Pensiero cazzeggio – Accipicchia non ci vedo più dalla fame!

Sarà che fare discorsi seri mi fa bruciare troppe energie, sarà che s’è fatta na certa e il mio stomaco reclama nutrimento, sarà che lo studio della letteratura latina logora la tempra (oltre che la soglia attenzione e sopportazione), ma io c’ho na fame pazzesca!

Dolce o salato? Il dubbio è presto risolto, vista l’ora salato (che ovvietà eh!).

Mi aggiro per la cucina in cerca di qualcosa, perché ma mia non è solo voglia di qualcosa di buono, no no, è proprio fame! Dunque apro il primo stipetto: mi butto sulle cialde di riso e mais biologiche che hanno la consistenza del polistirolo indurito (ma esiste?), o sui cracker secchi e insignificanti? Passo altre, apro il frigorifero dove tra le varie cose c’è una mela che mi guarda solitaria e triste accanto a una confezione di fiocchi di latte: decido che non è il momento più propizio per gli esperimenti. L’alternativa del ripiano inferiore sarebbe una “scofanata” di pasta al forno domenicale che si sa il giorno successivo è anche più buona – e queste non sono leggende – ma non mi sembra il caso. Apro anche i congelatori (sì, a casa ne abbiamo ben due siori e siore!) e la vista di calamari rigidi e patate e spinaci crudi fa scomparire qualsiasi buon proposito culinario. Ormai le speranze si stanno assopendo mentre la fame si sta totalmente impadronendo di me. Non mi rimane che aprire con aria rassegnata anche l’ultimo stipetto, quello dove solitamente teniamo pasta, riso e legumi, giusto perché è rimasto per ultimo e non vorrei essere scortese offendendolo. Apro e ho un’illuminazione! Mais! Dunque pop corn! Come ho fatto a non pensarci prima, i tempi sono anche maturi e propizi per diffondere in tutta casa il profumo fragrante di pop corna caldi e invitanti.

In questo momento un fitto bombardamento è in corso nel forno a microonde. Che poi io avrei anche la macchina per fare i pop corn senza olio o burro, senza trucco e niente inganno, ma proprio non mi piace il risultato, rimangono un po’ duretti all’interno.

Bombardamento finito, la fame può essere sconfitta!

pop corn

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Qui si fanno conserve serie!

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Ogni anno di questi tempi, tra fine settembre e tutto il mese di ottobre e fino a esaurimento prodotto, casa mia è invasa dalle olive. Verdi, nere, metà metà, dai nomi strani, purché si possano mangiare. Quando meno te lo aspetti vedi i miei che tornano a casa carichi di buste o cassette di olive. Prima selezionano le migliori e le distinguono più o meno per grandezza, poi le lavano ben bene con gran cura (a volte sembra che stiano facendo il bagnetto alle loro creature). Infine preparano vasetti, boccacci, boccaccini o recipienti enormi sistemandoci dentro le olive e aggiungendo acqua e sale. Da quest’anno addirittura la quantità di sale viene minuziosamente pesata e annotata su una targhetta posta sul vasetto di riferimento, mentre è talvolta assente il mezzo limone per dar un sapore più corposo (c’è da dire che a casa mia i limoni latitano, il frigorifero li accoglie solo in occasioni speciali, e allora festeggiamo!). Praticamente un lavoro certosino dedicato alle olive che successivamente lascia spazio all’impazienza per mangiarle; perché sì, i miei e mia sorella sono grandi divoratori di olive in acqua. Io guardo, ogni tanto assaggio e assisto a questa catena di montaggio.
E ciao!

Nella vecchia fattoria della tv

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Per oggi avevo in mente di scrivere un post diverso, che trattasse di argomenti differenti da quelli di cui vi parlerò, ma lo terrò al calduccio per altre occasioni (eh sì, perché ormai non vi libererete facilmente di me! *parte la risata malvagia registrata*).

L’illuminazione sulla via di Damasco , se così vogliamo definirla, per questo post è arrivata oggi all’ora di pranzo, mentre mi accingevo a divorare un succulento piatto di maccheroni saltati con piselli e mortadella e mantecati con stracchino (ricetta fast del mio lui che pasticcia cose buone davvero), il tutto guardando la tv e facendo un po’ di sano zapping giusto per tenere in esercizio i tendini del pollice destro. Una serie di pubblicità è passata in onda e in successione ho visto una foca, un cane e un animale indefinito che potrei ricondurre a una specie di puzzola. Mi sono fermata a guardare, con la forchetta e il boccone sospesi a mezz’aria. Praticamente un’invasione di animali.

Lo so, anche voi cari amici spettatori (lo so ora sembra una televendita…) lo avete notato, ne sono sicura, ogni giorno entra in casa dalla tv una mandria di animali dalle sembianze umane che sembra che un gruppo di pubblicitari et company ubriachi si sia dato appuntamento alla fiera dell’antropomorfismo e a ognuno sia stato assegnato un animale.

La più tartassante è sicuramente la pubblicità della nota compagnia telefonica (dai, inutile fare nomi, la compagnia sputtanata che abbiamo avuto quasi tutti almeno una volta nella vitae che ora minacciamo tutti di lasciare): dopo l’orso che, devo essere sincera, muoveva un po’ di simpatia, ci hanno fracassato le “balls” (perché se lo scrivo in inglese non sono volgare, giusto?) col pinguino rap e secondo loro “figo” giusto perché doppiato da Elio, distruggendo i nostri nervi e portandoci all’esasperazione con quei motivetti orrendi; per poi passare alla foca di nome Monica che l’allusione e l’assonanza è talmente idiota da farti domandare ma davvero con questa pubblicità vogliono accaparrarsi altri clienti? E poi, per quanta stima e simpatia e simpatia possa nutrire nei confronti di Luciana Littizzetto, diciamoci la verità, nun se  po’ sentì! La lista degli animali “adottati” nelle pubblicità è lunga e si perde forse tra le nebbie dei tempi.

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Nella vecchia fattoria (ia, ia oh!) della tv c’è il leone con la giacca ma con la parte di sotto del corpo nuda – che io mi son sempre chiesta ma perché non un pantalone? Senza pantaloni non avrebbe dovuto avere tutti gli zebedei di fuori? – che ti invita ai super fantastici saldi dei saldi dei saldi; poi c’è tutta la giungla che si sfida per pubblicizzare dei cereali entrando in concorrenza con quell’orribile coniglio della bevanda al cioccolato che ad un certo punto usa le orecchie come pale da elicottero; ed ancora, come dicevo prima, una sorta di puzzola (almeno così è parso a me quel peluche spelacchiato) per un portale che confronta i prezzi delle assicurazioni e qui qualcuno mi deve spiegare davvero perché! Come non dimenticare l’allegra famiglia di topi che pubblicizza il formaggio che si aggiudica il primo premio per l’ovvietà e il gorilla della bevanda analcolica che recita con la Cabello. Naturalmente parliamo di casi direi estremi che provengono da una lunga tradizione di cani morbidi come la carta igienica (attenzione a quando si va in bagno!), delfini curiosi e cavalli golosi, antesignani sì, ma almeno non dovevano subire l’umiliazione di un doppiaggio che ha dell’incredibile. Insomma non se ne può più! Lancio dunque un appello a tutti i pubblicitari di lasciare in pace ‘sti poveri animali e bere di meno (al massimo provate con altro a trovare l’ispirazione) ed un appello a tutte le aziende: lo so, la crisi è dura, la pressione fiscale è alle stelle, ma vi prego risparmiateci e risparmiatevi tutto questo!

 

Pensiero cazzeggio – Pois bianchi come il cavallo o il contrario?

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Stamattina seduta di laurea della mia carissima amica Da. Da notare che durante ma seduta di laurea in medicina e chirurgia (quicabbiamoidottoriveri eh!) è entrato nell’aula magna un tizio vestito con un completo bianco, sembrava quasi un pigiama, che indossava una testa di cavallo di gomma sul capo mascherando la sua identità. Sì, avete letto bene. Naturalmente si trattava di un cavallo bianco, tutto in coordinato insomma. Il tizio ha pensato bene di appoggiarsi ad una parete e di tanto in tanto grattarsi la peluria sulla maschera, fino a quando il presidente di commissione non ha deciso con fare autoritario di cacciarlo dall’aula, mentre qualcuno dei sui colleghi di commissione rideva divertito alla faccia sua. A parte questo simpatico sirapietto tutto è andato per il meglio. Anche perché ho potuto sfoggiare per la prima volta il mio vestito verde a pois! Ebbene sì lo ammetto, sono una fanatica dei pois, soprattutto quelli bianchi (proprio bianchi come la testa del cavallo!) su sfondo blu. Come si fa a non adorare quelle simpatiche pallette tutte uguali?! E dunque al grido di “pois per tutti” vi saluto!

Ritrovata libertà. Quando smetti di essere un cane di Pavlov

Ariecchime qua. No, non sono sparita, diciamo che ero momentaneamente nascosta ma con occhio furtivo osservavo il mio blog. I vari impegni nel “mondo reale” mi hanno assorbita troppo; anche perché sono successe un po’ di cose, quegli avvenimenti che ti portano a riflettere e talvolta a riconsiderare molti aspetti della tua vita. Ti ritrovi così da un giorno all’altro a dover cercare un nuovo equilibrio che sostituisca quel già instabile equilibrio che poco prima avevi creato. E già che ci sei passi in rassegna anche altri aspetti, dai più frivoli ai più significativi con il proposito, forse vano, di riorganizzare i tasselli ( e lo so che questo verbo detto da me sembra un paradosso, ma suvvia concedetemelo). Tra le tante cose riviste c’è anche il blog: sto pensando ad un rinnovamento, un “restyling” (sì giusto per fare i fighi…) che sia significativo, senza però tradire o stravolgerne l’essenza. Naturalmente il presupposto è essere presente con più assiduità, far vivere il blog e non farlo assopire così come ho fatto finora. Quindi mi rimbocco le maniche e al lavoro!

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Tra le novità significativa degli ultimi mesi, anzi oserei dire  “LA NOVITÀ” (con un maiuscolo bello grande, talmente grande da sembrare una caricatura), vi è il mancato rinnovo del mio contratto di lavoro! Dal primo ottobre sono ufficialmente disoccupata. Il punto è questo, tale notizia ha provocato in me due reazioni agli antipodi: la prima stupore e meraviglia che con i giorni si è trasformata nell’ordine in perplessità, scetticismo, sospetto, curiosità, nervosismo, istinto da sindacalista, investigatrice; la seconda reazione, in realtà contemporanea alla prima, è stata sentire un grande senso di liberazione, finalmente slegata da una situazione che mi stava stretta, che non mi apparteneva, che mi soffocava. Insomma fino a quando non ci sei e ci vivi quotidianamente in un call center non hai la minima percezione di quello che è realmente dietro a quei quattro rompi palle/poveracci che secondo l’immaginario collettivo giornalmente ti chiamano al telefono per importunare e tentare in tutti i modi di fregarti con prodotti di dubbio vantaggio. Sia chiaro, gli approfittatori e gli incompetenti sono dappertutto, ti giri e puff spuntano come funghi (e di incapaci e incompetenti ultimamente ne ho incontrati parecchi). Dietro quei poveracci che passano dalle 4 alle 8 ore al giorno a ricevere telefonate di clienti insoddisfatti, repressi, psicolabili, nevrotici e ignoranti c’è tutto un mondo fatto di regole, tempi da rispettare, obiettivi da raggiungere, antipatie e simpatie, corsi di aggiornamento, orari improponibili, strategie segrete di team: è un mondo che ti logora, ti snerva, limita il tuo raggio di azione e pensiero. Non desideri altro che la giornata lavorativa finisca, che la stessa settimana finisca mentre quella misera pausa di 15 minuti ti sembra l’unica ancora di salvezza per non impazzire, per respirare aria pulita, per vedere qualcosa che non sia solo un monitor e una tastiera dietro un paravento che per quanto sottile ti isola dagli altri.

Avete presente il film “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì uscito nel 2008? Nulla di più vero e vicino alla realtà. Una sala immensa, persone che parlano e parlano davanti a uno schermo e che non di rado perdono la pazienza, i cosiddetti “team leader” che spronano, incitano, sostengono e quasi sempre urlano di stringere i tempi e vendere, tentare! E per incitare cosa si inventano? Gare interne al call center in cui vincere premi strambi o buoni carburante che non ti dureranno nemmeno una settimana. Ma quando si vince (io non ho mai vinto nulla, che si sappia…) ci sono applausi a destra e a manca, foto con i responsabili del sito, classifiche e nomi sbandierati che sembrano esaltare, galvanizzare e caricare solo alcuni, escludendo chi è lì per necessità, chi vede l’inutilità di questa “droga” momentanea che agisce sull’autostima. Un po’ come gli esperimenti di Pavlov, in maniera molto vaga, del riflesso condizionato: metto davanti a te un premio X e per raggiungerlo tendi a dare tutto te stesso, a sfiancarti di lavoro, anche evadendo qualche regola, anche vendendo ai tuoi familiari e amici più cari pur di conquistare il premio e ricevere quel mezzo minuto di applauso che risuonerà in tutta la sala.

Idioti. Cerebrolesi. Non mi viene in mente altro. Per questo la seconda reazione è stata quella predominante, la consapevolezza di non essere più un cane di Pavlov e poter rincorrere ancora e sempre i miei sogni e obiettivi. Primo tra tutti? Questa “benedetta” laurea!