chi ha votato Grillo”.

Le proiezioni dicono che la Puglia è blu. Prospettivadimerda!

Non posso tornare davanti alla tv e trovare dei tizi che restaurano vecchie cianfrusaglie. “Cielo” non si interrompe così la diretta!

Io ho mal di testa.

Mi prendo una pausa.

Cià.

C’è chi dice no! (come rifiutare proposte all’apparenza allettanti)

c'è chi dice no

Eccomi, sono io, sempre e soltanto io.

Mi sono assentata giusto un po’. Il tempo utile per lavorare, essere stanca, lavorare, essere ancora stanca, arrotondare scrivendo testi, e qualche altro evento.

Ormai gli straordinari al lavoro non mancano e col corso di aggiornamento e la nuova abilitazione da consulente per le vendite la sopportazione sta arrivando ai massimi storici. Certo ho un’entrata mensile sufficiente (fino a quando decideranno di rinnovarmi questo misero contratto part time) ma in quelle quattro ore ti capita di sentire di tutto di più.

Nel frattempo ho detto un grosso “no”. Ho rifiutato di essere il direttore responsabile di una nota testata giornalistica on-line locale. Perché ho rifiutato? E come ho fatto?

Questa volta più che mai è stato decisivo porre sui due piatti della bilancia i pro e i contro. I contro hanno quindi stravinto, ma che dire, un plebiscito tra le motivazioni avverse a qualsiasi decisione che potesse portarmi ad accettare. E poi direttore responsabile senza un centesimo per alcuni (furbi) potrebbe essere normale, per me no (inoltre il “caro” Sallusti docet…). Ora come ora, col piccolo bagaglio di esperienza che mi porto dietro, la moneta sonante non è facilmente sostituibile con una gloria aleatoria e illusoria. Inoltre in una città come la mia, in cui puntare il dito è fin troppo facile e molti hanno “la querela più veloce del sud”, meglio evitare inconsistenti scelte che ai predecessori a quella carica non hanno portato lustro né permesso il tanto cercato salto di qualità. In poche parole una proposta dal fragrante e pungente odore di fregatura.

Inoltre anche le modalità per cui è pervenuta la proposta non è delle più chiare e cristalline. Come si dice “l’occasione fa l’uomo ladro”, senza risparmiare gli amici: troppa preoccupazione per il mio futuro professionale da sembrare sproporzionata e paradossale.

Al fine grazie ai pareri che più contano per me la scelta è stata presa. No a pseudo-giochetti di potere, no a far da scudo per permettere ad altri di fare i propri comodi, no a compromessi che alla fine si rivelano svantaggiosi, no a deviazioni del mio cammino.

Insomma una storiella non nuova, vista e sentita in tutte le salse. Consuetudine, si potrebbe dire. “Inculature” evitate le chiamerebbe qualcuno. Semplicemente basta a noi decidere. Decidere di non essere pedine senza volontà di un gioco che altri hanno scritto. E se il pentimento un giorno dovesse arrivare, anche lui potremo mettere a tacere.