Habemus fame!

conclave

 

Allora (lo so non si inizia un discorso con allora… ma suvvia facciamo un’eccezione). Io non sono solita pubblicare link demenziali, e anche non, nemmeno sul mio profilo facebook. Non mi piace stare a condividere immagini che nel giro di tre minuti ti accorgi esser state condivise da un due terzi dei tuoi amici, dagli amici degli amici, dagli amici degli amici degli amici… Insomma ci siamo capiti. Quando, però, un’immagine del genere non ti lascia indifferente, quando ti provoca sano e spontaneo riso (qui non è basmati), allora sai che devi condividerla! E poi questa è la mia piccola e semplicistica visione di questo conclave che appena iniziato, ha già abbondantemente stancato. Sarà che ci stanno marciando su da settimane, sarà che non se ne può più della d’Urso che mostra ogni cinque minuti il comignolo della Cappella Sistina assumendo le sue patetiche faccine quando un gabbiano vi si posa accanto; sarà che un papa vale l’altro perché tanto son tutti uguali, colore a parte.

Per ora siamo a quota due “sole” fumate nere. E l’ironia si è già sbizzarrita in tutti i modi possibili, se son sicura che alla fine ne troveranno molti altri. Questa immagine secondo me riassume l’ironia sulle “fumate” dei miei conterranei. Lì dove un pugliese doc vede un pò di fumo denso, il suo cervello segue tutto un percorso logico: fumo, fuoco, carboni, griglia, carne. Il tutto sintetizzato nella singolare e folkloristica espressione “arrust e meng”. Un caposaldo della cucina pugliese che riporta alla mente sere estive con la brace vicino al mare, ferragosto in campagna a “sventolare” sui carboni per attizzarli, e come accompagnamento la mitica Peroni.

Ora non ci resta che aspettare la terza fumata, sperando che sia la volta buona perché cari cardinali qui “ce stà a venì fame”!

 

PS: Non c’entra lo so, però, se passi di qui… Grazie Masticone!

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Il dolore più grande

Non pensavo potesse fare così male.

Credo di aver percepito il preciso momento in cui il mio cuore si è spezzato, tutto il mondo attorno è crollato. Gli occhi si sono velati di lacrime, non vedevo più nulla, solo i suoi occhi così freddi e lontani. Non li avevo mai visti così, un brivido di paura. Sentivo solo la parola “basta” nella testa e d’un colpo il buio totale. Il mio corpo era lì, la mia anima in frantumi. Volevo morire, volevo sparire, volevo buttarmi giù da quel balcone forse con la remota speranza di poter aprire le ali e volare lontano, forse con la più grande speranza che lui mi avrebbe presa e salvata.

Lui è la mia felicità, io la causa del suo malessere.

È una sofferenza atroce, mai provata, forse più intensa di qualsiasi altra che abbia conosciuto in passato (e di sofferenze io ne ho collezionate parecchie). Sembra che qualcuno da quel momento mi abbia conficcato una lama rovente nelle viscere e con estremo sadismo si diverta a rigirarla a suo piacimento nella ferita. Una ferita che non smette di sanguinare, così come le lacrime che copiose continuano a scorrere sul mio viso. Non c’è argine che tenga, e continuano a scorrere anche mentre scrivo, in ogni momento del giorno, mentre di notte bagnano il cuscino che non dona nessun riposo. Ed è un pensiero fisso, martellante, un silenzio che mi logora dentro e fuori, un’assenza che distrugge. Le mie labbra non riescono a toccare cibo, gli occhi non riescono a riposare, la mente continua a macinare pensieri e il cuore… non sento più il suo battito. L’idea di perderlo, o di averlo già perso, mi toglie il fiato e mi sento morire. Non riesco a immaginare una vita senza lui. Come posso rinunciare al suo sorriso, alle sue labbra carnose che adoro mordicchiare, alle sue guance che tante volte avrei voluto staccare per tenerle sempre con me; come posso rinunciare ad accarezzare la sua barba, i capelli sulla nuca, rinunciare a quegli occhi indagatori eppure profondi e rivelatori. Come posso rinunciare a quelle spalle così protettive, così forti da farmi sentire protetta e a casa: un suo abbraccio calma le tempeste, è una coperta che riscalda, è il mio porto sicuro. Come posso rinunciare alle sue mani che conoscono ogni centimetro del mio corpo; come posso rinunciare alla sua voce capace di trasformarsi, dalle mille sfumature, che si fa profonda per poi esplodere in quel suo modo unico di ridere. Quella risata che ultimamente aveva perso, a causa mia. Come posso passare le giornate a non colpevolizzarmi per la mia stupidità, per aver rovinato l’unica cosa bella che potesse capitarmi in questa vita piena di incertezze. Maledico il mio orgoglio, il mio egoismo, la mia inerzia, la mia insicurezza, la mia apatia, la mia testardaggine, la mia perseveranza in atteggiamenti involontariamente irrispettosi, la mia incapacità ad aprirmi e condividere i pensieri e le fantasie più profonde che albergano in me. Maledico i sogni taciuti, il desiderio ardente di andare a Londra e vivere insieme una delle esperienze più emozionanti della mia vita, perché solo con lui avrei potuto farlo; maledico il mio anti-romanticismo; maledico l’aver messo molte volte in primo piano le mie esigenze, l’aver voluto capire lui attraverso il filtro delle mie ansie e mie prospettive per poi sbagliare disastrosamente.

Mi manca terribilmente. Vorrei parlargli guardando nei suoi occhi, vorrei sapere se c’è ancora un po’ di amore per me, vorrei sapere se i sogni di un futuro insieme, di una casa e una famiglia tutte nostre potranno mai vedere la luce del sole.

Sembrano pochi tre giorni eppure io ho capito. Ho preso coscienza dei miei errori. Qualcosa dentro di me si è rotto, e non è solo il mio cuore. È come se qualcuno mi avesse preso a schiaffi in pieno viso destandomi da quell’intorpidimento in cui ero caduta, da quell’avidità di prendere e dare solo a metà nei confronti di tutti. Mi hanno detto che sono fredda, chiusa, che rimango sulle mie, che non mi lascio andare ed io non ci ho mai creduto; io vedevo solo una pseudo super-donna che non poteva fermarsi davanti a nulla, che nulla e nessuno potevano intaccare nell’animo, fino a due anni fa, fino a quando lui non ha cercato di rendermi una persona migliore. Eppure ho fallito tante volte, l’ho deluso, a volte mi sono comportata come una ragazzina e non come una donna nella nostra relazione; e adesso ho capito cosa lui voleva dirmi, la sua esigenza di una storia matura e stabile. Ora ne sono pienamente consapevole. Ora tutto può cambiare. Se solo avessi la possibilità di riscattarmi a lui, la possibilità di continuare a renderlo felice perché del bello e del buono ci sono stati e non possono essere ignorati. Purtroppo è vero, capisci che qualcosa è ormai così importante e speciale per te quando rischi di averla persa. Perderlo, il solo pensiero mi uccide. Cosa ne sarà di tutto questo amore, cosa ne sarà di questo sentimento così grande che non avrei mai pensato di provare per nessuno. Io lo amo, continuerò ad amarlo anche quando non ci sarà più speranza di stare con lui. Voglio aggrapparmi a quella speranza, voglio lottare per dimostrargli che posso cambiare, che un futuro insieme c’è, voglio essere la sua isola serena, voglio essere la sua donna, amante, amore e moglie. Continuerò a stargli vicina, anche nel silenzio, invisibile e correrò in suo soccorso.

Anche se il dolore è troppo forte non rinuncerò a lui. Mai.

8 marzo… auguri a modo mio

8marzo

Auguri e figlie femmine per la festa della donna! Ma sì, tanto per sdrammatizzare un po’.

Di commenti e auguri strampalati e scontati oggi ne ho letti davvero tanti.

Ho letto auguri del tipo “perché noi valiamo”, auguri di chi ricorda di avere una dignità di donna solo oggi – ma che perderà in serata quando andrà con le amiche ad assistere allo spogliarello/lap dance di un maschietto in perizoma che sembra appena estratto da una friggitrice; o la perderà assieme alla voce cantando a squarciagola al karaoke “siamo donne, oltre le gambe c’è di più” mentre agita ramoscelli innocenti di mimosa –; ho letto gli auguri di chi aveva ancora la bocca piena dell’ultimo morso di torta mimosa per festeggiare l’occasione (per carità, nulla contro le torte, sia chiaro); di chi li fa giusto perché teme ritorsioni di varia natura dal genere femminile più prossimo, o spera semplicemente di non andare in bianco stasera e in quelle a venire. Ho letto gli auguri di uomini che esaltano le proprie principesse come uniche e speciali – magari solo per oggi non alzeranno le mani per picchiare e ribadirne il possesso –, di uomini sinceri e che in fondo (forse) sanno che abbiamo quel qualcosa in più; gli auguri di uomini maschilisti, che questa sera in piccoli “commandi” si aggireranno per i locali in cerca di prede da lusingare e rimorchiare. E non sono mancati nemmeno gli auguri della FIAT (addirittura!), che solo oggi regala alle donne che acquistano un’auto niente meno che i sensori di parcheggio! Grazie, grande FIAT, per aver gettato – è il caso di dirlo anche se costa cara – benzina sul fuoco dell’eterna diatriba tra sessi, nonché caposaldo del più spicciolo maschilismo, sul luogo comune “donna al volante, pericolo costante”.

Poi c’è un mondo a parte, quello delle idee forti, di chi ogni giorno combatte contro il femminicidio e usa la risonanza di questo giorno per rafforzare il proprio messaggio contro tutti gli orrori subiti dalle donne. È la voce di chi chiede solo un po’ più di parità ed emancipazione in un mondo retto (nella maggior parte dei casi) da uomini senza scrupoli, uomini di potere ammaliati e soggiogati dalla “fica”, uomini per cui l’anatomia femminile non va oltre tette-gambe-culo.

Ma le eccezioni ci sono sempre, è bene precisarlo (non si voglia urtale la sensibilità di alcuni ometti): sono gli auguri di uomini che (oltre ad aver fatto pace col cervello) sono in pace con quell’angolo tutto femminile che è in loro; sono i non-auguri di uomini che tacciono e basta e nei loro silenzi ci puoi leggere di tutto (invidia, rispetto, inferiorità, ammirazione, indifferenza, orgoglio…).

Questa sera non festeggerò, ho rifiutato qualche invito (anche se lo ammetto, negli anni dell’incoscienza ci sono andata pure io a far baldoria con le amiche). Forse uscirò, studierò, scriverò.

Di una cosa, però, sono certa: essere donna è una cosa meravigliosa. Ogni giorno.

Nuvole per me!

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Volli, sempre volli, fortissimamente volli… Pop corn! Nuvolette fragranti, profumate e croccanti. Quando a casa mia si pronuncia “pop corn” nessuno sa dire di no. Tutti riuniti davanti ad una bella ciotola fumante. A volte nelle gelide serate domenicali i pop corn diventano la nostra cena preferita. Ieri sera non ho resistito e li ho preparati… Gammmmm!